Imparerei solo l’inglese / perché era la lingua di Lennon

Mia madre mi telefona alle sette e mezza di sera mentre sono nell’ingresso e mi sto sfilando le scarpe con un’ espressione da morta vivente in faccia.
-Hai letto su internet?
-No, che cosa?
-Giovedì vengono gli indignados davanti alla Bocconi, tu hai lezione quel giorno?

Mi blocco.
Gli indignados?
Mentre sciolgo i bottoni del cappotto e mi sfilo la sciarpa per un attimo non capisco.
-Alla Bocconi?
-Sì, alla Bocconi!
E che ci vengono a fare alla Bocconi?
Mi guardo attorno nell’appartamento vuoto e mi chiedo come sia possibile che nessuno me ne abbia parlato a lezione.
-Mamma, ora sono appena arrivata. Ti richiamo.
Spengo la telefonata e infilo il cellulare nella borsa, mi tolgo il cappotto lasciandolo malamente sul mobiletto dei detersivi e vado in camera  senza sistemare le scarpe.

Accendo il computer. In pochi minuti ho accesso a tutte le informazioni presenti nel cyberspazio

“Né con Monti, né con Tremonti. Gli indignados assaltano la Bocconi.”
In segno di protesta contro la scelta del Presidente della Repubblica di affidare il governo tecnico al Presidente dell’Università Bocconi, un gruppo di ragazzi ha deciso di portare la protesta fino alle porte dell’università di Via Sarfatti.

Rimango alcuni minuti immobile davanti allo schermo, la testa che cerca di carburare.

Gli indignados.
Davanti alla Bocconi.

L’agenda mi dice che giovedì ho lezione dalle 8:45 alle 16 e l’incontro per un lavoro di gruppo di diritto amministrativo alle 16. Venerdì mattina a mezzogiorno abbiamo la consegna e siamo molto indietro. Sono appena stata in università dalle 8:45 alle 18:45. Dopo cena devo mettermi a correggere i documenti del lavoro di gruppo.
Senza un reale motivo mi guardo i calzini. Sono tre giorni che entro ed esco di casa senza alzare un soprammobile. Sotto la pianta del piede si è depositato un sottile strato grigio di polvere.

Sono stanca, infreddolita, demoralizzata. Mi sento presa in giro da questa tifoseria da stadio passata per impegno politico.

Sulla scrivania ho un calendario con segnati i giorni degli esami e una ciotola arancione piena di biglietti del treno obliterati. Un poster del film V per vendetta appeso alla parete. Il volume di A Mosca, a Mosca! di Serena Vitale aperto a faccia in giù sul pavimento accanto al letto.

“Avevo conosciuto Ksenija all’Emmegheù, nel seminterrato del Corpo Centrale, in un deposito di vecchi mobili dove alcuni studenti organizzavano corsi amatoriali di lingue straniere. […]
Chi entrava per primo staccava dalla parete il manifesto-reliquia incollato su un rettangolo di legno: -Chiacchierare durante l’orario di lavoro è uno spreco. Quando lavori cuciti la lingua- e lo girava lasciando comparire un’altra scritta (a mano, col pennarello):
Imparerei l’inglese soltanto
perchè è la lingua di Lennon
libero adattamento da Majakovskij: imparerai il russo soltanto/perchè era la lingua di Lenin.”

Non sono figlia di un avvocato. Neanche di laureati. Ho frequentato scuole statali. Quando ero piccola la mia famiglia non viaggiava all’estero. Andavamo ad Albisola dalle suore, tutte le estati. Non ho una borsa firmata. Non l’ho mai avuta, e non l’ho mai desiderata. I miei genitori erano scettici quando ho detto di voler fare il liceo. A diciotto anni andavo a scuola in macchina, ma con due sacchi di cemento nel bagagliaio perchè la macchina non aveva il sedile posteriore e perdeva aderenza in curva. Prima volevo fare l’ingegnere, poi la professoressa di matematica, la giornalista, la libraia, il magistrato.

Sono sempre andata bene a scuola. La seconda della classe. Non la prima, neanche alle elementari. Anche allora mi distraevo coi romanzi.

Mi chiedo cosa stiano facendo ora i ragazzi che giovedì parteciperanno alla manifestazione. Magari qualcuno di loro sta leggendo, qualcuno è fuori con gli amici. Qualcuno è in università.
Qualcuno magari è fermo in camera e sta fissando la parete, con l’impressione di star combattendo una guerra personale di cui non frega niente a nessuno, come me.

Penso a mio padre. Al giorno in cui arrivò l’e-mail che diceva: “Le comunichiamo che Lei ha superato la selezione per iscriversi all’anno accademico 2007/2008” e lui mi fece sedere al tavolo in cucina e mi disse:

“Tu lo sai che se decidi di iscriverti a questa università per cinque anni non esisterà altro?”

Prima ci sarà lo studio. Poi gli amici. I fidanzati. I libri. Le vacanze. I sogni. Le cose che ti piace fare. Qualunque cosa. Ci si laurea in corso e con la media alta. Per prendere 90 alla Bocconi tanto vale che vai ad Alessandria.
Tu lo sai, vero, che cosa stai facendo?

E penso ai miei compagni di classe, che solo in minima parte sono figli di avvocati. Anzi, la maggior parte di loro è in Bocconi proprio perché non è figlio di avvocati.
C’è di vuole entrare all’antimafia, chi desidera vedere il mondo. Chi sarà il primo laureato in famiglia. E chi è il fratello meno sgamato del primogenito che ha fatto finanza.
Chi in questi anni ha perso il padre. Chi si è sposata e chi ha abortito.
Chi cerca l’amore guardandosi attorno in biblioteca. Chi quasi non ci spera più e si consola con un trenta e lode.
Chi ritarda la laurea per paura del mondo. Chi già da qualche mese è mezzo dentro e mezzo fuori da tutto quanto.
Chi tira di coca e chi mangia biologico. Chi dà da mangiare ai gatti in cortile e chi crede che i mozziconi non creino inquinamento se li getti dal cornicione.
Chi è dalla prima superiore che ha deciso che sarà notaio. Chi invece al quinto anno non sa nemmeno cosa farà per Capodanno.

Insomma,ventenni. Affaccendati. Dispersivi. Ambiziosi. Assonnati. Istintivi. Impegnati. Indipendenti.
Col cuore a pezzi. O innamorati. Pacificati. O bellicosi.
Pieni di paure che hanno il nome di stage gratuito e il contenuto di 56000 euro di tasse per la laurea.
Pieni di ideali. Giusti o sbagliati, di vegetarianesimo o ritorno alla monarchia costituzionale. Prepotenti ed egocentrici.

Che scoppiano a ridere all’improvviso per essersi guardati un attimo di troppo in mezzo al silenzio di una lezione.
E’ la forza propulsiva del sapere di star facendo qualcosa di pesante ma giusto. Del dire che ogni università dovrebbe essere come la nostra. Cattiva ma fortificante come una maestra severa delle elementari. Un’università che non ti vuole bene e non deve volertene. Che ti fa piangere, e sentire solo, ma anche felice come dopo una lunga giornata di lavoro.
Che ti fa smettere di pensare a “se sono meglio di” o “peggio di”. Che nella sua spinta competitiva ti fa comprendere che alla fine l’importante è esserci al massimo, con forza. Che ti dà il diritto di non aspettare raccomandazioni. O l’amico politico di tuo cugino. O l’avvocato che ti prende in studio se ti fai scopare una volta a settimana.

La Bocconi non è il paradiso nè l’inferno, ma è uno dei pochi luoghi in Italia che riesce a dare ai giovani l’orgoglio di un’identità.

E per questo vorrei che ora, mentre sto fissando il muro e un po’ comincio a sentirmi meglio, tutti potessero avere nella mente la stessa immagine che ho avuto io.

Mio padre davanti alla tv con il sorriso in faccia, che indica Monti sullo schermo e dice:

“Alla fine è come un cerchio che si chiude. Dopo tanti anni, tanti soldi e tanti mal di pancia, l’unico investimento giusto è stato anche il più importante: spendere i  soldi per farti studiare in una grande università.”

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