Uomini cui pietà non convien sempre

Avevo 14-15 anni quando in via Ponte alle Mosse, a Firenze, vidi mia madre picchiare una mascalzona, che maltrattava i prigionieri tedeschi. Prigionieri incatenati e ammassati su un camion aperto. Il camion s’era fermato accanto al marciapiede e la mascalzona, peraltro moglie d’un ex-federale fascista (cosa che la dice lunga sugli italiani voltagabbana) s’era messa a colpirli con schiaffi e con pugni.

Bè, non so immaginare una donna che a quel tempo odiasse i tedeschi più di mia madre. Non so immaginare nemmeno una signora più garbata, quindi meno manesca, di mia madre. Eppure appena s’accorse che nessuno reagiva allo scempio si gettò su quella donna come un gatto infuriato.

La agguantò per il collo e prese a picchiarla selvaggiamente. In faccia, sulla testa, sullo stomaco. E picchiandola ruggiva: -Miserabile, iena vigliacca! Non si tocca un uomo in catene! Un uomo in catene è sacro anche se è un sudicione come te!-.

Non l’ho mai dimenticato.

[Oriana Fallaci]

Buon 25 aprile a tutti.

E che la pietà non vi sia mai di vergogna.

Nostra Signora delle Disuguaglianze

Apro il giornale e trovo la sua foto in segnaletica con sotto il titolo:

Arrestato il rapinatore di Corso Alfieri.

Un trafiletto che parla di due ragazzi davanti a una banca, uno che entra con una pistola e prende 200 000 euro. Esce e consegna i soldi all’altro. Poi scappa in una via del centro, tra chiese, sanpietrini e scoli gocciolanti dei temporali dei giorni prima.
Il ragazzo si ferma davanti a una chiesa e butta la pistola e la felpa rossa che indossa in un cassonetto. Al telegiornale vedrò nella ripresa di un negozio la sua figura guardarsi intorno, per un istante incerto. Poi scappare via dal centro.

Come in quella canzone che fa

E fu il calore di un momento
poi via di nuovo verso il vento

Nel campo visivo a un certo punto entra un’anziana. Guarda il cassonetto, prende il cellulare e compone un numero. Questa azione gli varrà una menzione sui giornali locali e il titolo di eroina per lo spazio di un tg.

Dal giornale, invece, con in faccia quella cicatrice derivante dai troppi pomeriggi passati a giocare a lotta libera sul cemento lui mi guarda e mi dà la dimensione che sono passati quindici anni.

Quindici anni e un mare di ingiustizia e cambiamenti.
Quindici anni da quando io e Piero eravamo due bambini seduti allo stesso banco di una scuola elementare di periferia.

Dicono che quando si va a studiare giurisprudenza lo si fa per due motivi: o non si è figli di avvocati e si vuole cambiare il mondo, o sì è figli di avvocati e non si vuole cambiare il mondo.

Io non so perché l’ho fatto. Forse volevo solo scappare. Forse pensavo che ci fosse un posto in cui le ingiustizie che vedevo nella mia città non esistevano.

Alcuni studiano giurisprudenza per cambiare il mondo. Io speravo che la giurisprudenza mi insegnasse a esser convinta di poter cambiare il mondo.

Mia madre mi vede fermarmi sulla pagina e capisce cosa sto guardando.
-Che brutta notizia.
-Già.

Sbuccia una patata e la mette nel recipiente pieno d’acqua.
-Non era un cattivo ragazzo.
-No.

Vorrei mettermi a urlare e strappare quel giornale e quella foto segnaletica e quel video e far sparire i telegiornali, le notizie, i giornalisti, le anziane e i cassonetti.
-Io esco a correre.
-Ma è ora di cena.
-Mangio dopo.
Infilo le scarpe, la giacca e in pochi istanti sono fuori dal cancello nel buio della campagna e sto correndo. Metto un piede avanti all’altro sullo sterrato bagnato di pioggia e penso. Penso a quello che nessuno ha scritto su quel giornale. A quello che nessuno sapeva quando lo indicava per strada da adolescente. A quanto le nostre vite sono poi peggio dei libri perché sono in fondo banali e assolutamente prevedibili.

Ripenso a me a dieci anni in un pomeriggio di metà gennaio, seduta al banco davanti a Piero che mordicchia la punta di una matita.
-Pe…
-Sì.
Quella parola che sembra un rebus.
-Pe…
Il disegno.
-Ci sei quasi…
Piero corrugga le sopracciglia. Si gratta la testa coperta di capelli biondi. Per un attimo penso che stia per arrendersi. Poi dice:
-Ra.
Oggi è una buona giornata.
-Bravo!
-Pe-ra.
Piero solleva la testa. Sorride. Gli mancano due denti davanti e le fessure sembrano due finestrelle.
-Pera!

La maestra di sostegno che dopo dieci minuti si avvicina.
-Vuoi fare l’intervallo?
Siamo in pausa pranzo. Manca un’ora alla ripresa delle lezioni.
-No, mi piace fare questo.
La maestra ha i capelli corti e la bellezza serena di una madonna. Ho sempre pensato che sotto il velo la madonna avesse i capelli corti come lei.
Sorride.
-Va bene, ma quando vuoi giocare chiama.
-Ok.
Ricordo le ricreazioni di quell’ultimo anno di elementari come la prima volta in cui ho pensato di essere utile.

-Piero con te fa gli esercizi.
Di impiegare il mio tempo in qualcosa di importante. Di nuovo. Di umano.

Nessun giornale ha scritto che il rapinatore di Corso Alfieri era quello che negli anni ’90 veniva definito “un bambino ritardato”. Che quando in prima media ha lasciato la scuola nessuno si è preoccupato di andarlo a cercare. Che i suoi scatti d’ira erano la normale conseguenza di vivere in un mondo in cui tutto ti appare complicato e la gente sembra non accorgersene.

Nessuno ha mai scritto che il rapinatore di Corso Alfieri non ha mai imparato a leggere più di qualche frase e a scrivere e a contare.
Nessuno se n’è preoccupato.
A parte la maestra di sostegno e un gruppo di bambini di una scuola elementare di periferia.

Ci sono persone che si iscrivono a giurisprudenza nella speranza di cambiare il mondo. Io già a quindici anni quando incontravo Piero non sapevo neanche se far finta di non conoscerlo o no.

Se vivere cancellando quei pomeriggi di gennaio. O se cercare nonostante tutto di fare qualcosa che potesse servire non pensando a quella sera di dicembre in cui a nove anni ho capito cos’è l’ingiustizia.

Piero alle sei di pomeriggio in mezzo al buio del parcheggio di un centro Coop. Io per mano con mia mamma e un panettone buonissimo nelle borse della spesa.
Il mio: -Piero, cosa ci fai qui?- e lui che scrollava le spalle, imbarazzato.

-Aspetto. Mia mamma ha detto che prima delle nove non devo tornare a casa.
Il mio silenzio.

E lui che faceva: -Ciao-e si voltava e camminava via.

Come in quella scena di On the road, in cui Sal e Lucille si lasciano, poi si allontano e dopo qualche passo si voltano “perchè l’amore è un duello”.
Solo che nella realtà c’era solo l’allontanarsi e l’evidenza di quell’ingiustizia.

Io in macchina con mia mamma e il panettone.
Piero da solo con la sua giacca in un parcheggio di un centro commerciale.

Ci sono persone che si iscrivono a giurisprudenza con la speranza di cambiare il mondo. E altre che invece lo fanno solo per fuggire. Dal mondo. da una famiglia. Da un giornale locale.

Da un parcheggio.