Non lo senti anche tu l’orrore, Thomas? (visitando Tondelli)

Scendo dalla macchina davanti al cimitero di Canolo chiedendomi per quale motivo ci sia un’insegna di vini davanti all’ingresso di un cimitero. Prima di trovarlo ho vagato mezz’ora attraverso le campagne. Niente campo nel cellulare. Niente mappa. Niente cartelli.

Il giorno dopo ferragosto, mezzogiorno, letteralmente neanche un cane nel raggio di dieci chilometri.

Prendo lo zaino dal sedile posteriore e mi avvio verso l’ingresso. La costruzione di cemento color giallo sabbia si staglia al centro di un campo di girasoli come un enorme fungo industriale. Il cancello di ferro battuto a prima vista sembra chiuso. Controllo gli orari e l’ora sul cellulare. Chiusura: ore 15. Ora: 13:23. Spingo il cancello una prima volta ma non si apre. Riprovo facendo leva con il corpo contro il metallo e questa volta un po’ cede. Mi infilo nella fessura ed entro. Tutto attorno a me l’unico rumore è lo stridulo e assordante frinire delle cicale nei campi.

Il cimitero che sto visitando è quello di una frazione di Correggio, in provincia di Reggio Emilia. La tomba che sto cercando è quella di Pier Vittorio Tondelli, scrittore che negli anni ’80 divenne un cult grazie ai racconti di Altri libertini e che diversi anni dopo pubblicò uno dei miei libri preferiti di sempre: Camere separate.

Tondelli, uno degli scrittori più talentuosi e insieme più dimenticati degli ultimi cinquant’anni.

Un punto di riferimento per molti artisti tutt’ora viventi.
Un sopravvalutato, per la critica, accusato di esagerare in maniera farsesca i disagi di una gioventù di provincia che a ben vedere negli anni ’80 non aveva nulla di cui lamentarsi.
Un oscurato per il grande pubblico, etichettato dal sostrato cattolico che era impresso in ogni adolescente come un frocio. Che aveva quindi solo lettori froci. Un frocio che scriveva per i froci.
Uno qualunque delle migliaia e migliaia uomini e donne morti di AIDS allo scadere degli anni ’80.

Pier Vittorio Tondelli è morto di AIDS all’età di 36 anni, nel 1991. Tenne nascosta la malattia fino all’ultimo e all’epoca se ne parlò il meno possibile. Forse per riserbo, forse per imbarazzo. Forse alcuni con la sua morte ebbero conferma di una mediocrità artistica che gli imputavano da sempre. Morire di AIDS a inizi anni ’90, una morte banale.

Il cimitero di Canolo è una piccola costruzione a forma di croce con due pareti di cappelle e molte altre coperte di loculi. Non ci sono custodi né visitatori, così comincio a perlustrare le pareti facendo attenzione a non dimenticare neanche un loculo al mio passaggio.

Mi scorrono davanti immagini di uomini anziani, caduti partigiani, giovani donne morte di parto, qualche bambino, ragazzi partiti per la guerra e non più tornati. Conto tredici famiglie e decine di matrimoni con centinaia di figli. Quindici persone dal cognome Tondelli, ma nessuna dal nome Pier Vittorio.

Compio un secondo giro ma anche questa volta non trovo la tomba che sto cercando. Alla fine mi fermo davanti alla parete di fondo e fisso i loculi costernata. Ho la maglietta appiccicata alla schiena sotto lo zaino e il sudore che cola lungo le tempie. Nelle orecchie un fischio diventato insopportabile. Cerco di pensare a quale luogo possa essermi sfuggito. Ma faccio farica a pensare e non riesco a muovermi o a prendere una decisione.

Alle mie spalle sento avvicinarsi dei passi. Mi volto verso destra e scorgo un signore intento a raccogliere dei fiori secchi da un loculo e poi buttarli nel cestino. Indossa una canotta blu sopra un paio di jeans tagliati e delle scarpe che riconosco come scarponcini da carpentiere. Quando solleva lo sguardo e si accorge che lo sto fissando per un attimo si guarda intorno.

Ho paura che stia per chiedermi che cosa ci faccio in quel cimitero. Che mi dica di non disturbare i defunti. Di fargli un favore e andare a seccare qualcun altro.

C’è sempre qualcosa di sbagliato nel visitare un cimitero alla ricerca di una tomba. Qualcosa che rende la tua visita vagamente volgare, egoista, superficiale. Ci sono gli sguardi dei parenti degli altri defunti, una custode che ti guarda da sotto gli occhiali, uno sbuffo quando estrai la macchina fotografica.

Al cimitero degli Allori di Firenze mi ero ripromessa di non fare fotografie alla tomba di Oriana Fallaci. Arrivata lì ho contemplato la lapide e diligentemente me ne sono andata. Quando sono tornata alla macchina però all’improvviso mi sono voltata e sono risalita lungo l’altura. Ho estratto la macchina fotografica dallo zaino e ho scattato una, due, tre foto. Accettando l’idea che se Oriana fosse stata con me in quel momento mi avrebbe strappato la Canon dalle mani e me l’avrebbe rotta in testa urlando: -Cretina!

Non si può essere perfetti. Specialmente quando le giustificazioni che ci diamo derivano dal grado di conoscenza che abbiamo delle nostre lacune.

Il fatto è che io ho il terrore di dimenticare. E la consapevolezza di tendere a dimenticare. E la consapevolezza che tutti intorno a me tendono a dimenticare.

So che a 26 anni farò fatica a ricordare un pomeriggio di agosto con lo zaino incollato alla schiena e un fischio assordante nelle orecchie. Il rumore delle cicale nella campagna attorno. E che tutti hanno vissuto questi pomeriggio, solo che c’è chi ha trovato il modo di non dimenticarli e chi no.

Che l’essenza del “poi con l’età passa” sta tutta in questo fatto: che a un certo punto dei pomeriggi di agosto ci si dimentica. Li si vede come guizzi dell’età.

Mentre il signore si volta verso l’ingresso mi aspetto da parte sua un rimprovero oppure un’occhiata di riprovazione. Torna a guardarmi e rimane in silenzio come indeciso su cosa fare. Poi, inaspettatamente, solleva un braccio verso destra e dice:

-Lo trovi là. Quarto loculo nell’angolo.

Con aria grave.
Un’aria grave che però non è per me ma un po’ per tutti. Per quelli che non sono lì e per quelli che non verranno mai. Il dispiacere che probabilmente provo io quando un qualcuno mi dice:
–No, io Tondelli non l’ho mai letto. A scuola da me se lo leggevi passavi per frocio.

Il dispiacere del dover accettare che qualcuno possa scegliere di perdersi qualcosa. Di non leggere Camere separate, di non viaggiare, di non fermarsi e soffrire. Di non crescere.

Camere separate è uno di quei libri che dovrebbe far parte dell’educazione sentimentale di ogni ventenne che vuole arrivare a comprendersi meglio.

Camere separate è solo all’apparenza la storia di un trentenne, Leo, costretto ad affrontare la morte del ragazzo che ama, Thomas, per una non menzionata ma letale malattia. In realtà è un romanzo sull’abbandono e la perdita denso, istruttivo, prodigioso nella prosa e nei contenuti,

Leo è l’alter ego di Pier Vittorio Tondelli, un giovane ma non molto affermato scrittore, ma è anche la sensazione che ci pervade ogni volta che una storia finisce. È il fascio di emozioni che ci travolge nel momento in cui realizziamo di aver perso qualcuno.

Leo è la costernazione

Gli dicono più volte che ci sono tanti inglesi che cercano casa; farfugliano che deve avere pazienza gettandogli sul tavolo la sua scheda di richiesta. Lui subisce in silenzio. Sorride educatamente, dice qualche battuta che nessuno afferra. Immagina che gli altri pensino di lui che è un pazzo, o quantomeno un tipo strano. L’unica cosa che potrebbe dire, per giustificare il proprio comportamento è: -Thomas sta morendo, capite?
Ma non lo fa. Abbassa la testa e in silenzio si allontana.

L’incapacità di ascoltare i consigli

-Lui non era l’uomo giusto per te. E ti stai dannando proprio su questo errore.
Leo ha la voce leggermente incrinata: -Quale errore?
Rodolfo si lascia cadere sulla poltrona. Emette un lungo sospiro. -Che lui è morto Leo. E tu no. Per questo lui non era il ragazzo giusto per te.

La speranza di poter trovare pace altrove

Dopo circa un mese di piccoli spostamenti ora sta finalmente lasciando il continente e con esso il corpo martoriato di Thomas. Si lascia alle spalle la guerra, i cadaveri, il dolore, i campi di sterminio, le città distrutte e rase al suolo. L’Inghilterra gli appare come un paese separato e distante in cui non conosce nessuno e nessuno lo conosce, in cui può stare solo senza soffrire di solitudine, in cui può camminare, sedere al pub, bere, scrivere senza che nessuno lo guardi o lo disturbi. Dietro si lascia un continente in via di distruzione. Thomas che era la sua storia; il suo paese e la sua storia. Gli scenari di guerra.

Leo è al tempo stesso solo e l’altra parte di una storia d’amore che inizia come tutte le storie d’amore con la convinzione di aver trovato qualcuno con cui combattere. Qualcuno con cui valga la pena affrontare tutto.

-Abbiamo bisogno di tempo. Di mettere tempo fra noi. Di vivere insieme, di viaggiare insieme, perché il nostro pensiero riconosca istintivamente l’altro; e lo riconosca come una presenza automatica di consuetudine e affetto. Abbiamo bisogno di molto tempo per accettare la brutalità del fatto di non essere più soli.

Leo e Thomas però sono innamorati ma anche giovani e avidi di tutto. Vogliono essere liberi ma anche stare insieme. Credono di potersi rendere felici, ma la loro vicinanza a un certo punto li stranisce, si allontanano, si maltrattano, si rifiutano.

Leo e Thomas vogliono lottare ma sanno anche di non poterlo fare insieme.

Erano solamente due ragazzi che correvano incontro all’annientamento con una determinazione che non ammetteva ostacoli. Erano due bellezze che godevano nell’essere offese e violentate poiché entrambi ritenevano che il mondo non li meritasse e che nessuno potesse essere in grado di capire la loro qualità. Erano in guerra contro i valori della società e contro la normalità. Erano ribelli e si sentivano diversi. La loro relazione era precisamente una guerra separata.

Hanno un nemico che alla fine degli anni ’80 divenne evidente come i cimiteri costellati di migliaia di lapidi di ragazzi giovani, belli e sorridenti nei loro migliori completi da impiegato. Ragazzi che non avevano saputo vincere. O forse non ci avevano nemmeno mai provato.

Un giorno, in treno, in uno scompartimento affollato Leo gli aveva detto malinconico: -Io ho sempre voluto tutto Thomas. E mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa.

Leo si è sempre dovuto accontentare di qualcosa.
Ha dovuto accettate che “certi giorni ci chiediamo è tutto qui / e la risposta è sempre sì”.

Come Pier Vittorio Tonelli, che ora mi guarda da quella foto in cui indossa una polo nera e un paio di jeans che lo fanno sembrare un qualunque impiegato di un qualunque ufficio pubblico e ha le braccia conserte. La scritta “scrittore” parzialmente coperta da un piccolo mazzo di rose rosse e bianche.

La foto di uno dei migliaia di ragazzi morti di AIDS negli anni ’90.

Senza una lapide, senza un biglietto, senza qualcosa su cui poter scrivere “grazie per le parole”. Come se in fondo lui facesse bene a provare disagio nel parlare della sua professione.

Per questo lui si è sempre vergognato ed è sempre arrossito quando, nelle situazioni più svariate, su un treno, o a un party, o davanti all’ufficiale d’anagrafe qualcuno gli si è avvicinato chiedendo che mestiere facesse, di che si occupasse. Si è vergognato perché ha immediatamente capito che se avesse detto “io scrivo” lo avrebbero guardato come un pazzo o, nella migliore delle ipotesi, come un morto di fame. E la sua diversità, la sua distanza dagli altri, gli sarebbe apparsa ancora più incolmabile. E allora ha sempre tergiversato, si è inventato professioni rispettabili e socialmente accettate, mai quella di uno scrittore, di un perditempo, di una persona inutile. Una volta si è trovato immerso nell’ufficialità di un pranzo con qualche aristocratico, borghesi, soprattutto industriali finanzieri, banchieri. E Leo doveva essere il festeggiato. E nonostante tutti lo salutassero, lui era consapevole che nello stringergli la mano gli guardavano la cravatta e soprattutto pensavano quanto potesse rendergli una professione stravagante come quella. E lui capiva che il fatto di non avere centinaia di operai alle proprie dipendenze, di non avere tenute o case, di non esercitare alcun tipo di potere su nessuno, lo rendeva un oggetto assolutamente fatuo. Un fastidio.

Perché Pier Vittorio Tondelli è stato uno scrittore ma è stato anche un uomo che ha saputo mettere in letteratura un disagio che molti uomini provano e quasi nessuno riesce a spiegare. Un disagio che si subisce, si accetta, e a un certo punto ci addomestica.

Tondelli è stato lo scrittore che ha fatto pensare a Luciano Ligabue “bhe, ma allora è possibile scrivere qualcosa anche da un posto come questo!”. È il P.V. a cui insieme ad Andrea Pazienza è dedicato Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. È lo scrittore più citato nelle canzoni de Le luci della centrale elettrica, secondo solo forse a De André.

Tondelli è uno scrittore che i ventenni dovrebbero frequentare e frequentare molto. Leggerlo, citarlo, sottolinearlo, capirlo. Anche andare a trovarlo e fare contento quel signore che probabilmente leggeva il suo coetaneo di nascosto e che ora è un po’ fiero di indicare a qualche giovane il quarto loculo nell’angolo destro.

Lo stesso signore che quando sono uscita, davanti all’ingresso, mi ha rivolto un cenno di saluto intrattenendo due anziane incuriosite dalla mia auto per darmi tempo di salutare Pier Vittorio con calma.

Questa volta senza amarezza.
Con una specie di malinconia per il tempo che passa e le cose che si dimenticano. Ma la consapevolezza che finchè ci saranno ragazzi che si chiederanno

-Non lo senti anche tu l’orrore, Thomas?

ci sarà sempre qualcuno intento a cercare un loculo, o leggere Camere Separate,o viaggiare in macchina senza meta, sotto il sole rovente di un mezzogiorno di fine estate.

TITOLO: Camere separate
AUTORE: Pier Vittorio Tondelli
EDITORE: Bompiani
PAGINE: 216
PREZZO: 9 euro