Attimi che bruciano a lungo / come fiammiferi

 

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Autore: JOHN WILLIAMS
Titolo: STONER
Editore: FAZI EDITORE
Pagine: 332
Prezzo: 17,50 Euro

 

 

 

 

 

“Master alzò un uovo sodo dal buffet come se fosse una sfera di cristallo e disse: -Signori, avete mai riflettuto sulla vera natura dell’università? Mr Stoner? Mr Finch? […]
-E tu Finch? Cosa ne pensi?- Alzò una mano. -Ora dirai che non ci hai riflettuto. […] Ma vi sbagliate entrambi. L’università è un ospizio, o come le chiamano adesso? Una casa di riposo, per vecchi e malati, per gli infelici, o gli inetti di ogni genere. Guardate noi tre. Siamo noi l’università. Un estraneo non se ne renderebbe conto, ma noi sappiamo bene cosa abbiamo in comune. Lo sappiamo benissimo.
Finch non smetteva di ridere: -E cosa abbiamo in comune, Dave?
-Cominciamo da te, Finch. Con tutto il rispetto, direi che di noi tre sei il più incompetente. Come sai tu stesso, non sei una cima, anche se questo c’entra solo in parte.
-Eccoci qua-disse Finch, sempre ridendo.
-Ma sei abbastanza intelligente, solo abbastanza, per capire che fine faresti nel mondo reale. Sei votato al fallimento, e lo sai. Anche se sai comportarti da figlio di puttana, non sei abbastanza spietato da esserlo fino in fondo. Non sei certo l’uomo più onesto che abbia mai conosciuto, ma non sei neanche un campione di disonestà. Da un lato sei capace di lavorare, ma sei anche sufficientemente pigro per lavorare meno di quello che il mondo si aspetterebbe da te. E non sei fortunato, no davvero. Non emani alcuna aura, hai sempre l’espressione un po’ spaesata. Nel mondo esterno saresti sempre sul punto di farcela, per poi finire vittima dei tuoi fallimenti. Quindi sei un predestinato, un eletto: la provvidenza, la cui ironia mi ha sempre divertito, ti ha strappato alle grinfie del mondo e ti ha piazzato qui, al sicuro tra i tuoi fratelli.
Poi, sorridendo con aria malevola, si rivolse a Stoner:
-Non credere di scappare, amico mio. Ora tocca a te. Chi sei tu, veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio? Oh, no. Anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. Sei abbastanza intelligente, di certo più del nostro comune amico. Ma in te c’è il segno dell’antica malattia. Tu credi che ci sia qualcosa, qui, che va trovato. Anche tu sei un votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti per terra a chiederti cos’è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Non riusciresti ad affrontarlo, a combatterlo, perché sei troppo forte e troppo debole assieme. E non hai un posto dove andare.
-E tu, allora?-, chiese Finch. -Che ci dici di te?
-Oh-, disse Masters, poggiando la schiena alla sedia, -io sono come voi. Anzi, peggio. Sono troppo intelligente per il mondo, e me ne andrei anche in giro a dirlo. E’ una malattia incurabile, la mia. Per questo devo essere rinchiuso qui, dove posso comportarmi in modo irresponsabile senza alcun pericolo, senza far del male a nessuno-. Poi si avvicinò di nuovo al tavolo, sorridendo agli altri. -La verità, signori, la verità è che siamo tutti dei miserabili buffoni. E siamo al freddo.”

William Stoner è figlio di una  famiglia di contadini e nel corso di questo romanzo riesce a diventare professore in un università americana. In più, diventa professore pur essendo un uomo mite, riflessivo, per nulla piegato ai giochi di potere propri di ogni luogo in cui qualcuno decide del successo di qualcun altro. 

Già solo questa nota biografica ha fatto sì che in questi mesi siti e inserti culturali abbiano parlato di William Stoner come dell’ultimo degli eroi regalatici dalla letteratura americana (ultimo per noi, il romanzo è stato pubblicato negli anni ’50, ma è stato tradotto in Italia solo nel 2012). Un incorruttibile. Un uomo morale. Un “puro”, come direbbero alcuni.

Bene. La prima cosa che devo dirvi è che Stoner non è un eroe. Al contrario, Williams all’interno di questo romanzo ci restituisce nella cornice di uno stile tanto bello da far male la vita di un uomo involontariamente debole, passivo, completamente privo dell’ardore cavalleresco di un Don Chisciotte. La sua figura è tutta racchiusa nelle parole di Masters che ho citato poco qui sopra. 

Stoner è un uomo buono, che si sente buono e crede di non nuocere a nessuno, ma non è un eroe perché a causa della sua mancanza di coraggio finisce con l’ottenere lo stesso risultato di un uomo malvagio: ferisce le persone che lo amano. Rimane solo. Non riesce a salvare la persona che più ama e più meritava una dimostrazione del suo amore.

il romanzo di John Williams parla di come dietro un grande insegnante possa vivere un uomo di deboli ideali. Di come i sentimenti valgano qualcosa se dimostrati al momento giusto. Parla dell’importanza di operare delle scelte. Di compiere un gesto di rottura in quelle poche volte in cui la vita ce lo chiede.

In questo senso, anche lo stile “dolce” non deve ingannare, perché è lo stile dolce con cui quando sbagliamo ci raccontiamo di averlo fatto in buona fede e che in fondo è stato meglio così.

Stoner è un grande romanzo e andrebbe letto da tutti indiscriminatamente. In alcuni tratti farà un po’ male, ma come fanno male i libri che parlano dei nostri difetti e ci mostrano la via per essere persone e amici/parenti/amanti migliori.

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Autore: ELIAS CANETTI
Titolo: LA TORTURA DELLE MOSCHE
Editore: Adelphi
Pagine: 174
Prezzo: Lire 20.000

 

 

 

 

La lettura si riproduce in me attraverso la lettura, non ubbidisco mai a sollecitazioni esterne, o solo a distanza di molto tempo. Quello che leggo voglio che sia una mia scoperta. Chi mi consiglia un libro me lo strappa di mano, chi me lo esalta me lo gusta per anni. Mi affido soltanto ai grandi spiriti che venero profondamente. Essi possono consigliarmi tutto. Per destare la mia curiosità è sufficiente che menzionino un particolare di un libro. Per contro, ciò che nominano gli altri con le loro frivole bocche è come investito di una maledizione. Così mi è stato difficile venire a conoscenza dei grandi libri, giacché le opere davvero eccellenti sono entrate a far parte del patrimonio di tutti.”

Questa citazione spiega molto bene i sentimenti contrastanti che ho provato all’idea di parlare su questo blog di Elias Canetti e della Tortura delle mosche. Sono decisamente possessiva verso i libri che nessuno recensisce e che io invece amo e venero e rileggo di continuo. Tuttavia, mi sono detta, il senso di avere un blog è quello di non essere possessivi e quindi ecco qui il mio libro preferito di quest’anno.

Per riassumere: Elias Canetti è stato il primo studioso ad affrontare il tema della massa all’interno della società moderna. Il suo saggio Massa e potere ha creato accesi dibattiti nelle università e le teorie in esso contenute sono state tanto usate quanto abusate da parte di giornalisti, sociologi e scrittori.

Molti di voi probabilmente non avranno mai sentito nominare né Massa e potere né Canetti, ma sua è la teoria secondo cui le persone fanno massa perché spaventate dal contatto con l’estraneo, l’idea per cui nulla spaventa l’uomo più di quello che non conosce e non può controllare. L’assunzione per cui la massa è omogenea e facilmente controllabile perché unisce le persone non in base alle passioni, che sono diverse da uomo a uomo, ma in base alle paure, che sono poche e comuni anche a uomini diversi tra loro.

La Tortura delle mosche è una raccolta di aforismi tratti dalle decine di taccuini che Canetti ha riempito nel corso della sua lunga vita e contiene frasi che spaziano dalle considerazioni sociologiche agli scorci di diario, agli abbozzi di descrizioni, alla poesia.

Al suo interno ci sono osservazioni:

“Di tutti gli ostacoli nessuno è più allettante di una corrente.”

L’analisi del comportamento di un uomo tormentato:

Non a star solo devo imparare, perché questo non mi riesce difficile, anzi mi piace, ma a star zitto quando sono in mezzo agli altri. Quel mio modo improvviso di erompere con discorsi rapidi e veementi è indegno e suscita sgomento. Quasi non importa a chi sono diretti, se gli altri mi capiscono o meno; le parole in quanto tali, le parole che io stesso pronuncio hanno su di me un effetto atroce e devastante. Sono troppo forti, devo mitigarle mettendole per iscritto. Ciò che dico è talmente violento che chiunque mi ascolti si sente costretto a svicolare, non foss’altro per tutelarsi da me. Ma io non posso svicolare, non posso eludere le mie parole, di queste sono in balìa; le sento, le assimilo, le comprendo appieno, e a causa di esse entro in agitazione come un mare in tempesta.

Ma anche piccoli dipinti pregnanti come le notti stellate di Van Gogh:

Vorrebbe degli attimi che bruciano a lungo, come un fiammifero.”

Immagini oniriche come il passaggio del tempo surrealista:

“Di fronte alla notizia dei rondoni che durante la notte e alle grandi altezze volano dormendo, mi ha commosso il pensiero che sogno e volo ancora coincidono.”

Espressioni di rammarico verso paesi che sembrano non avere la forza di inseguire quelle sofferenze che sono proprie di chi vive e si consuma con le proprie passioni:

“Un paese nel quale si respira soltanto per nostalgia.”

Gli aforismi di Canetti sono al tempo stesso critica, esortazione e monito. Dentro vi si trovano la forza, il tormento e la dolcezza di un uomo che ha attraversato il secolo breve chiedendosi perché l’uomo senta il bisogno di “non essere solo”. Un uomo che forse non è mai riuscito a farsi una ragione della risposta ai suoi stessi dubbi e per questo l’ha scritto in decine di taccuini.

“Vorrebbe strapparsi il cuore dal futuro.”

In ogni caso, è un libro di quelli che si riempiono di orecchie e scritte e punti esclamativi e che si regalano e si consigliano e si dimenticano nella speranza che qualcuno li trovi e li legga.

Uno di quei libri con cui essere possessivi è proprio un grande peccato, e del quale quindi ho deciso di parlarvi.

Susan Cain - Quiet

 

 

 

Autore: SUSAN CAIN
Titolo: QUIET – IL POTERE DEGLI INTROVERSI
Editore: Bompiani
Pagine: 358
Prezzo: 17,00 Euro

 

 

 

“La personalità plasma anche il nostro stile di socialità. Gli estroversi sono coloro che danno brio a una festa e ridono generosamente alle barzellette raccontate dal padrone di casa. Tendono a essere risoluti e dominanti, hanno sempre bisogno di compagnia. Gli estroversi pensano ad alta voce e di fronte agli altri, preferiscono parlare anziché ascoltare, solo di rado rimangono senza parole. ogni tanto scappa loro di bocca qualcosa che avrebbero preferito non dire. Temono molto di più la solitudine dei conflitti. Gli introversi, al contrario, possono anche possedere solide competenze sociali (le cd. social skills) e godersi un party o una riunione di lavoro, ma dopo un po’ desiderano soltanto starsene a casa in ciabatte. Preferiscono dedicare le proprie energie sociali agli amici, ai colleghi, ai familiari più stretti. Ascoltano più di quanto parlano e molto spesso danno l’impressione di esprimersi meglio in forma scritta che orale. Tendono a rifuggire i conflitti. Molti detestano chiacchierare del più e del meno, preferendo dedicarsi a discussioni intime e profonde.”

Prima di diventare famosa con il saggio Il potere degli introversi, Susan Cain lavorava come avvocato per un grande studio d’affari. Se cercate dei video di presentazione di questo libro vedrete una donna dall’aria dolce e poco aggressiva, una ragazza che nel libro si autodefinisce “una persona pacata e sognatrice.”

Il tema centrale di Quiet è, per ammissione della stessa autrice, un interrogativo che l’ha sempre tormentata: è possibile avere successo pur essendo una persona introversa? Più precisamente: è possibile far valere all’interno di un posto di lavoro le proprie caratteristiche di persona introversa come caratteristiche vincenti? Oppure per arrivare in posizioni apicali è necessario dissimularle, sforzarsi di essere più sociali, più estroversi, più protagonisti?

A primo impatto questi interrogativi appaiono banali e scontati nella risposta (certo che conta essere carismatici, se sei intelligente ma nessuno lo sa a cosa serve?). Tuttavia, le domande di Susan Cain tormentano la maggior parte degli introversi fin dai tempi della scuola e delle feste di compleanno all’età di sei anni.

Facendo qualche esempio: un bambino introverso difficilmente sarà cresciuto senza qualcuno che lo tormentava perché “facesse amicizia” e “socializzasse con gli altri bimbi”. Un adolescente introverso molte volte si sarà sentito porre dai genitori la domanda: “Ma non hai voglia di uscire?” oppure li avrà sentiti parlare tra loro preoccupati del fatto che il figlio “sta sempre in casa”.

Io stessa ricordo che quando arrivai all’università mi sentii dire da una ragazza più grande: “Non si viene alla Bocconi per studiare, si viene alla Bocconi per costruirsi un network. Se durante l’università conosci gente, uscirai che avrai già un lavoro.”
Cosa probabilmente vera, ma che a me creava l’angosciante dubbio: e io, allora?

Cosa succede a quelli che vanno a scuola perché amano studiare? A quelli che, come me, quando si tratta di “essere spigliati” sono una via di mezzo tra il rincoglionito, l’impacciato e la persona che se la tira? Devono rassegnarsi all’ultima fila e vedersi passare davanti la persona estroversa?
Possibile che l’introverso sia come l’albero che cade nella foresta deserta e non fa rumore?

Ecco, capirete che questi non sono interrogativi di poco. Al di là del fattore personale, anche perché sono alla base di tutta una serie di fenomeni fioriti negli ultimi venti-trent’anni: i corsi per imparare a parlare in pubblico, i manuali di auto aiuto, il lavoro multi-tasking, i work teams, gli uffici open space, gli incontri con i tutor didattici per imparare come presentarsi ad un colloquio.

Tutti fenomeni improntati sullo stesso assunto: insieme è bello, soli è male.

Il libro di Susan Cain si inserisce in questo panorama con un approccio semplice ma al tempo stesso rivoluzionario: spiegare come e perché una persona introversa può riuscire a raggiungere una posizione apicale senza necessariamente fingersi estroversa. Quiet muove dalla base comune dei manuali di auto aiuto (mostrare che l’introversione è una caratteristica, non un difetto da correggere) per poi prendere il largo e arrivare negli studi legali delle grandi metropoli, nei consigli di amministrazione delle multinazionali, nelle poltrone del Congresso, a Wall Street e mostrare come spesso, nonostante questi soggetti siano poco conosciuti al grande pubblico, in ogni grande azienda ci siano uno o più “grandi capi” schivi, riservati e persino impacciati quando si trovano in contesti che non conoscono. Persone che non vanno alle cene aziendali, non portano i figli allo sci club, magari collezionano francobolli, o vanno a fare camminate in montagna invece di frequentare locali e ristoranti in voga.

Quiet è un saggio innovativo perché unisce una forma scorrevole e leggera a una tesi esaustiva e ben articolata. Mostra attraverso molti esempi come non necessariamente in un posto di lavoro l’estroversione sia vincente rispetto alla riservatezza. In aggiunta a ciò, sfata il mito per cui esistano luoghi di lavoro (per primo l’ambito legale, campo di provenienza dell’autrice) poco adatti alle persone non aggressive. Mostra, e secondo me questo ne è il pregio principale, come solo la convinzione di non essere “adatti” o “all’altezza” ci faccia apparire davvero non adatti e non alla altezza di un ambiente a cui vogliamo avvicinarci.

Per la prima volta mette scritto nero su bianco che essere introversi ed essere ambiziosi non sono caratteristiche incompatibili né tantomeno difficili da coniugare. Cosa che, considerato che secondo le stime le persone introverse sono un terzo delle persone totali (ognuno di voi ne conoscerà sicuramente diversi), costituisce sicuramente un cambio di prospettiva utile ed educativo nello studiare come avvicinarsi o muoversi nel mondo del lavoro.

9788860442420

 

 

Autori: EDOARDO ALBINATI E FILIPPO TIMI
Titolo: TUTTALPIU’ MUOIO
Editore: Fandango Tascabili
Pagine: 603
Prezzo: 10 Euro

 

 

 

“Mancano poche decine di metri a casa. 
Debbo attraversare i binari del tram, ma calcolo male lo spazio tra due ringhiere e riesco a passarci con la ruota della bici, ma non con le gambe.
Batto una ginocchiata contro la ringhiera, mi ribalto e cado in mezzo ai binari del tram.
Non so se qualcuno mi ha visto perché era tardissimo e sembrava che le luci del quartiere Flaminio fossero tutte spente. 
Ma mi sono rialzato bestemmiando, ho sollevato per aria la bicicletta e l’ho scaraventata via.
La mia bella bicicletta.
Tutto dolorante, sono andato a dormire e la mattina dopo la bici non c’era più.”

Filippo Timi è uno degli attori più particolari che il cinema italiano ci ha regalato negli ultimi cinque o sei anni. È stato il protagonista di Come Dio Comanda di Salvatores, Mussolini in Vincere di Bellocchio, più una serie di produzioni meno conosciute come Ruggine, La doppia ora e Quando la notte e molte interviste televisive in programmi come Le invasioni barbariche, Very Victoria etc.

Lo scetticismo di quando in libreria ci si trova di fronte l’opera di un personaggio famoso è difficile da superare, ma di Timi ricordavo il periodo in cui sui giornali si parlava di lui prima come scrittore, e solo dopo come attore. Quindi un giorno ho comprato questo libro e ne sono rimasta fulminata già dalle prime pagine.

La trama percorre il filone del romanzo autobiografico. Il protagonista è Filo, un ragazzo nato e cresciuto a Perugia che si trasferisce a Roma nel tentativo di diventare attore.

Potrebbe essere il solito polpettone pseudo kafkiano intriso di critica sociale da due soldi e invece è un romanzo forte, vivo, torrenziale nella narrazione.

Una sera, parlando su una scalinata con accanto una bottiglia di vino, un mio amico ha descritto questo libro dicendo:

“È come uno di quei momenti in cui sei a una festa tutto preso a far finta di divertirti e senza farci caso ti ritrovi a guardare la pista come se fossi un osservatore esterno. All’improvviso tutti ti sembrano unti e sudaticci e intenti a strusciarsi su tipe unte e sudaticce con il trucco sbavato come delle puttane da quattro soldi. E più li guardi e più ti sembrano patetici. E allora tu ti riempi di vergogna al pensiero di chissà quanta gente vedendoti insieme a loro avrà pensato la stessa cosa di te. E quindi non te ne accorgi neanche, ma ti sei fottuto la serata. Il sogno è finito. Game over.”

Ecco, tuttalpiù muoio è come guardare da fuori una festa di gente unta e sudata.

Attraverso le gambe di Filo ti sembra di correre dentro un incubo lungo decine di vie dei navigli:

“Quando mi è tornato in mente tutto questo?
E perché?
Dev’essere perché sono ubriaco, e bestemmio, e sono appena scappato da un bar di froci che facevano finta di non esserlo.”

Attraverso i suoi occhi puoi vedere le imposte chiuse del monolocale che ti sta facendo impazzire con l’anidride carbonica dei tuoi stessi respiri:

“L’altra soluzione, per modo di dire, sarebbe quella di tornare a Perugina.
Tornare a casa dai genitori.
Certo aiuterebbe dal punto di vista del cibo.
E a Perugina, almeno, non sarebbe costretto a star chiuso in casa come a Roma, senza mettere fuori il naso perché non ha nemmeno i soldi per un supplì.
Non riesco a farmi venire sonno e dormire solo per cercare di non pensare e di non vivere e di non uscire.
Tutto sembra offendermi solo perché sono povero.”

Attraverso le sue braccia ti sembra di sollevare per aria quella dannata bicicletta e andartene bestemmiando con il ginocchio che pulsa lungo i binari del tram.

Tuttalpiù muoio è la storia di uno che va in una grande città e crede di trovare l’America e invece trova tombini puzzolenti, gente sudata, pochi soldi e vagonate di bestemmie e insoddisfazioni.

In Tuttalpiù muoio non ci sono salvezze o redenzioni o finali che diano un senso alle pagine prima e all’esistenza in generale. Non c’è l’amore che salva il mondo né il successo e neanche un qualcosa che giustifichi le sofferenze.

C’è la potenza dell’essersene andati ed essersi fatti la propria vita. Ma come nel riprendere la giacca e avviarsi soli verso casa dopo una festa, c’è anche quella sensazione di solitudine che ha il rumore delle chiavi che girano nella serratura e la consistenza del riscaldamento che ha scaldato troppo in nostra assenza.

È un romanzo che ha la trama fitta di un disegno complesso. Un grande romanzo perché ha la forza della vita e del suo rumore e del suo silenzio. Ha la forza di ognuno di noi, ma anche di tutto quello che c’è e che non c’è intorno a noi.

Un romanzo che andrebbe letto da tutti quelli che hanno la sensazione di essere vivi e continuamente in cerca di qualcosa. E che ogni tanto si chiedono se alla fine il loro cercare non sia anche un poco inutile.

Un libro che andrebbe letto per continuare a sbattere le ginocchia contro le ringhiere, a guardare da fuori le feste che finiscono, e restare chiusi in casa a commiserarsi invece di fare la scelta più logica e tornare a Perugina dai genitori.

 “Cosa dicono di me?
Cosa mi dicono?
Sei ubriaco, lascia perdere, non lo ascoltate, adesso vi tira fuori la sua solita storiella che oramai conosciamo tutti  e non fa più ridere nessuno, ma lui se non vomita davanti a tutti sta male.
Allora, lo sappiamo che balbetti, che non ci vedi e che sei stato stuprato, ho dimenticato qualcosa?
Ah sì, certo, che tu racconti questo a tutti perché non riesci più ad amare nessuno, e non ce la fai a collegare il cuore alla vita.
Che palle! Cambia personaggio!

Tu credi davvero che il parlare sia oltraggioso?
O che urlare lo sia?
O che il silenzio?

Anch’io, checché se ne dica, come mio padre prima di andare a letto, metto il portafogli sopra il tavolo della cucina, anch’io, alla fin fine, sono un uomo.”

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Classe politica anni ’80

Sono le tre di notte di domenica mattina e cammino lungo corso Italia con la sensazione di star pensando qualcosa di importante. Sono stati giorni rivelatori e concitati. Gli occhi bruciano fin nelle cornee e avrei davvero bisogno di dormire, ma so bene che arrivata a casa difficilmente ci riuscirò.

Accanto a me Claudio snocciola proposte come l’Iva chilometrica, Iva 0% su frutta, verdura e pane, detrazione fino a una soglia di consumo medio di carne, pesce, uova e pasta. Niente bibite nelle scuole e un biennio comune a tutti i licei. Abolizioni delle sedi staccate tranne legge e medicina. Forte italiano, latino, matematica e inglese in ogni scuola. Borse di studio per ragazzi rom che frequentato superiori e università. Riduzione dell’Irpef a chi accudisce i figli dei vicini e sovratassazione di beni di lusso e divertimenti non culturali. Abolizione totale dei fondi alle scuole private. Test d’ingresso in ogni facoltà e gradatoria nazionale sulla base di carriera scolastica e prova di logica, italiano e inglese. Acquisizione della cittadinanza dopo 3 anni di lavoro in Italia se si conosce la lingua.

-Saremmo proprio un buon governo.
Claudio ride e la sua voce si perde nell’aria.
-La classe politica degli anni ’80.
-Già. Ma con le spalle quadre vere.

Un ragazzo mi ha scritto in un’ e-mail:
“Secondo me potrebbe interessarti uno scritto Elias Canetti che si intitola a Massa e Potere” e per un attimo infilo la mano in borsa e ne accarezzo la copertina ruvida color giallo ocra.

“Ognuno di noi dentro di sè ha un piccolo traditore, che vuole mangiare, dormire, amare e starsene tranquillo.”

e

“Case e oggetti sono ciò che la massa distrugge più volentieri. Certamente il rumore della distruzione, il frangersi del vasellame, il fracasso dei vetri sono i forti suoni di vita di una nuova creatura, le grida di un neonato. Tutti si uniscono nel grido, e il fracasso è l’applauso delle cose.”

Passiamo accanto a un gruppo di ragazzi che vomitano fuori da una discoteca e saliamo i sei piani di scale che portano al mio appartamento analizzando i diversi punti dei nostri discorsi.
-Ci facciamo un tè?
Tiro fuori il letto a cassettone mentre Claudio armeggia in cucina e sento sbattere pentole e coperchi.
-Secondo me comunque tutto dovrebbe partire da una nuova valutazione del ruolo dell’individuo.
Il secondo letto ha le doghe sfondate e un materasso Ikea ridotto a meno di cinque dita. Sistemo sotto le doghe il manuale di amministrativo, poi quello di civile, il dizionario di inglese che mi è costato più del concerto dei Foo Fighters e due volumi de La ricerca del tempo perduto.
-Da una base di individualismo etico?-dice Claudio, che avendo studiato scienze politiche concettualizza quello che dico.
Torno in cucina.
-Una specie.
Stiamo in silenzio diversi minuti. Claudio versa il tè dalla pentola dai manici bruciati e non ne rovescia nemmeno una goccia. Lasciamo in infusione quattro bustine invece di due.
Fuori dalla portafinestra si vedono balconi coperti di piante e qualche finestra illuminata con schermi televisi e lampade da lettura che fanno compagnia a persone più o meno sole o più o meno insonni.
Nel palazzo di fronte un ragazzo si sbottona la camicia e se la sfila lasciandola sul divano. Lo vedo spesso durante la settimana e qualche giorno fa ha litigato con una ragazza. Lo osservo mentre compone un numero e porta all’orecchio il cellulare, poi di colpo spegne la chiamata e rimane alcuni istanti a fissare lo schermo.

Mi sento testimone di un momento di solitudine. Quello che non dici ai tuoi amici lo può vedere un qualunque estraneo.

Mi chiedo se e quante volte lui abbia visto in casa mia. Magari quella notte che io e S. ci siamo addormentati sul tavolo perchè stavamo parlando di una cosa troppo importante  e non c’era nessuno a dirci di smetterla. O quando eravamo in otto coricati come tessere di un Tetris, o ancora quando mi sono messa a guardare di sotto e ho pensato che la scena di una ragazza in piedi sul cornicione sarebbe stata struggente se messa in un romanzo.

Dentro il cellulare ho una fotografia di una farfalla che ho visto sulla scala antincendio delle aule studio. Era grande e rossa nell’aria gelida di fine novembre. Bellissima. Ho mandato la foto ad alcune persone con la scritta “il mondo ci invia dei segnali e noi dobbiamo coglierli.”

Vorrei prendere il mio cellulare, selezionare l’immagine e fare invia. Poi aspettare una frazione di secondo e vedere quel telefono illuminarsi e il ragazzo ricomparire.

Vedergli scappare un sorriso di un attimo. Perchè è peccato mettersi a letto tristi o arrabbiati. Piccoli gesti di umana cortesia. Buon vicinato e individualismo etico.

Come quella canzone di Guccini che dice:
Lasciatemelo dire
ma il rivoluzionario quando è vero
è mosso da un grande sentimento d’amore.