Alcuni si perdono necessariamente

C’è una frase, nella canzone Il suonatore Jones di Fabrizio De Andrè, che dice:

E poi se la gente sa
e la gente lo sa
che sai suonare

Suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti
ascoltare

Descrive all’apparenza la vita del cantautore, in realtà descrive la vita di chiunque di noi.

Non è necessario essere artisti perché a un certo punto “ti tocchi suonare”. Ognuno di noi può pensare alla propria vita: chi studia legge riceve richieste di consigli giuridici, chi è esperto di internet consigli di informatica, chi è sportivo consigli su diete e preparazioni atletiche. Ognuno viene reso destinatario di richieste più o meno pressanti, ma se è vero che “ti tocca suonare”, se ami quello che fai è anche vero che “ti piace lasciarti ascoltare.”

Rifletto su questi aspetti mentre la mia vicina di casa, madre di un ragazzino di 16 anni, sta dicendo:

Sai, lui legge qualche cosa durante l’anno, ma vorrei che leggesse anche qualche classico: tu non sapresti consigliarmi qualcosa?”

Me lo dice con l’aria sincera e un po’ titubante delle mamme che stanno cercando di crescere i figli nel mondo delle grandi distrazioni: la televisione, internet, i videogiochi. Farebbe piacere che il figlio leggesse, ma i classici non fanno nulla per rendersi appetibili. Se ne stanno lì, fermi, silenziosi, austeri nella libreria. Respingenti. Poco appetibili.

C’è poi la questione che ogni consiglio dato da un genitore, quando hai sedici anni, viene ignorato già solo per il fatto di provenire da un genitore. Lo so, sono stata adolescente e bastian contraria anch’io.

-Potresti provare a fargli leggere Tonio Kröger di Thomas Mann.

9788852016790 

 

 

Autore: THOMAS MANN
Titolo: Tonio Kröger
Editore: Mondadori
Prezzo: 8 Euro

 

 

 

 

 

Mi rendo conto di star parlando quando sono già a più di metà frase.

Mi trovo ad aggiungere che è un racconto di poco più di cento pagine, con protagonisti due adolescenti, che parla un po’ del sentirsi strani, introversi.

Mi rendo conto che sto parlando pensando al figlio della mia vicina: un ragazzino alto, dinoccolato e abbastanza timido, con le braccia lunghe e sottili come i rami di un salice.  Passa spesso davanti a casa mia in bicicletta.

-Vai a trovare gli amici?- gli ho chiesto una volta.
Lui si è stretto nelle spalle, ha inarcato la bocca. –No, mi piace andare in bici da solo- ed è ripartito. Dalle cuffie nelle sue orecchie la musica usciva talmente forte che potevo sentire la voce di Dave Grohl urlare: “What if I say I’m not like the others / What if I say I’m not just another one of your plays…”

Quando rientro in casa istintivamente vado in camera e prendo il volume color verde chiaro dallo scaffale della libreria.

Guardo la data scritta a matita sulla prima pagina

maggio 2004

Avevo sedici anni anch’io, la prima volta che l’ho letto.

Scorro con le dita le pagine macchiate di crema solare (lo leggevo prendendo il sole di maggio in cortile, lo ricordo) ed eccolo lì, un segno a biro accanto a un paragrafo:

“Lavorava muto, chiuso, invisibile e pieno di disprezzo verso quei meschini per i quali l’ingegno non è che un ornamento da società, che, ricchi o poveri non importa, si mostravano in pubblico arruffati e cenciosi o sfarzeggiavano con eccentriche cravatte, e insomma si preoccupavano soprattutto di condurre una vita felice, affascinante e artistica, senza sapere che le opere di valore nascono sotto il premere di una vita cattiva, che colui che vive non lavora e che, per essere veri creatori, bisogna essere morti.”

Tonio Kröger è la rappresentazione di tutti gli adolescenti che non si sentono “vincenti”. Non è bello, non è estroverso, non è atletico, è goffo quando balla o parla con le ragazze. Ha il sogno di diventare un grande scrittore, passa i pomeriggi ad analizzare romanzi e guardare rappresentazioni teatrali, è molto timido.

Tonio ha anche un migliore amico bello, estroverso, sportivo e che balla bene, Hans. E ha anche una ragazza che gli piace bella, estroversa, sportiva e che balla bene, Inge. La sublime Inge, la biondissima Inge, l’angelica Inge.

Quella che con un saluto riesce a ottenere queste righe:

“E Tonio, continuando a camminare, passò sotto la vecchia e tozza porta della città, andò lungo il porto e su per la ripida strada dalle aguzze cimase, umida e ventosa, che conduceva alla casa paterna. Allora viveva il suo cuore: struggimento vi si trovava, e malinconica invidia, un tantino di sprezzo e una grande, casta felicità.”

Tonio è un po’ in ognuno di quelli che almeno una volta si sono sentiti un po’ sfigati, quelli che hanno pensato almeno una volta che essere come gli altri sarebbe stato molto, molto più semplice. C’è un po’ di Tonio in ogni adolescente che ha una passione per qualcosa. Il suo sguardo è quello di chi passa i pomeriggi a suonare la chitarra, o a smontare pc, o a scrivere ipotetici romanzi, o a dipingere o a studiare copioni.

Tonio è un po’ come siamo noi quando non ci sentiamo adatti al mondo in cui viviamo. Quando pensiamo “dovresti farti furbo” o “hai sbagliato di nuovo” o “guarda lui invece come si comporta”.

Quando leggi la scena del Don Carlos in cui il re piange perché si sente solo e tu non vedi l’ora di essere a scuola per dire ai tuoi amici che quella scena è fantastica, che devono leggerla ASSOLUTAMENTE, che non esiste NULLA, nulla al mondo di più commovente di QUELLA scena, e poi intercetti lo sguardo perplesso di chi ti ascolta e capisci che giusto, ti eri dimenticato che a loro il Don Carlos non interessa.

Tonio è un po’ in ogni ragazzo che decide di coltivare una passione, perché ogni passione significa percepire dentro a sè un’assenza, un vuoto, una mancanza. Non si legge quando si è felici, si legge quando si ha bisogno di qualcosa. Un insegnamento, un ideale, un’emozione, una parola di conforto, un modo per comprendere.

Come diceva Luigi Tenco, quando gli chiedevano perché le sue canzoni erano sempre tristi:
“Perché quando sono felice esco.”

Mi rendo conto che sto rileggendo avidamente il racconto e mi ricordo le emozioni che mi aveva suscitato durante il secondo anno del liceo, quando una professoressa mi aveva sgridato perché stavo leggendo invece di seguire la lezione e poi mi aveva chiesto di aspettare prima di uscire dopo il suono della campanella.

-Devi stare attenta quando spiego-aveva detto quando ero arrivata un po’ titubante e con lo zaino in spalla alla cattedra. –Perché anche se non te ne rendi conto, le cose che spiego ti serviranno. L’Iliade serve, Ulisse serve. Ora pensi di no, ma da adulta capirai.

Quel giorno l’avevo guardata senza capire. Non mi stava rimproverando, non proprio, a giudicare dal tono.
Lei allora mi aveva guardata da dietro gli occhiali bordati da una catenella nera.

-La prossima volta che vai in libreria compra questo libro.
E aveva preso un pezzo di carta lì vicino e e ci aveva scritto queste parole.

Thomas Mann
Tonio Kröger

-Leggilo. Ti servirà.

Fine. Potevo andare.

Guardo il disegno dei colletti bianchi (non avevo mai fatto caso che erano dei colletti bianchi, che bella immagine) sulla copertina, e ripongo il libro in ordine accanto agli altri.

Un adulto mi aveva detto che quel libro mi sarebbe servito, e a posteriori confesso che mi è servito.

La storia di Tonio mi è servita a trascorrere l’adolescenza senza il cruccio delle troppe cose che a me piacevano mentre agli altri no. A capire che essere timidi e introversi non è un difetto, e che molto spesso è solo questione di non sapere che cosa dirsi. Che non bisogna avere fretta di diventare come qualcun altro, perché ci pensa già la vita a provare a importi le stesse scelte di tutti gli altri.

Mi ha insegnato soprattutto a non portare rancore verso chi è diverso da me. A comprendere il valore della diversità. A non ragionere per categorie ma per individui e per aspirazioni.

Tonio Kröger mi ha reso una persona migliore, e solo per questo è il romanzo che ogni adolescente dovrebbe leggere. Un raccontino di cento pagine, scritto neanche in maniera complicata, ma con un grado di verità al suo interno da lasciare storditi.

È un romanzo che insegna, che si tatua nei sedici anni di chi stringe tra le mani il libro.

Che si è preso una parte dei miei sedici anni, coprendo le pagine del mio diario con questa citazione:

“Hai poi letto il Don Carlos, Hans Hansen, come mi avevi promesso sul portone del nostro giardino? Non farlo. Non te lo chiedo più. Che cosa interessa a te il re che piange perché è solo? Non devi rendere i tuoi occhi chiari cupi e sognanti guardando versi e malinconia …  Essere come te! Ricominciare un’altra volta, svegliarsi uguale a te, in armonia con Dio e il mondo … prenderti in sposa, Ingeborg Holm, e avere un figlio come ce l’hai tu, Hans Hansen, – libero dalla maledizione della conoscenza.

Ricominciare un’altra volta? Ma non servirebbe a nulla. Sarebbe di nuovo così, succederebbe di nuovo tutto come è successo.

Perché alcuni si perdono necessariamente, perché per loro non esiste proprio una giusta via.”