Attimi che bruciano a lungo / come fiammiferi

 

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Autore: JOHN WILLIAMS
Titolo: STONER
Editore: FAZI EDITORE
Pagine: 332
Prezzo: 17,50 Euro

 

 

 

 

 

“Master alzò un uovo sodo dal buffet come se fosse una sfera di cristallo e disse: -Signori, avete mai riflettuto sulla vera natura dell’università? Mr Stoner? Mr Finch? […]
-E tu Finch? Cosa ne pensi?- Alzò una mano. -Ora dirai che non ci hai riflettuto. […] Ma vi sbagliate entrambi. L’università è un ospizio, o come le chiamano adesso? Una casa di riposo, per vecchi e malati, per gli infelici, o gli inetti di ogni genere. Guardate noi tre. Siamo noi l’università. Un estraneo non se ne renderebbe conto, ma noi sappiamo bene cosa abbiamo in comune. Lo sappiamo benissimo.
Finch non smetteva di ridere: -E cosa abbiamo in comune, Dave?
-Cominciamo da te, Finch. Con tutto il rispetto, direi che di noi tre sei il più incompetente. Come sai tu stesso, non sei una cima, anche se questo c’entra solo in parte.
-Eccoci qua-disse Finch, sempre ridendo.
-Ma sei abbastanza intelligente, solo abbastanza, per capire che fine faresti nel mondo reale. Sei votato al fallimento, e lo sai. Anche se sai comportarti da figlio di puttana, non sei abbastanza spietato da esserlo fino in fondo. Non sei certo l’uomo più onesto che abbia mai conosciuto, ma non sei neanche un campione di disonestà. Da un lato sei capace di lavorare, ma sei anche sufficientemente pigro per lavorare meno di quello che il mondo si aspetterebbe da te. E non sei fortunato, no davvero. Non emani alcuna aura, hai sempre l’espressione un po’ spaesata. Nel mondo esterno saresti sempre sul punto di farcela, per poi finire vittima dei tuoi fallimenti. Quindi sei un predestinato, un eletto: la provvidenza, la cui ironia mi ha sempre divertito, ti ha strappato alle grinfie del mondo e ti ha piazzato qui, al sicuro tra i tuoi fratelli.
Poi, sorridendo con aria malevola, si rivolse a Stoner:
-Non credere di scappare, amico mio. Ora tocca a te. Chi sei tu, veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio? Oh, no. Anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. Sei abbastanza intelligente, di certo più del nostro comune amico. Ma in te c’è il segno dell’antica malattia. Tu credi che ci sia qualcosa, qui, che va trovato. Anche tu sei un votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti per terra a chiederti cos’è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Non riusciresti ad affrontarlo, a combatterlo, perché sei troppo forte e troppo debole assieme. E non hai un posto dove andare.
-E tu, allora?-, chiese Finch. -Che ci dici di te?
-Oh-, disse Masters, poggiando la schiena alla sedia, -io sono come voi. Anzi, peggio. Sono troppo intelligente per il mondo, e me ne andrei anche in giro a dirlo. E’ una malattia incurabile, la mia. Per questo devo essere rinchiuso qui, dove posso comportarmi in modo irresponsabile senza alcun pericolo, senza far del male a nessuno-. Poi si avvicinò di nuovo al tavolo, sorridendo agli altri. -La verità, signori, la verità è che siamo tutti dei miserabili buffoni. E siamo al freddo.”

William Stoner è figlio di una  famiglia di contadini e nel corso di questo romanzo riesce a diventare professore in un università americana. In più, diventa professore pur essendo un uomo mite, riflessivo, per nulla piegato ai giochi di potere propri di ogni luogo in cui qualcuno decide del successo di qualcun altro. 

Già solo questa nota biografica ha fatto sì che in questi mesi siti e inserti culturali abbiano parlato di William Stoner come dell’ultimo degli eroi regalatici dalla letteratura americana (ultimo per noi, il romanzo è stato pubblicato negli anni ’50, ma è stato tradotto in Italia solo nel 2012). Un incorruttibile. Un uomo morale. Un “puro”, come direbbero alcuni.

Bene. La prima cosa che devo dirvi è che Stoner non è un eroe. Al contrario, Williams all’interno di questo romanzo ci restituisce nella cornice di uno stile tanto bello da far male la vita di un uomo involontariamente debole, passivo, completamente privo dell’ardore cavalleresco di un Don Chisciotte. La sua figura è tutta racchiusa nelle parole di Masters che ho citato poco qui sopra. 

Stoner è un uomo buono, che si sente buono e crede di non nuocere a nessuno, ma non è un eroe perché a causa della sua mancanza di coraggio finisce con l’ottenere lo stesso risultato di un uomo malvagio: ferisce le persone che lo amano. Rimane solo. Non riesce a salvare la persona che più ama e più meritava una dimostrazione del suo amore.

il romanzo di John Williams parla di come dietro un grande insegnante possa vivere un uomo di deboli ideali. Di come i sentimenti valgano qualcosa se dimostrati al momento giusto. Parla dell’importanza di operare delle scelte. Di compiere un gesto di rottura in quelle poche volte in cui la vita ce lo chiede.

In questo senso, anche lo stile “dolce” non deve ingannare, perché è lo stile dolce con cui quando sbagliamo ci raccontiamo di averlo fatto in buona fede e che in fondo è stato meglio così.

Stoner è un grande romanzo e andrebbe letto da tutti indiscriminatamente. In alcuni tratti farà un po’ male, ma come fanno male i libri che parlano dei nostri difetti e ci mostrano la via per essere persone e amici/parenti/amanti migliori.

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Autore: ELIAS CANETTI
Titolo: LA TORTURA DELLE MOSCHE
Editore: Adelphi
Pagine: 174
Prezzo: Lire 20.000

 

 

 

 

La lettura si riproduce in me attraverso la lettura, non ubbidisco mai a sollecitazioni esterne, o solo a distanza di molto tempo. Quello che leggo voglio che sia una mia scoperta. Chi mi consiglia un libro me lo strappa di mano, chi me lo esalta me lo gusta per anni. Mi affido soltanto ai grandi spiriti che venero profondamente. Essi possono consigliarmi tutto. Per destare la mia curiosità è sufficiente che menzionino un particolare di un libro. Per contro, ciò che nominano gli altri con le loro frivole bocche è come investito di una maledizione. Così mi è stato difficile venire a conoscenza dei grandi libri, giacché le opere davvero eccellenti sono entrate a far parte del patrimonio di tutti.”

Questa citazione spiega molto bene i sentimenti contrastanti che ho provato all’idea di parlare su questo blog di Elias Canetti e della Tortura delle mosche. Sono decisamente possessiva verso i libri che nessuno recensisce e che io invece amo e venero e rileggo di continuo. Tuttavia, mi sono detta, il senso di avere un blog è quello di non essere possessivi e quindi ecco qui il mio libro preferito di quest’anno.

Per riassumere: Elias Canetti è stato il primo studioso ad affrontare il tema della massa all’interno della società moderna. Il suo saggio Massa e potere ha creato accesi dibattiti nelle università e le teorie in esso contenute sono state tanto usate quanto abusate da parte di giornalisti, sociologi e scrittori.

Molti di voi probabilmente non avranno mai sentito nominare né Massa e potere né Canetti, ma sua è la teoria secondo cui le persone fanno massa perché spaventate dal contatto con l’estraneo, l’idea per cui nulla spaventa l’uomo più di quello che non conosce e non può controllare. L’assunzione per cui la massa è omogenea e facilmente controllabile perché unisce le persone non in base alle passioni, che sono diverse da uomo a uomo, ma in base alle paure, che sono poche e comuni anche a uomini diversi tra loro.

La Tortura delle mosche è una raccolta di aforismi tratti dalle decine di taccuini che Canetti ha riempito nel corso della sua lunga vita e contiene frasi che spaziano dalle considerazioni sociologiche agli scorci di diario, agli abbozzi di descrizioni, alla poesia.

Al suo interno ci sono osservazioni:

“Di tutti gli ostacoli nessuno è più allettante di una corrente.”

L’analisi del comportamento di un uomo tormentato:

Non a star solo devo imparare, perché questo non mi riesce difficile, anzi mi piace, ma a star zitto quando sono in mezzo agli altri. Quel mio modo improvviso di erompere con discorsi rapidi e veementi è indegno e suscita sgomento. Quasi non importa a chi sono diretti, se gli altri mi capiscono o meno; le parole in quanto tali, le parole che io stesso pronuncio hanno su di me un effetto atroce e devastante. Sono troppo forti, devo mitigarle mettendole per iscritto. Ciò che dico è talmente violento che chiunque mi ascolti si sente costretto a svicolare, non foss’altro per tutelarsi da me. Ma io non posso svicolare, non posso eludere le mie parole, di queste sono in balìa; le sento, le assimilo, le comprendo appieno, e a causa di esse entro in agitazione come un mare in tempesta.

Ma anche piccoli dipinti pregnanti come le notti stellate di Van Gogh:

Vorrebbe degli attimi che bruciano a lungo, come un fiammifero.”

Immagini oniriche come il passaggio del tempo surrealista:

“Di fronte alla notizia dei rondoni che durante la notte e alle grandi altezze volano dormendo, mi ha commosso il pensiero che sogno e volo ancora coincidono.”

Espressioni di rammarico verso paesi che sembrano non avere la forza di inseguire quelle sofferenze che sono proprie di chi vive e si consuma con le proprie passioni:

“Un paese nel quale si respira soltanto per nostalgia.”

Gli aforismi di Canetti sono al tempo stesso critica, esortazione e monito. Dentro vi si trovano la forza, il tormento e la dolcezza di un uomo che ha attraversato il secolo breve chiedendosi perché l’uomo senta il bisogno di “non essere solo”. Un uomo che forse non è mai riuscito a farsi una ragione della risposta ai suoi stessi dubbi e per questo l’ha scritto in decine di taccuini.

“Vorrebbe strapparsi il cuore dal futuro.”

In ogni caso, è un libro di quelli che si riempiono di orecchie e scritte e punti esclamativi e che si regalano e si consigliano e si dimenticano nella speranza che qualcuno li trovi e li legga.

Uno di quei libri con cui essere possessivi è proprio un grande peccato, e del quale quindi ho deciso di parlarvi.

Susan Cain - Quiet

 

 

 

Autore: SUSAN CAIN
Titolo: QUIET – IL POTERE DEGLI INTROVERSI
Editore: Bompiani
Pagine: 358
Prezzo: 17,00 Euro

 

 

 

“La personalità plasma anche il nostro stile di socialità. Gli estroversi sono coloro che danno brio a una festa e ridono generosamente alle barzellette raccontate dal padrone di casa. Tendono a essere risoluti e dominanti, hanno sempre bisogno di compagnia. Gli estroversi pensano ad alta voce e di fronte agli altri, preferiscono parlare anziché ascoltare, solo di rado rimangono senza parole. ogni tanto scappa loro di bocca qualcosa che avrebbero preferito non dire. Temono molto di più la solitudine dei conflitti. Gli introversi, al contrario, possono anche possedere solide competenze sociali (le cd. social skills) e godersi un party o una riunione di lavoro, ma dopo un po’ desiderano soltanto starsene a casa in ciabatte. Preferiscono dedicare le proprie energie sociali agli amici, ai colleghi, ai familiari più stretti. Ascoltano più di quanto parlano e molto spesso danno l’impressione di esprimersi meglio in forma scritta che orale. Tendono a rifuggire i conflitti. Molti detestano chiacchierare del più e del meno, preferendo dedicarsi a discussioni intime e profonde.”

Prima di diventare famosa con il saggio Il potere degli introversi, Susan Cain lavorava come avvocato per un grande studio d’affari. Se cercate dei video di presentazione di questo libro vedrete una donna dall’aria dolce e poco aggressiva, una ragazza che nel libro si autodefinisce “una persona pacata e sognatrice.”

Il tema centrale di Quiet è, per ammissione della stessa autrice, un interrogativo che l’ha sempre tormentata: è possibile avere successo pur essendo una persona introversa? Più precisamente: è possibile far valere all’interno di un posto di lavoro le proprie caratteristiche di persona introversa come caratteristiche vincenti? Oppure per arrivare in posizioni apicali è necessario dissimularle, sforzarsi di essere più sociali, più estroversi, più protagonisti?

A primo impatto questi interrogativi appaiono banali e scontati nella risposta (certo che conta essere carismatici, se sei intelligente ma nessuno lo sa a cosa serve?). Tuttavia, le domande di Susan Cain tormentano la maggior parte degli introversi fin dai tempi della scuola e delle feste di compleanno all’età di sei anni.

Facendo qualche esempio: un bambino introverso difficilmente sarà cresciuto senza qualcuno che lo tormentava perché “facesse amicizia” e “socializzasse con gli altri bimbi”. Un adolescente introverso molte volte si sarà sentito porre dai genitori la domanda: “Ma non hai voglia di uscire?” oppure li avrà sentiti parlare tra loro preoccupati del fatto che il figlio “sta sempre in casa”.

Io stessa ricordo che quando arrivai all’università mi sentii dire da una ragazza più grande: “Non si viene alla Bocconi per studiare, si viene alla Bocconi per costruirsi un network. Se durante l’università conosci gente, uscirai che avrai già un lavoro.”
Cosa probabilmente vera, ma che a me creava l’angosciante dubbio: e io, allora?

Cosa succede a quelli che vanno a scuola perché amano studiare? A quelli che, come me, quando si tratta di “essere spigliati” sono una via di mezzo tra il rincoglionito, l’impacciato e la persona che se la tira? Devono rassegnarsi all’ultima fila e vedersi passare davanti la persona estroversa?
Possibile che l’introverso sia come l’albero che cade nella foresta deserta e non fa rumore?

Ecco, capirete che questi non sono interrogativi di poco. Al di là del fattore personale, anche perché sono alla base di tutta una serie di fenomeni fioriti negli ultimi venti-trent’anni: i corsi per imparare a parlare in pubblico, i manuali di auto aiuto, il lavoro multi-tasking, i work teams, gli uffici open space, gli incontri con i tutor didattici per imparare come presentarsi ad un colloquio.

Tutti fenomeni improntati sullo stesso assunto: insieme è bello, soli è male.

Il libro di Susan Cain si inserisce in questo panorama con un approccio semplice ma al tempo stesso rivoluzionario: spiegare come e perché una persona introversa può riuscire a raggiungere una posizione apicale senza necessariamente fingersi estroversa. Quiet muove dalla base comune dei manuali di auto aiuto (mostrare che l’introversione è una caratteristica, non un difetto da correggere) per poi prendere il largo e arrivare negli studi legali delle grandi metropoli, nei consigli di amministrazione delle multinazionali, nelle poltrone del Congresso, a Wall Street e mostrare come spesso, nonostante questi soggetti siano poco conosciuti al grande pubblico, in ogni grande azienda ci siano uno o più “grandi capi” schivi, riservati e persino impacciati quando si trovano in contesti che non conoscono. Persone che non vanno alle cene aziendali, non portano i figli allo sci club, magari collezionano francobolli, o vanno a fare camminate in montagna invece di frequentare locali e ristoranti in voga.

Quiet è un saggio innovativo perché unisce una forma scorrevole e leggera a una tesi esaustiva e ben articolata. Mostra attraverso molti esempi come non necessariamente in un posto di lavoro l’estroversione sia vincente rispetto alla riservatezza. In aggiunta a ciò, sfata il mito per cui esistano luoghi di lavoro (per primo l’ambito legale, campo di provenienza dell’autrice) poco adatti alle persone non aggressive. Mostra, e secondo me questo ne è il pregio principale, come solo la convinzione di non essere “adatti” o “all’altezza” ci faccia apparire davvero non adatti e non alla altezza di un ambiente a cui vogliamo avvicinarci.

Per la prima volta mette scritto nero su bianco che essere introversi ed essere ambiziosi non sono caratteristiche incompatibili né tantomeno difficili da coniugare. Cosa che, considerato che secondo le stime le persone introverse sono un terzo delle persone totali (ognuno di voi ne conoscerà sicuramente diversi), costituisce sicuramente un cambio di prospettiva utile ed educativo nello studiare come avvicinarsi o muoversi nel mondo del lavoro.

9788860442420

 

 

Autori: EDOARDO ALBINATI E FILIPPO TIMI
Titolo: TUTTALPIU’ MUOIO
Editore: Fandango Tascabili
Pagine: 603
Prezzo: 10 Euro

 

 

 

“Mancano poche decine di metri a casa. 
Debbo attraversare i binari del tram, ma calcolo male lo spazio tra due ringhiere e riesco a passarci con la ruota della bici, ma non con le gambe.
Batto una ginocchiata contro la ringhiera, mi ribalto e cado in mezzo ai binari del tram.
Non so se qualcuno mi ha visto perché era tardissimo e sembrava che le luci del quartiere Flaminio fossero tutte spente. 
Ma mi sono rialzato bestemmiando, ho sollevato per aria la bicicletta e l’ho scaraventata via.
La mia bella bicicletta.
Tutto dolorante, sono andato a dormire e la mattina dopo la bici non c’era più.”

Filippo Timi è uno degli attori più particolari che il cinema italiano ci ha regalato negli ultimi cinque o sei anni. È stato il protagonista di Come Dio Comanda di Salvatores, Mussolini in Vincere di Bellocchio, più una serie di produzioni meno conosciute come Ruggine, La doppia ora e Quando la notte e molte interviste televisive in programmi come Le invasioni barbariche, Very Victoria etc.

Lo scetticismo di quando in libreria ci si trova di fronte l’opera di un personaggio famoso è difficile da superare, ma di Timi ricordavo il periodo in cui sui giornali si parlava di lui prima come scrittore, e solo dopo come attore. Quindi un giorno ho comprato questo libro e ne sono rimasta fulminata già dalle prime pagine.

La trama percorre il filone del romanzo autobiografico. Il protagonista è Filo, un ragazzo nato e cresciuto a Perugia che si trasferisce a Roma nel tentativo di diventare attore.

Potrebbe essere il solito polpettone pseudo kafkiano intriso di critica sociale da due soldi e invece è un romanzo forte, vivo, torrenziale nella narrazione.

Una sera, parlando su una scalinata con accanto una bottiglia di vino, un mio amico ha descritto questo libro dicendo:

“È come uno di quei momenti in cui sei a una festa tutto preso a far finta di divertirti e senza farci caso ti ritrovi a guardare la pista come se fossi un osservatore esterno. All’improvviso tutti ti sembrano unti e sudaticci e intenti a strusciarsi su tipe unte e sudaticce con il trucco sbavato come delle puttane da quattro soldi. E più li guardi e più ti sembrano patetici. E allora tu ti riempi di vergogna al pensiero di chissà quanta gente vedendoti insieme a loro avrà pensato la stessa cosa di te. E quindi non te ne accorgi neanche, ma ti sei fottuto la serata. Il sogno è finito. Game over.”

Ecco, tuttalpiù muoio è come guardare da fuori una festa di gente unta e sudata.

Attraverso le gambe di Filo ti sembra di correre dentro un incubo lungo decine di vie dei navigli:

“Quando mi è tornato in mente tutto questo?
E perché?
Dev’essere perché sono ubriaco, e bestemmio, e sono appena scappato da un bar di froci che facevano finta di non esserlo.”

Attraverso i suoi occhi puoi vedere le imposte chiuse del monolocale che ti sta facendo impazzire con l’anidride carbonica dei tuoi stessi respiri:

“L’altra soluzione, per modo di dire, sarebbe quella di tornare a Perugina.
Tornare a casa dai genitori.
Certo aiuterebbe dal punto di vista del cibo.
E a Perugina, almeno, non sarebbe costretto a star chiuso in casa come a Roma, senza mettere fuori il naso perché non ha nemmeno i soldi per un supplì.
Non riesco a farmi venire sonno e dormire solo per cercare di non pensare e di non vivere e di non uscire.
Tutto sembra offendermi solo perché sono povero.”

Attraverso le sue braccia ti sembra di sollevare per aria quella dannata bicicletta e andartene bestemmiando con il ginocchio che pulsa lungo i binari del tram.

Tuttalpiù muoio è la storia di uno che va in una grande città e crede di trovare l’America e invece trova tombini puzzolenti, gente sudata, pochi soldi e vagonate di bestemmie e insoddisfazioni.

In Tuttalpiù muoio non ci sono salvezze o redenzioni o finali che diano un senso alle pagine prima e all’esistenza in generale. Non c’è l’amore che salva il mondo né il successo e neanche un qualcosa che giustifichi le sofferenze.

C’è la potenza dell’essersene andati ed essersi fatti la propria vita. Ma come nel riprendere la giacca e avviarsi soli verso casa dopo una festa, c’è anche quella sensazione di solitudine che ha il rumore delle chiavi che girano nella serratura e la consistenza del riscaldamento che ha scaldato troppo in nostra assenza.

È un romanzo che ha la trama fitta di un disegno complesso. Un grande romanzo perché ha la forza della vita e del suo rumore e del suo silenzio. Ha la forza di ognuno di noi, ma anche di tutto quello che c’è e che non c’è intorno a noi.

Un romanzo che andrebbe letto da tutti quelli che hanno la sensazione di essere vivi e continuamente in cerca di qualcosa. E che ogni tanto si chiedono se alla fine il loro cercare non sia anche un poco inutile.

Un libro che andrebbe letto per continuare a sbattere le ginocchia contro le ringhiere, a guardare da fuori le feste che finiscono, e restare chiusi in casa a commiserarsi invece di fare la scelta più logica e tornare a Perugina dai genitori.

 “Cosa dicono di me?
Cosa mi dicono?
Sei ubriaco, lascia perdere, non lo ascoltate, adesso vi tira fuori la sua solita storiella che oramai conosciamo tutti  e non fa più ridere nessuno, ma lui se non vomita davanti a tutti sta male.
Allora, lo sappiamo che balbetti, che non ci vedi e che sei stato stuprato, ho dimenticato qualcosa?
Ah sì, certo, che tu racconti questo a tutti perché non riesci più ad amare nessuno, e non ce la fai a collegare il cuore alla vita.
Che palle! Cambia personaggio!

Tu credi davvero che il parlare sia oltraggioso?
O che urlare lo sia?
O che il silenzio?

Anch’io, checché se ne dica, come mio padre prima di andare a letto, metto il portafogli sopra il tavolo della cucina, anch’io, alla fin fine, sono un uomo.”

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“La polizia ha deciso di attaccare la scuola!”

Tanto ciò è vero che nessuno degli imputati ha mai posto in dubbio che l’esito dell’operazione era stato l’indiscriminato e gratuito pestaggio di pressoché tutti gli occupanti del plesso scolastico, preceduta dall’altrettanto gratuita aggressione portata dagli operatori della polizia nei confronti di cinque inermi persone che si trovavano al di fuori della scuola.

[…]

Le parti hanno concordemente riferito che tutti gli operatori di polizia, appena entrati nell’edificio, si sono scagliati sui presenti, sia che dormissero, sia che stessero immobili con le mani alzate, colpendo tutti con i manganelli (i cd. tonfa) e con calci e pugni, sordi alle invocazioni di “non violenza” provenienti dalle vittime, alcune con i documenti in mano, pure insultate al grido di: “Bastardi!”

Allora è del tutto condivisibile il giudizio espresso dalla corte Genovese di condotta cinica e sadica da parte degli operatori di polizia […] tanto che, perfino alcuni privati cittadini, che stavano effettuando delle riprese video dell’arrivo della polizia in via Cesare Battisti, avevano significativamente commentato ad alta voce: “La Polizia ha deciso di attaccare la scuola!”

[….]

Ed allora, del tutto logicamente i giudici territoriali hanno interpretato il già per sè eloquente “Basta! Basta!” intimato da Fournier ai suoi uomini non appena avvedutosi del corpo esamine Melanie Jonasch, come sintomatico del superamento di ogni limite  e come ordine di interrompere una condotta fino a quel momento accettata o comunque preventivata, solo l’eccesso della violenza avendo costretto Fournier , per paura di ulteriori e più gravi conseguenze, a far allontanare i propri uomini, consentendo così che le violenze avessero contestualmente termine, violenza la cui entità era risultata ripugnante allo stesso comandante del reparto che, non appena ritornato nel cortile della scuola, aveva espresso al Canterini la volontà di “non lavorare più con questi macellai qui”.

[Corte di Cassazione Penale – V SEZIONE – Sentenza 38085/2012]

Cosa è rimasto di Franz? Una scritta: dopo lungo errare, il ritorno (15/20)

MILAN KUNDERA
L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE
Adelphi
Difficoltà: 5/5
Per il lettore accanito

“Che è rimasto della gente che moriva in Cambogia?
Una grande foto di un’attrice americana che tiene in braccio un bambino di razza gialla.
Che è rimasto di Tomas?
Una scritta: voleva il Regno di Dio sulla Terra.
Che è rimasto di Beethoven?
Un uomo aggrottato con una chioma inverosimile che pronuncia con voce cupa: – Es muss sein!
Che è rimasto di Franz?
Una scritta: dopo lungo errare, il ritorno.
E così di seguito. Prima di essere dimenticati, verremo trasformati in Kitsch. Il Kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio.”

***

Dare una descrizione di quest’opera credo sia impossibile. Potrei ridurre tutto alla trama, ovvero l’amore di due coppie, o all’assunto filosofico dell’eterno ritorno (il Es Muss Sein! di Beethoven che significa Deve essere!), o alla considerazione su quanto sia in realtà pesante anche la leggerezza dell’amore.
Potrei dire molte cose. Tutte con un peso pressoché nullo.
Quindi l’unica cosa che posso dire è questa: se avete un amico che reputate intelligente, interessante, migliore di voi, a tratti incomprensibile, andate in libreria e comprate L’insostenibile leggerezza a scatola chiusa. Ci penserà lui a riempire gli spazi lasciati vuoti dalle mie parole e da Wikipedia.

 

DONNA TARTT
DIO DI ILLUSIONI – LA STORIA SEGRETA

Bur
Difficoltà: 4/5
Per lo studente di filosofia o di lettere

“-Si può sapere perché non hai pagato quelle multe?-sibilò Henry.
-Lasciami stare.
Camminammo sulla neve per un tempo che parve di ore, finché il vitale formicolìo nei miei piedi si mutò in disagevole torpidità; dinnanzi a me stivaloni da poliziotto, neri nella neve, manganelli che sbattevano sulle loro cinture. Un elicottero passò in un rombo al di sopra degli alberi, rimase fermo per un momento, poi sfrecciò di nuovo da dove era venuto. La luce diminuiva e la gente cominciava a rifluire verso casa.
-Andiamo-disse Francis per la quarta o quinta volta.
Ci stavamo finalmente allontanando allorché un poliziotto ci sbarrò il passo: -Ne avete abbastanza?-disse sorridendo: un tipo con faccia e mustacchi rossi.
-Eh sí-rispose Henry.
-Conoscete quel ragazzo?
-Si dà il caso di sì.
-Non avete idea di dove possa essersi cacciato?
Se questo fosse un film, pensai, guardando gentilmente la faccia bovina del poliziotto, se questo fosse un film, ci staremmo comportando in modo davvero sospetto.”

***

Ho letto questo romanzo per la prima volta a quindici anni. Era estate ed ero in montagna con i miei genitori. Avevo visto da poco il film L’attimo fuggente e la trama di questo libro mi colpì appena la lessi. Un ragazzo proletario in un prestigioso college americano decide di partecipare ad un controverso corso di greco antico e qui viene affiliato da una confraternita che si propone di scoprire la verità attraverso i riti greci. La situazione presto precipita e il protagonista dovrà rivalutare le sue idee filosofiche e il rapporto che aveva instaurato con i ragazzi della confraternita.
Questa la trama. Interessante di per sé, ma nulla di eccezionale, se a parte essa non ci fosse altro.

In realtà Dio di Illusioni riesce a coniugare il clima del romanzo thriller con il linguaggio della filosofia e il citazionismo di un’autrice appassionata di letteratura. È una di quelle storie per cui l’etichetta di thriller sarebbe calzante, ma a cui i critici hanno deciso di risparmiarla per non fuorviare l’opinione dei lettori. È un regalo perfetto se avete un amico a cui volete regalare una storia di ambientazione accademica che però al tempo stesso dia la soddisfazione di leggere un classico e abbia il ritmo di un romanzo di Stephen King.

 

EMILY BRONTȄ
CIME TEMPESTOSE

Bur
Difficoltà: 4/5
Per la ragazza adolescente

“ Due parole esprimerebbero il mio futuro …  morte e inferno. La vita, se avessi perduto lei, sarebbe un inferno. Fui solo un pazzo a credere per un momento ch’essa apprezzare l’affetto di Edgar Linton più del mio. L’amasse pure con tutte le forze del suo essere bambinesco, non riuscirebbe ad amarla in ottant’anni quanto io un solo giorno. E Caterina ha un cuore profondo quanto il mio: ed è più facile che quel secchio contenga il mare, che non che lui riesca ad attirare su di sé tutta la capacità d’amare di Caterina. Via! Egli le è appena un poco più caro del suo cane e del suo cavallo. Non ha la stoffa per essere amato come me: come può essere amare in lui quello che non ha?”

 

THOMAS MANN
TONIO KRȌGER

Einaudi
Difficoltà: 3/5
Per il ragazzo adolescente

“Hai poi letto il Don Carlos, Hans Hansen, come mi avevi promesso al cancello del giardino? Non leggerlo! Non te lo chiedo più. Che importa a te se il re piange perché è solo? I tuoi occhi luminosi non debbono velarsi della stupida aria trasognata che dà la lettura dei versi e delle malinconie… Essere come te! Ricominciare da capo, crescere simile a te, dritto, allegro e schietto, regolare e normale, d’accordo con Dio e col mondo, essere amato dai semplici e dai felici, sposare te, Ingeborg Holm, e avere un figlio come te, Hans Hansen; vivere e amare in letizia, libero dalla maledizione del conoscere e dal tormento creativo, nella beatitudine del quotidiano! Ricominciare da capo? Ma non varrebbe a nulla. Sarebbe ancora lo stesso, tutto avverrebbe ancora come è già avvenuto. Sì, vi sono alcuni che necessariamente smarriscono la strada, perché per loro non esiste una strada giusta.”

***

Cime Tempestose e Tonio Kröger possono essere considerati come le due facce di una stessa medaglia. Cime Tempestose perché racconta la storia tragica dell’amore tra l’orfano Heathcliff e la giovane Catherine, osteggiato dall’irruenza dei protagonisti più che dalle convenzioni sociali, l’opera di Thomas Mann perché racconta la storia di un adolescente timido e solitario che si tormenta  per quell’insuccesso tutto adolescenziale verso l’altro sesso che caratterizza i ragazzini che non riescono ad essere estroversi.

Tonio e Catherine possono essere molto utili ai tardo adolescenti per cominciare a scendere a patti con sé stessi e ad accettarsi. Le ragazze vedranno in Catherine lo specchio di quella forza che porta una donna a scegliere di non ammansirsi e i ragazzi impareranno con Tonio ad apprezzarsi nelle proprie caratteristiche.

Sono i regali perfetti per i fratelli e le sorelle minori, specialmente se conformisti ma confusi o introversi e tormentati.

 

NICOLAI LILIN
EDUCAZIONE SIBERIANA

Einaudi
Difficoltà: 3/5
Per tutti gli uomini

“Quella fiaba parlava di un branco di lupi che erano messi un po’ male perché non mangiavano da parecchio tempo, insomma attraversavano un brutto periodo. Il vecchio lupo capo branco però tranquillizzava tutti, chiedeva ai suoi compagni di avere pazienza e aspettare, tanto prima o poi sarebbero passati branchi di cinghiali o di cervi, e loro avrebbero fatto una caccia ricca e si sarebbero finalmente riempiti la pancia. Un lupo giovane, però, che non aveva nessuna voglia di aspettare, si mise a cercare una soluzione rapida al problema. Decise di uscire dal bosco e di andare a chiedere del cibo agli uomini. Il vecchio lupo provò a fermarlo, disse che se fosse andato a prendere il cibo agli uomini sarebbe cambiato e non sarebbe più stato un lupo. Il giovane lupo non lo prese sul serio, rispose con cattiveria che per riempire la pancia non serviva a niente seguire regole precise, l’importante era riempirlo. Detto questo, si avviò verso il villaggio.

Gli uomini lo nutrirono con i loro avanzi, e ogni volta che il giovane lupo si riempiva la pancia pensava di lasciare il villaggio e tornare nel villaggio insieme agli altri, poi però lo prendeva il sonno e lui rimandava ogni volta il ritorno, finché non dimenticò completamente la vita di branco, il piacere della caccia, l’emozione di dividere la preda con i compagni.

Cominciò ad andare a caccia insieme con gli uomini, ad aiutare loro anziché il lupi con cui era nato e cresciuto. Un giorno, durante la caccia, un uomo sparò a un vecchio lupo che cadde a terra ferito. Il giovane lupo corse verso di lui per portarlo al suo padrone, e mentre cercava di prenderlo con i denti si accorse che era il vecchio capo branco. Si vergognò, non sapeva cosa dirgli. Fu il vecchio lupo a riempire quel silenzio con le sue ultime parole.

-Ho vissuto la mia vita come un lupo degno, ho cacciato molto e ho diviso con i miei fratelli tante prede, così adesso sto morendo felice. Invece tu vivrai la tua vita nella vergogna,  da solo, in un mondo a cui non appartieni, perché hai rifiutato la dignità di lupo libero per avere la pancia piena. Sei diventato indegno. Ovunque andrai, tutti ti tratteranno con disprezzo, non apparterrai né al mondo degli uomini né a quello dei lupi… Così capirai che la fame viene e passa, la dignità una volta persa non torna più.”

***

Nicolai Lilin è stato prima di tutto il caso letterario del 2009. Tatuatore, siberiano, un passato sordido da soldato in Cecenia, la sua storia sembrava scritta apposta per attrarre le folle ancora prima della lettura delle sue opere.

Ecco, io spero che affronterete questo consiglio senza pregiudizi né scetticismo. Questo perché Educazione Siberiana è il romanzo di formazione italiano più bello che ho letto negli ultimi anni e perché dalla sua lettura si può avere lo scorcio di una società che non conosciamo e non possiamo conoscere. Il racconto del protagonista mischia esperienze personali e considerazioni sociologiche con storie mitiche e leggende in un affresco assolutamente affascinante.

È un romanzo adatto da regalare a un fidanzato anche se non avvezzo alla lettura oppure a una ragazza appassionata di viaggi e nuove culture. In ogni caso piacerà a tutti gli uomini, e potrete contare su altri due libri dello stesso autore (Caduta libera e Il respiro del buio) come regali per eventuali anniversari.

E io le chiesi se le piacevano gli alberi caduti (10/20)

VLADIMIR POZNER

TOLSTOJ È MORTO

Adelphi

Difficoltà 4/5

Per l’amico intellettuale

“ –Sono piccolo e insignificante. E quel che è peggio è che ho cominciato a diventarlo quando ho sposato la donna che amo.
(L. N. Tolstoj, Diari, 17/VI/1863)

– La sera, durante la passeggiata, dichiarò di punto in bianco che l’uomo è vittima di terremoti, di epidemie, di orribili malattie, dei più disparati tormenti dell’animo, e che, tuttavia, la sua tragedia più dolorosa è sempre stata e sempre sarà quella che si consuma in camera da letto.
(M. Gor’kij, Lev Tolstoj)

– È necessario che io lavori ancora molto su me stesso: oggi, a ottant’anni, devo fare la stessa cosa che ho fatto con abnegazione fra i quattordici e i quindici anni: perfezionarmi.
(L.N. Tolstoj, Diari, 3/XII/1908)

***

Sulla fuga e la morte di Lev Tolstoj si è scritto molto. Che è fuggito dalla moglie, che è fuggito dalla fama, che è stata solo una montatura, che Tolstoj era impazzito. Questo romanzo ripercorre con precisione chirurgica i giorni dalla partenza fino alla sua morte dello scrittore attraverso diari, articoli, testimonianze, fotografie. Lascia che il lettore percepisca il tormento, il dilemma, l’impotenza di un uomo incapace di scegliere. Tra il popolo e i figli. Tra la moglie e l’arte. Tra la missione e la natura umana.
Tolstoj è morto è l’opera che ogni appassionato di letteratura divorerà in pochi giorni e che farà appassionare a Tolstoj anche chi non ha ancora osato accostarsi ai russi. Regalatelo soprattutto ai vostri amici che stanno sempre a interrogarsi sul senso dell’arte, in questo romanzo troveranno ottimi spunti.

JONATHAN SAFRAN FOER

MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

Guanda

Difficoltà 4/5

Per l’amico che ama New York

“Lei rise e disse: -Tu non capisci te stesso- e io ribattei: -Sí che mi capisco- e lei:-D’accordo, ti capisci- e io:-Certo!
Lei mi disse:-Non c’è niente di male a non capire sé stessi- e vedeva attraverso il mio guscio, nel centro di me,-Ti piace la musica?- I nostri padri uscirono e si fermarono sulla soglia, e uno dei due disse: -Cosa faremo?- e capii che il tempo per stare insieme a lei era quasi finito e le chiesi se le piaceva fare sport e lei mi chiese se mi piaceva giocare a scacchi, io le chiesi se le piacevano gli alberi caduti e lei andò a casa con suo padre, il centro di me la seguì ma rimasi da solo con il mio guscio, avevo bisogno di rivederla, e non riuscivo a spiegarmi quel bisogno e per questo era un bisogno così bello, perché non c’è niente di male nel non capire sé stessi.”

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Come dicevo ieri per La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, anche Molto forte, incredibilmente vicino è adatto alle persone che vogliono leggere un bel libro senza essere abituate a romanzi troppo complessi o linguaggi particolarmente forbiti. Safran Foer affronta in questo romanzo il tema dell’attentato alle Torri Gemelle e delle persone sopravvissute alle sue vittime. Il protagonista è l’undicenne Oskar, e la trama è troppo bella per poterla ridurre in queste righe.
In questo libro c’è però una particolarità a livello di struttura narrativa che lascerà piacevolmente sorpresi anche i lettori più navigati, quindi se avete un amico un po’ snob e pretenzioso e volete accrescere la vostra reputazione Jonathan Safran Foer sarà di sicuro l’arma giusta con cui colpire.

HERMANN HESSE

NARCISO E BOCCADORO

Oscar Mondadori

Difficoltà 3/5
Per l’amico artista

“ – Esporremo la questione al nostro padre abate e lasceremo decidere a lui.
Così fecero, e padre Daniele con paziente benevolenza la disputa dei due eruditi sulla loro concezione dell’insegnamento della grammatica. Quando ebbero esposto minutamente e motivato ciascuno le proprie idee, il vecchio li guardò sereno, scuotendo un poco la testa canuta, e disse: -È lodevole da parte del nostro Narciso che la scuola gli stia così a cuore e ch’egli aspiri a migliorare i programmi d’insegnamento. Ma se il suo superiore è di un’altra opinione, Narciso deve tacere e ubbidire, e tutti i miglioramenti della scuola non compenserebbero il danno, se per causa loro l’ordine e l’obbedienza venissero turbati in questa casa. Biasimo Narciso di non aver saputo cedere. E a tutti e due , miei giovani dotti, auguro che non vi manchino mai superiori più ignoranti di voi; non c’è nulla di meglio contro l’orgoglio.”

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Un’avvertenza: per questo libro non è necessario apprezzare Hermann Hesse. A me Siddharta non è piaciuto e mi sono avvicinata a Narciso e Boccadoro solo perché un amico mi aveva assicurato che era un libro che meritava.
Non si è sbagliato. Narciso e Boccadoro  parla dell’amicizia fra il contemplativo Narciso e lo scavezzacollo Boccadoro, in un contesto medievale che però potrebbe essere l’ambientazione di una qualunque epoca in un qualunque luogo.
È il regalo perfetto se conoscete qualcuno da poco ma volete trasmettergli il senso di un’amicizia duratura ma non fondata sulla somiglianza. Narciso e Boccadoro è prima che un romanzo sull’arte e sulla conoscenza un romanzo sulla diversità. E sulla bellezza di sapere legata a sé una persona completamente diversa da noi.

AZAR NAFISI

LEGGERE LOLITA A TEHERAN

Adelphi

Difficoltà: 3/5

Per l’amica femminista

“- Mi stai ascoltando?- domandò, avvicinando al mio viso i suoi occhi beffardi. -Dove sei?

-Oh, sono sempre qui. Stavo solo riflettendo- replicai.

-Grazie a te, ho capito meglio una cosa su cui ho riflettuto spesso, negli ultimi tempi.- Aspettò che continuassi. -Stavo pensando al diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, e al fatto che le mie ragazze non sono felici. Quello che intendo dire, è che ormai si sentono condannate all’infelicità.

-E come pensi di convincerle invece che la felicità è un diritto?- domandò. -Sicuramente non incoraggiandole a fare le vittime. Devono imparare a battersi.”

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So che lo regalerete ad una ragazza, ma secondo me ogni uomo dovrebbe leggere la storia  della professoressa Nafisi e delle cinque ragazze che seguono le sue lezioni di letteratura su Nabokov, Henry James, Scott Fitzegerald e altri, in un Iran flagellato dalla censura e dalla repressione dell’autonomia femminile.
Leggere Lolita a Teheran è un romanzo commovente nella delicatezza con cui racconta le aspirazioni normali (diventare insegnante, sposare un ragazzo diverso da quello scelto dalla famiglia, andare in giro a capo scoperto o non alzarsi per il saluto al preside in aula) di queste ragazze così lontane e al tempo stesso così vicine al nostro paese. È un romanzo che può educare molte donne, che può insegnare loro ad apprezzare davvero quella serie di autonomie di cui troppo spesso ci lasciamo spogliare in nome di ideali che ideali non sono. Può insegnare a ogni ragazza ad avere il coraggio delle proprie scelte. Magari con l’ausilio e la complicità di vecchi scrittori che del mondo avevano capito molte più cose di tutti noi.
Il regalo adatto a una ragazza femminista ma anche ad una tradizionalista. Per la seconda insieme a Lolita e Memorie di una ragazza perbene.

MICHAIL BULGAKOV

CUORE DI CANE

Oscar Mondadori

Difficoltà: 4/5

Per l’amico impegnato in politica

“-Il cibo è una faccenda delicata, Ivan Arnol’dovič. Mangiare è un’arte, e figuratevi che la maggior parte delle persone non sa affatto mangiare. Non basta sapere che cosa mangiare, ma quando e come. (Filipp Filippovič agitò con un gesto significativo il cucchiaio.) E di che argomento parlare mentre si è a tavola… Se vi sta a cuore la vostra digestione, eccovi un buon consiglio: non parlate mai di bolscevismo, né di medicina. E Dio vi scampi dal leggere i quotidiani sovietici prima di desinare!

-Ehm… Ma non ce ne sono altri…

-E allora non leggetene nessuno. Ho avuto modo di osservare una trentina di casi nella mia clinica. E volete sentirne una? I pazienti che non leggono i giornali godono di eccellente salute.”

Michail Bulgakov è conosciuto come l’autore de Il maestro e Margherita, che però non vi consiglierò perché è uno di quei libri che fa sentire stupido anche il lettore più accurato e quindi vi farebbe odiare. Il maestro e Margherita, poi, è il classico regalo che fa l’amico che non legge ma vuole darsi un tono all’amico che non capisce quello che legge ma dice di leggere i russi per darsi un tono. Quindi direi di evitare.
Cuore di cane, invece, è un racconto di disarmante semplicità a livello di trama: uno scienziato decide di prendere il cuore di un cane randagio e di impiantarlo nel corpo di un essere umano per osservare se un animale può riuscire ad ambientarsi nella società delle persone “civili”. In realtà è una grande allegoria satirica della società russa all’indomani della guerra civile, come in un altro stato lo fu La fattoria degli animali di George Orwell.
Se avete un amico con la passione per la politica questo sarà un regalo particolare (Cuore di Cane è una delle opere meno conosciute di Bulgakov) ma carico di significato. E chi lo leggerà apprezzerà la modernità della maggior parte dei temi trattati. Ancora più della stessa Fattoria degli animali.

Franny e Zooey

I suoi occhi rimasero chiusi.
-Dio mio, ho biascicato tutto questo a fior di labbra prima dei pasti tre volte al giorno ogni giorno della mia vita, fin da quando avevo dieci anni. Non riesco a mangiare, se non li dico. Una volta, pranzando con LeSage, cercai di saltarli. Mi andò persino un nocciolo di ciliagia per traverso, per lo sforzo.
Riaprì gli occhi, aggrottò le sopracciglia, ma rimase in quella strana posizione.
-E ora, Bessie, che ne diresti di toglierti dai piedi?-disse. -Parlo sul serio. Lasciami finire le mie abluzioni in santa pace, per favore.
Chiuse gli occhi di nuovo e parve pronto a tentare un’altra volta di spingere il lavandino attraverso il pavimento. Nonostante tenesse la testa leggermente abbassata, gran parte del sangue gli era defluito dal volto.

-Vorrei proprio che ti sposassi,-disse la signora Glass all’improvviso, meditabonda.

Tutti i membri della famiglia Glass erano avvezzi sentire dalla signor Glass simili inopinate conclusioni. Esse fiorivano meglio, in maniera più sublime, proprio a metà di un’esplosione emoriva come quella. La signora Glass si protese in avanti di colpo, ansiosamente: -Bè, proprio così, -insistette. -Perchè non ti sposi?

Abbandonando la sua posizione, Zooey prese dalla tasca dei calzoni un fazzoletto piegato, lo scrollò per aprirlo e lo usò per soffiarsi il naso una, due, tre volte.

-Mi piace troppo viaggiare in treno-disse. -Quando sei sposato non puoi più sederti vicino al finestrino.

[J.D. Salinger – Franny e Zooey]