Lei stessa / con la sua aria trasognata / era il sublime mescolato al disastro

9788817072380

AUTORE: Donna Tartt
TITOLO: Il cardellino
EDITORE: Rizzoli
PAGINE: 891
PREZZO: 20 Euro.

Riduttivamente si potrebbe dire che il Cardellino narra la versione contemporanea di Oliver Twist di Dickens, l’orfano più famoso della letteratura inglese e mondiale. Si potrebbe dire che Donna Tartt ha voluto dare vita a un classico i cui protagonisti ascoltano l’Ipod e vanno ad Amsterdam e a Londra come molti di noi. Si potrebbero dire molte cose sugli infiniti riferimenti letterari (Kerouac, Salinger, Nabokov) contenuti nel Cardellino.

In realtà, le parole che meglio descrivono questo libro le ha espresse anni fa lo scrittore David Foster Wallace, quando gli è stato chiesto cosa si provava a vivere negli Stati Uniti.

Ha qualcosa di particolarmente triste, qualcosa che non ha molto a che fare con le circostanze materiali, l’economia, o le cose di cui parlano i telegiornali. È più una tristezza viscerale. La vedo in me e nei miei amici, in tanti modi diversi. Si manifesta come una sorta di smarrimento.”

Il Cardellino è un libro sullo smarrimento.

Il protagonista, Theo Decker, è un ragazzino di tredici anni che viene coinvolto in un attentato mentre si trova in un museo di New York con la madre. La madre muore, lui ne esce misteriosamente illeso. Scampato all’attentato, Theo comincia una lunga peregrinazione che lo porterà a visitare lentamente tutti gli Stati Uniti: inizialmente vivendo a Park Avenue, ospitato dalla famiglia di un compagno di classe, poi finendo a Las Vegas, ospite del padre e della di lui fidanzata, poi ancora tornando a  New York, nel Village, ospite di un antiquario che si sta prendendo cura di una ragazzina anche lei scappata all’attentato che ha colpito Theo: Pippa.

All’inizio delle oltre 800 di questo romanzo, vediamo Theo Decker bambino, innamorato di una madre che più che un’educata signora di Park Avenue è un’avventata ragazza di campagna in fuga, romantica e imprevedibile.

“- La prima volta che sono venuta qui ho pensato che questo quartiere fosse un miscuglio di Edith Warthon, Franny e Zooey e Colazione da Tiffany.
– Colazione da Tiffany è ambientato nel West Side.
– Già, ma io ero troppo ignorante per saperlo. Comunque di sicuro era molto diverso dal Lower East, con i barboni che accendevano falò nei bidoni della spazzatura. Qui i fine settimana erano magici… andavo per musei … bighellonavo da sola per Central Park …
– Bighellonavi? – Mia madre usava spesso parole che alle mie orecchie suonavano antiquate e quella parola, bighellonare, mi fece pensare non so perché ai suoi trascorsi da cavallerizza. La immaginai che trotterellava per la città curiosa come una giovane puledra.
– Be’ sì, scorrazzavo, gironzolando senza meta come piace fare a me. Avevo pochi soldi, le calze bucate e mi nutrivo esclusivamente di fiocchi d’avena. Che tu ci creda o no, certi weekend venivo fin quassù a piedi.

Con lei Theo perde la parte più importante di sé: il mondo infantile in cui essere diversi è affascinante e poetico. Per nulla sconveniente.

“- Pura meraviglia, un autentico splendore – dichiarava, ripensando a quel periodo: ore e ore trascorse sepolta tra i libri, a guardare e riguardare le stesse vecchie diapositive (Manet, Vuillard) finché la vista non le si annebbiava.
– Può essere assurdo – diceva – ma sarei perfettamente felice di passare il resto della mia vita a guardare sempre la stessa mezza dozzina di quadri. Non mi viene in mente un modo migliore per perdere la ragione.”

Dell’attentato in cui Theo perde la madre non si sa nulla. La motivazione non è importante, non lo sono le modalità. L’attentato in realtà è solo un escamotage per introdurre quello che sarà il tema centrale della narrazione delle pagine successive: cosa succede quando ci si sente smarriti? Quando ci portiamo dentro il peso di un segreto, di un desiderio, di un’ombra? Qualcosa che ci fa vivere sempre con la sensazione di essere sfasati rispetto a quello che ci succede, non in sintonia, incapaci di avere una vita “normale” come quelli che ci circondano?

Theo si sente perduto quando a Las Vegas condivide le giornate con lo scalmanato compagno di scuola Boris, un ragazzo ucraino “pallido e magro, non molto pulito, con i capelli neri che gli cadevano sugli occhi e l’aspetto malsano di uno che vive per strada.” Il suo migliore amico di sempre: caotico, sfrontato, eccessivo, unico.

– É la tua ragazza? – disse Boris, mordendo una mela mentre leggeva alle mie spalle. 

- Levati di torno. 

– Cosa le è successo? – disse, poi, visto che non rispondevo – L’hai picchiata?

– Cosa? – dissi, senza prestargli attenzione. 

– La sua testa. É per questo che le chiedi scusa? L’hai picchiata o cose del genere?

– Sì, come no – sbuffai. Ma poi, notando la sua espressione seria e concentrata, capii che non stava affatto scherzando. 
- Credi che io sia il tipo che picchia le ragazze? – domandai.

 Scrollò le spalle. – Magari se lo meritava. 

– In America non picchiamo le donne. 

Aggrottò le sopracciglia e sputò un seme di mela. – No. Hai ragione. Gli Americani preferiscono perseguitare paesi più piccoli che la pensano in modo diverso da loro.

Theo si aggrappa a Boris e con lui assume le prime droghe, trascorre i primi pomeriggi a ubriacarsi in camera da letto, parlano di musica, di fughe, di darsi al crimine. Con Boris diventa adolescente, e trova un palliativo nelle migliaia di km che separano Las Vegas – dove vive – da New York e la morte di sua madre.

Tutto questo però dura poco. Perché le droghe non sono sufficienti a impedire a Theo di sognare le mattine passate al museo o in giro per gallerie con la madre, a far sì che lui smetta di porsi domande sul proprio futuro. A farlo vivere con Boris, diventando come Boris, dimentico del tempo e della società.

“Alla fine, Boris emise un ultimo sospiro fumoso e rotolò fino al portacenere traboccante accanto al letto per spegnere il mozzicone. – Buonanotte – bisbigliò.
Si addormentò quasi subito – lo intuii dal respiro – mentre io restai sveglio a lungo, la gola secca, stordito e nauseato dalla sigaretta. Com’ero finito in questa nuova, strana vita, in cui nottetempo gli ubriachi mi urlavano contro, avevo sempre i vestiti sporchi e nessuno mi amava?”

Tornato a New York e diventato adulto, però, Theo non riesce neanche ad adattarsi a una nuova vita fatta di avvenimenti comuni, regolare. La vita che avrebbe dovuto vivere se quell’esplosione non fosse mai avvenuta e fosse cresciuto a Park Avenue insieme agli altri ragazzini.

” – Ma già, Theo, giusto, tu non giochi a golf, non scii, non vai in barca, vero?
– Mi spiace, temo di no. – I meccanismi del gruppo erano tali (battute incomprensibili e confusione, tutt’intorno al video delle vacanze sull’Iphone) che era difficile immaginare uno di loro al cinema da solo o a mangiare in un bar. A volte, quell’affidabile cameratismo tra uomini mi dava l’impressione di essere a un colloquio di lavoro. Per non parlare di tutte quelle donne incinte.
– Oh, Theo! Ma non è adorabile? – Con Kitsey che inaspettatamente mi rifilava il neonato di qualche amico, mentre io, terrorizzato, mi tiravo indietro come se fosse un fiammifero acceso.”

Il cardellino è un romanzo sullo smarrimento. Su quella che David Foster Wallace definiva “l’ansia di avere di fronte a sé un numero illimitato di possibilità“.
Come il giovane Richard protagonista di Dio di illusioni – figlio di un benzinaio approdato in un borghese college del New England -, anche Theo vive rinchiuso nella distanza che separa i suoi pensieri da quello che fanno e pensano le persone intorno a lui.

Theo è il ragazzo cresciuto a New York che non riesce ad adeguarsi alla vita randagia e senza punti di riferimento di Boris, ma anche l’uomo che quando si fidanza con la bellissima Kitsey finisce con il correre in cucina a bere un bicchiere di vodka ogni volta che sente parlare di figli, ferie e passeggini.

La diversità di Theo è rappresentata dal quadro Il cardellino del pittore Carel Fabritius, che Theo ruba dal museo poco dopo l’attentato e che torna a tormentarlo a cadenza ciclica per tutto il libro. Il cardellino è l’ossessione per la solitudine, per l’analisi compulsiva delle proprie emozioni. Un’ossessione che Theo riesce a condividere, seppur parzialmente, soltanto con Pippa, una ragazza che quel giorno si trovava nel museo come lui e che è costretta a camminare zoppa a causa delle lesioni riportate nell’attentato.

Pippa, la ragazza che compare nel romanzo stesa in un letto circondata da ciondoli, rosari e palloncini argentati. La ragazzina che come prima cosa chiede a Theo: “che musica ascolti?” e poi gli dice “hai proprio la faccia di uno che ascolta Beethoven“.

Pippa, che riesce a far provare a Theo un amore inspiegabile, involontario, compulsivo,  perché lei stessa è incomprensibile, trasognata, allo stesso tempo vicina e inafferrabile.

“I suoi conturbanti occhi marrone dorato vagavano per la stanza. – Ti annoi? Vuoi che ti porti delle matite colorate?
– Matite colorate? – feci, costernato. – Perché?
– Uh, per disegnarci?
– Be’, ecco…
– Lascia perdere – fece lei, – bastava che dicessi di no.
 E sparì, con Popchik che la seguiva trotterellando, lasciandosi dietro un odore di chewing gum alla cannella mentre io affondavo la faccia nel cuscino, annientato dalla mia stessa idiozia.”

Con lei Teo passa lunghi pomeriggi, chiuso in un appartamento del West Village di New York, ad ascoltare canzoni e parlare di libri come quando a sedici anni tutto il mondo sembra potersi sprigionare in una stanza.

“- Perché mi guardi così?
– Così come? – dissi, allarmato.
– Così. – Non sapevo interpretare lo sguardo strabuzzato che mi fece. Uno che stava soffocando? Un mongoloide? Un pesce?
– Non ti arrabbiare. É che sei sempre serio. É solo che … – Guardò di nuovo l’Ipod e poi scoppiò a ridere un’altra volta. – Oh. – disse – Sostakovic. Roba forte.
Quanto ricordava? mi domandavo, in fiamme per l’umiliazione ma incapace di staccare gli occhi da lei. Non era una cosa carina da chiedere, ma volevo saperlo. Anche lei aveva gli incubi? Il panico? Paura delle persone?”

Pippa è la ragazza che a un certo punto decide di andare a Londra a frequentare l’università. Un po’ per ricominciare, un po’ per cominciare.
Theo si sente abbandonato, lui e il suo quadro, soli in una città ostile dove tutti sembrano star realizzando le proprie ambizioni tranne lui.

“M’irritava soffrire in quel modo. Starmene lì, col cuore in frantumi (per mia sfortuna, era proprio questa la prima espressione che mi veniva in mente) era stupido, sdolcinato, spregevole da debole, sob sob, lei è a Londra, sta con un altro, va’ a comprare del vino e scopati Carole Lombard, lasciala perdere. Ma il pensiero di lei mi affliggeva al punto che non riuscivo a dimenticarla più di quanto non avrei potuto dimenticare un mal di denti.  Era una cosa involontaria, inevitabile, compulsiva. Per anni era stata la prima cosa a cui pensavo appena sveglio, l’ultima quando andavo a dormire, e durante il giorno ci pensavo di continuo, in modo intrusivo, ossessivo e doloroso: che ore sono a Londra? Facevo sempre addizioni e sottrazioni, calcolando il fuso orario, controllavo le previsioni del tempo di Londra sul cellulare, non riuscivo a farne a meno, 11 gradi, le 22:12, lievi precipitazioni, in piedi all’angolo tra Greenwich e la Settima Avenue, di fronte all’ospedale ormai dismesso di St. Vincent, diretto Downtown per incontrare il mio spacciatore, e Pippa, invece, dov’era? Sul sedile posteriore di un taxi, fuori a cena, a bere con gente che non conoscevo, a dormire con gente che non avevo mai visto? Avevo una voglia matta di chiederle qualche foto del suo appartamento, per aggiungere preziosi dettagli alle mie fantasie, ma me ne vergognavo troppo. Con una fitta al cuore pensavo alle sue lenzuola, a come dovevano essere, le immaginavo di un colore scuro da dormitorio, stropicciate, sporche, l’oscuro nido di uno studente, la sua guancia lentigginosa e pallida su una federa marrone o viola, la pioggia inglese che picchiettava contro la finestra. Le sue foto, che tappezzavano il corridoio fuori dalla mia stanza – tante diverse di Pippa, ad ogni età -, erano un tormento quotidiano, sempre inatteso, sempre nuovo; anche se cercavo di evitare che i miei occhi vi si posassero, finivo sempre per cedere e la trovavo lì, a ridere della battuta di un altro o a sorridere a qualcuno che non ero io, un dolore mai sopito, un colpo dritto al cuore.”    

Theo non riesce ad accettare la lontananza, perché l’allontanamento di Pippa lo riporta alla violenza con cui è stato strappato alla magia del mondo che era stato creato per lui dalla madre.

Pippa rappresenta per Theo la musica classica, i ciondoli appesi in camera, le ciocche di capelli e le magliette chiare lasciate sul letto. Rappresenta la trasformazione del ricordo dell’attentato da ostacolo sociale in elemento di unione. Qualunque cosa che avvicini Pippa al mondo esterno lo irrita perché la banalizza, banalizza il loro comune segreto, banalizza la stessa sofferenza di Theo.

“Non c’erano speranze. Semplicemente, mai e poi mai a Mr. Biblioteca Musicale sarebbe potuto importare di lei anche solo la metà di quanto importava a me. Eravamo fatti l’uno per l’altra, fra noi c’era una sintonia da sogno, una magia indiscutibile. Il pensiero di lei inondava di luce ogni angolo della mia mente e versava luce in solai prodigiosi di cui avevo ignorato persino l’esistenza, vedute mozzafiato che si aprivano solo ed esclusivamente in relazione a lei. Ascoltavo in loop il suo compositore preferito Arvo Part, per sentirla più vicina, e bastava che lei nominasse un romanzo letto da poco perché io me lo procurassi, bramoso di entrare nei suoi pensieri come per telepatia. […] A volte, a letto – smarrito nelle mie struggenti fantasticherie, oppiacee ed erotiche – mi intrattenevo in lunghe conversazioni sincere con lei: siamo inseparabili, immaginavo che ci dicessimo (in tono sdolcinato), tenendo una mano sulla guancia dell’altro, non ci lasceremo mai. […]
 Tutto inutile. Peggio che inutile, umiliante. Quando veniva a trovarmi lasciavo sempre socchiusa la porta della mia stanza, un invito neppure troppo velato. Persino l’adorabile strascicare dei suoi passi (come la Sirenetta, troppo fragile per camminare sulla terra) mi faceva impazzire. Lei era il filo dorato che intesseva ogni cosa, una lente che ingigantiva la bellezza a tal punto che il mondo appariva trasfigurato attraverso di lei, e solo lei. Avevo provato a baciarla due volte: la prima, ubriaco, in un taxi; la seconda in aeroporto, disperato al pensiero che non l’avrei vista per mesi o, forse, anni. – Scusami – le avevo detto, un po’ troppo tardi.
- Non preoccuparti.
 – No, davvero, io… 
- Ascolta… – Un dolce sorriso sfocato. -Non c’è problema, ma tra poco devo imbarcarmi. – (Non era vero.) – Stammi bene, okay?
Stammi bene. Cosa diavolo ci trovava in quell’Everett? L’unica cosa che riuscivo a pensare era quanto dovesse trovarmi noioso, se preferiva a me un budino insapore come quel tipo.”

Come se Everett, mister Biblioteca Musicale, fosse lì a ricordare a Don Chisciotte-Theo, che la guerra che lui sta credendo di combattere contro il mondo si sta in realtà svolgendo solo contro dei banali mulini a vento, e che per di più Pippa non è e non sarà mai sua.

La bellezza di un romanzo come il Cardellino è che solo inizialmente parla di un bambino che rimane coinvolto in un attentato. In realtà parla di un ragazzo che cerca disperatamente un compromesso tra il fare qualcosa di buono ed essere felice, tra il parlare con sé stesso e il non abbandonarsi alla disperazione. É un romanzo sulla costante ricerca dell’equilibrio tra noi come individui e il mondo in cui viviamo. Tra quello che ci succede e il nostro modo di affrontarlo. Tra la bellezza del disordine in un appartamento di Las Vegas e la musica classica ascoltata nella penombra di un pomeriggio autunnale del Village.

Il cardellino è un romanzo che non parla di un ragazzo orfano nell’America del 2000, ma di un ragazzo che ha un passato e deve imparare a conviverci, possibilmente convivendoci bene.

É un romanzo denso, carico di bellezza, di cui è impossibile riassumere la trama, le sfaccettature, il significato.

Un romanzo sulla solitudine e sul mistero, sull’amicizia e sull’amore.

Sul fatto, soprattutto, che conservare i propri segreti è importante. E certe volte è necessario. Che la vita è breve e il destino è crudele. Sul fatto che l’equilibrio molto spesso non è possibile, ma è tra i vuoti e i pieni che nascono l’amore, l’arte e il sublime. Che non possiamo scegliere le persone che siamo, ma possiamo imparare a riconoscere il nostro simile e ad amare chi è diverso. Che dobbiamo difendere il nostro Cardellino dagli attentati, dalla rovina e dalla dimenticanza.

Che non è possibile scegliere le cose che ci capitano, ma molto spesso quello che ci capita non è che le prime 50 pagine del libro.

Tutto quello che viene dopo è la vera storia.

 

 

 

 

 

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Cosa è rimasto di Franz? Una scritta: dopo lungo errare, il ritorno (15/20)

MILAN KUNDERA
L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE
Adelphi
Difficoltà: 5/5
Per il lettore accanito

“Che è rimasto della gente che moriva in Cambogia?
Una grande foto di un’attrice americana che tiene in braccio un bambino di razza gialla.
Che è rimasto di Tomas?
Una scritta: voleva il Regno di Dio sulla Terra.
Che è rimasto di Beethoven?
Un uomo aggrottato con una chioma inverosimile che pronuncia con voce cupa: – Es muss sein!
Che è rimasto di Franz?
Una scritta: dopo lungo errare, il ritorno.
E così di seguito. Prima di essere dimenticati, verremo trasformati in Kitsch. Il Kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio.”

***

Dare una descrizione di quest’opera credo sia impossibile. Potrei ridurre tutto alla trama, ovvero l’amore di due coppie, o all’assunto filosofico dell’eterno ritorno (il Es Muss Sein! di Beethoven che significa Deve essere!), o alla considerazione su quanto sia in realtà pesante anche la leggerezza dell’amore.
Potrei dire molte cose. Tutte con un peso pressoché nullo.
Quindi l’unica cosa che posso dire è questa: se avete un amico che reputate intelligente, interessante, migliore di voi, a tratti incomprensibile, andate in libreria e comprate L’insostenibile leggerezza a scatola chiusa. Ci penserà lui a riempire gli spazi lasciati vuoti dalle mie parole e da Wikipedia.

 

DONNA TARTT
DIO DI ILLUSIONI – LA STORIA SEGRETA

Bur
Difficoltà: 4/5
Per lo studente di filosofia o di lettere

“-Si può sapere perché non hai pagato quelle multe?-sibilò Henry.
-Lasciami stare.
Camminammo sulla neve per un tempo che parve di ore, finché il vitale formicolìo nei miei piedi si mutò in disagevole torpidità; dinnanzi a me stivaloni da poliziotto, neri nella neve, manganelli che sbattevano sulle loro cinture. Un elicottero passò in un rombo al di sopra degli alberi, rimase fermo per un momento, poi sfrecciò di nuovo da dove era venuto. La luce diminuiva e la gente cominciava a rifluire verso casa.
-Andiamo-disse Francis per la quarta o quinta volta.
Ci stavamo finalmente allontanando allorché un poliziotto ci sbarrò il passo: -Ne avete abbastanza?-disse sorridendo: un tipo con faccia e mustacchi rossi.
-Eh sí-rispose Henry.
-Conoscete quel ragazzo?
-Si dà il caso di sì.
-Non avete idea di dove possa essersi cacciato?
Se questo fosse un film, pensai, guardando gentilmente la faccia bovina del poliziotto, se questo fosse un film, ci staremmo comportando in modo davvero sospetto.”

***

Ho letto questo romanzo per la prima volta a quindici anni. Era estate ed ero in montagna con i miei genitori. Avevo visto da poco il film L’attimo fuggente e la trama di questo libro mi colpì appena la lessi. Un ragazzo proletario in un prestigioso college americano decide di partecipare ad un controverso corso di greco antico e qui viene affiliato da una confraternita che si propone di scoprire la verità attraverso i riti greci. La situazione presto precipita e il protagonista dovrà rivalutare le sue idee filosofiche e il rapporto che aveva instaurato con i ragazzi della confraternita.
Questa la trama. Interessante di per sé, ma nulla di eccezionale, se a parte essa non ci fosse altro.

In realtà Dio di Illusioni riesce a coniugare il clima del romanzo thriller con il linguaggio della filosofia e il citazionismo di un’autrice appassionata di letteratura. È una di quelle storie per cui l’etichetta di thriller sarebbe calzante, ma a cui i critici hanno deciso di risparmiarla per non fuorviare l’opinione dei lettori. È un regalo perfetto se avete un amico a cui volete regalare una storia di ambientazione accademica che però al tempo stesso dia la soddisfazione di leggere un classico e abbia il ritmo di un romanzo di Stephen King.

 

EMILY BRONTȄ
CIME TEMPESTOSE

Bur
Difficoltà: 4/5
Per la ragazza adolescente

“ Due parole esprimerebbero il mio futuro …  morte e inferno. La vita, se avessi perduto lei, sarebbe un inferno. Fui solo un pazzo a credere per un momento ch’essa apprezzare l’affetto di Edgar Linton più del mio. L’amasse pure con tutte le forze del suo essere bambinesco, non riuscirebbe ad amarla in ottant’anni quanto io un solo giorno. E Caterina ha un cuore profondo quanto il mio: ed è più facile che quel secchio contenga il mare, che non che lui riesca ad attirare su di sé tutta la capacità d’amare di Caterina. Via! Egli le è appena un poco più caro del suo cane e del suo cavallo. Non ha la stoffa per essere amato come me: come può essere amare in lui quello che non ha?”

 

THOMAS MANN
TONIO KRȌGER

Einaudi
Difficoltà: 3/5
Per il ragazzo adolescente

“Hai poi letto il Don Carlos, Hans Hansen, come mi avevi promesso al cancello del giardino? Non leggerlo! Non te lo chiedo più. Che importa a te se il re piange perché è solo? I tuoi occhi luminosi non debbono velarsi della stupida aria trasognata che dà la lettura dei versi e delle malinconie… Essere come te! Ricominciare da capo, crescere simile a te, dritto, allegro e schietto, regolare e normale, d’accordo con Dio e col mondo, essere amato dai semplici e dai felici, sposare te, Ingeborg Holm, e avere un figlio come te, Hans Hansen; vivere e amare in letizia, libero dalla maledizione del conoscere e dal tormento creativo, nella beatitudine del quotidiano! Ricominciare da capo? Ma non varrebbe a nulla. Sarebbe ancora lo stesso, tutto avverrebbe ancora come è già avvenuto. Sì, vi sono alcuni che necessariamente smarriscono la strada, perché per loro non esiste una strada giusta.”

***

Cime Tempestose e Tonio Kröger possono essere considerati come le due facce di una stessa medaglia. Cime Tempestose perché racconta la storia tragica dell’amore tra l’orfano Heathcliff e la giovane Catherine, osteggiato dall’irruenza dei protagonisti più che dalle convenzioni sociali, l’opera di Thomas Mann perché racconta la storia di un adolescente timido e solitario che si tormenta  per quell’insuccesso tutto adolescenziale verso l’altro sesso che caratterizza i ragazzini che non riescono ad essere estroversi.

Tonio e Catherine possono essere molto utili ai tardo adolescenti per cominciare a scendere a patti con sé stessi e ad accettarsi. Le ragazze vedranno in Catherine lo specchio di quella forza che porta una donna a scegliere di non ammansirsi e i ragazzi impareranno con Tonio ad apprezzarsi nelle proprie caratteristiche.

Sono i regali perfetti per i fratelli e le sorelle minori, specialmente se conformisti ma confusi o introversi e tormentati.

 

NICOLAI LILIN
EDUCAZIONE SIBERIANA

Einaudi
Difficoltà: 3/5
Per tutti gli uomini

“Quella fiaba parlava di un branco di lupi che erano messi un po’ male perché non mangiavano da parecchio tempo, insomma attraversavano un brutto periodo. Il vecchio lupo capo branco però tranquillizzava tutti, chiedeva ai suoi compagni di avere pazienza e aspettare, tanto prima o poi sarebbero passati branchi di cinghiali o di cervi, e loro avrebbero fatto una caccia ricca e si sarebbero finalmente riempiti la pancia. Un lupo giovane, però, che non aveva nessuna voglia di aspettare, si mise a cercare una soluzione rapida al problema. Decise di uscire dal bosco e di andare a chiedere del cibo agli uomini. Il vecchio lupo provò a fermarlo, disse che se fosse andato a prendere il cibo agli uomini sarebbe cambiato e non sarebbe più stato un lupo. Il giovane lupo non lo prese sul serio, rispose con cattiveria che per riempire la pancia non serviva a niente seguire regole precise, l’importante era riempirlo. Detto questo, si avviò verso il villaggio.

Gli uomini lo nutrirono con i loro avanzi, e ogni volta che il giovane lupo si riempiva la pancia pensava di lasciare il villaggio e tornare nel villaggio insieme agli altri, poi però lo prendeva il sonno e lui rimandava ogni volta il ritorno, finché non dimenticò completamente la vita di branco, il piacere della caccia, l’emozione di dividere la preda con i compagni.

Cominciò ad andare a caccia insieme con gli uomini, ad aiutare loro anziché il lupi con cui era nato e cresciuto. Un giorno, durante la caccia, un uomo sparò a un vecchio lupo che cadde a terra ferito. Il giovane lupo corse verso di lui per portarlo al suo padrone, e mentre cercava di prenderlo con i denti si accorse che era il vecchio capo branco. Si vergognò, non sapeva cosa dirgli. Fu il vecchio lupo a riempire quel silenzio con le sue ultime parole.

-Ho vissuto la mia vita come un lupo degno, ho cacciato molto e ho diviso con i miei fratelli tante prede, così adesso sto morendo felice. Invece tu vivrai la tua vita nella vergogna,  da solo, in un mondo a cui non appartieni, perché hai rifiutato la dignità di lupo libero per avere la pancia piena. Sei diventato indegno. Ovunque andrai, tutti ti tratteranno con disprezzo, non apparterrai né al mondo degli uomini né a quello dei lupi… Così capirai che la fame viene e passa, la dignità una volta persa non torna più.”

***

Nicolai Lilin è stato prima di tutto il caso letterario del 2009. Tatuatore, siberiano, un passato sordido da soldato in Cecenia, la sua storia sembrava scritta apposta per attrarre le folle ancora prima della lettura delle sue opere.

Ecco, io spero che affronterete questo consiglio senza pregiudizi né scetticismo. Questo perché Educazione Siberiana è il romanzo di formazione italiano più bello che ho letto negli ultimi anni e perché dalla sua lettura si può avere lo scorcio di una società che non conosciamo e non possiamo conoscere. Il racconto del protagonista mischia esperienze personali e considerazioni sociologiche con storie mitiche e leggende in un affresco assolutamente affascinante.

È un romanzo adatto da regalare a un fidanzato anche se non avvezzo alla lettura oppure a una ragazza appassionata di viaggi e nuove culture. In ogni caso piacerà a tutti gli uomini, e potrete contare su altri due libri dello stesso autore (Caduta libera e Il respiro del buio) come regali per eventuali anniversari.