La sua anima accesa / mandava luce di lampadina

Vedo segnalato ovunque questo articolo di Gino Castaldo.

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/01/06/news/silenzio_rock-27658928/



Su Twitter e Facebook le reazioni sono violente: tutte cazzate, sacrosanta verità, se questo è il giornalismo allora siamo a posto, finalmente qualcuno lo dice etc etc.

Faccio subito una premessa al post: non voglio commentare nel merito la veridicità di questo articolo, non ho né l’esperienza né la cultura musicale per farlo. I miei gusti musicali sono molto limitati, mi rendo conto che non è un vanto però sono sicura che anche se non lo dicessi ve ne accorgereste.

A pelle le considerazioni di Castaldo mi hanno urtata.
Ho finito di leggere l’articolo e istintivamente ho pensato:  “Ma come? Quest’anno ai concerti de Le luci della centrale elettrica era sempre tutto pieno”  oppure “al concerto dei Ministri all’Alcatraz c’era tanta gente quanto a un concerto di un cantante da classifica”.
Era molto tempo che non vedevo i concerti così gremiti, cosa vuol dire che il rock è morto?

Della serie:
IO quest’anno ai concerti ho visto sempre un sacco di gente. Quindi TU, esimio giornalista, parli e scrivi di cose che non conosci.
Amen.

Poi però passavano i secondi,
avevo in mente una risposta molto sarcastica ma continuavo a stare ferma davanti alla tastiera,

passavano i secondi
fuori c’era un sole che sembrava l’estate indiana più lunga di sempre
passavano i secondi

non mi sono neanche accorta mentre, con un gesto automatico, ho aggiornato la Bacheca di Facebook sulla finestra accanto a quella dell’articolo.

Ho letto un paio di commenti e solo allora, all’improvviso, mi è sorto un dubbio.
Ho portato la bacheca indietro di uno, due, tre mesi.
Ed ecco l’evidenza.

L’ ultimo link su Le luci della centrale elettrica che ho condiviso (un monologo che su Youtube porta il titolo “ci cadevano in testa le stelle inchiodate male” e che secondo me è di una bellezza e di una sensibilità rara) ha avuto appena 3 “mi piace”.

I Ministri con Alexander Platz: 5
Il Teatro degli Orrori con Direzioni diverse: 2

Guccini con Eskimo: 22
Una vittoria impietosa e schiacciante.

Mi sono messa a cercare su Twitter gli argomenti relativi alla musica e dopo un po’ ho dovuto ammetterlo.

Quelli che ascoltano Le luci della centrale elettrica sono una minoranza. Quelli che ascoltano i Ministri sono una minoranza. E quelli che ascoltano Le luci della centrale elettrica sono addirittura una minoranza tra quelli che ascoltano Guccini, de Andrè o De Gregori.

Però quello che non mi fa cedere all’immagine della gioventù tutto divertimento descritta da Castaldo è un ricordo di quest’estate.

Ho nella testa l’immagine di un concerto, di preciso quello de Le luci della centrale elettrica, il 3 settembre 2011 al Teatro Nuovo di Verona. Sul palco accanto a Vasco si susseguono Rachele Bastreghi, Giorgio Canali, Davide Toffolo, Manuel Agnelli. Le note del violino di Rodrigo d’Erasmo che fanno da sottofondo a uno spettacolo che sta avendo del magico in quella sera ancora calda di settembre.
Seduti sulle gradinate ci siamo noi, tutti educati e silenziosi nella compostezza dei nostri posti assegnati. Nessuno che parla o canta le canzoni a voce alta.

Poi, a un certo punto, parte Per combattere l’acne.

La notte atomica che ci ha
rimboccato le palpebre

È l’ultima canzone. La gente, con un gesto di reazione che però anche i teatri accettano, si alza in piedi. Lentamente, prima solo i ventenni,  poi i ragazzini, infine tutti. Regola vuole che da quel momento si canti e lo spettacolo finisca, invece mi guardo attorno e incrocio lo sguardo dei ragazzi seduti avanti a me.

Ci sono attimi di indecisione. Poco per volta ci si guarda attorno. Tutti con tutti, estranei con estranei. Si cerca un permesso. Il ragazzo davanti a me guarda il palco poi riguarda me.

Poi, all’improvviso, una ragazza esce dal proprio posto e corre verso il palco.

Ed è come l’inizio di un temporale. Da dietro le mie spalle vedo passare un ragazzo e una ragazza. Poi i ragazzi avanti a me. Poi un gruppo di sei adolescenti. E poco per volta tutti, scomposti,  con borse e zaini e vestiti leggeri e sandali cileni e anfibi e macchine fotografiche. Tutti abbandonano i propri posti, liberi.

Sotto quel palco quella sera si è verificato uno spettacolo unico. Nessun cellulare a riprendere la scena. Nessun iphone e nessuna reflex digitale.

E attorno a me ragazzini che piangevano
ventenni che piangevano
trentenni che a stento trattenevano le lacrime

Tutti a urlare quel bisogno inespresso mi dare un senso a questi anni bui. A mostrare la necessità di qualcosa che ci faccia sentire come “più di noi stessi”. Ad urlare di un bisogno di poesia. Di un disperato, profondo, radicale bisogno di poesia.

Faremo dei rave sull’Enterprise
farò rifare l’asfalto
per quando tornerai

Un bisogno che è rimasto attonito, incapace di fare altro se non ringraziare, quando Vasco Brondi ha terminato Per combattere l’acne, è rimasto immobile alcuni secondi, poi ha cominciato a suonare delle note all’inizio sconosciute. Poi ha intonato dei versi e quei versi erano:

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia d’orzata
dove galleggia Milano

Non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina.

Non riuscivo a crederci. Non riuscivamo a crederci. Mi guardavo attorno e vedevo ragazzi di venticinque anni incapaci di credere che in quel momento stessero suonando le note di quella canzone.
La domenica delle salme.
La domenica delle salme di Fabrizio De Andrè che è quella canzone che tutti noi abbiamo il rimpianto di non aver visto durante un concerto. Che ci ha fatto pensare “essere nati solo dieci anni prima, solo dieci anni prima”.

Perché tutti noi sappiamo che se fossimo stati lì avremmo pianto, e avremmo pianto forte. Avremmo reso omaggio in grande stile alla poesia di

A tarda sera io
e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile

un cannone nel cortile.

Quella sera sono uscita dal Teatro invasa da una strana e incontenibile euforia.

-C’è speranza- mi dicevo.
C’è speranza, cazzo.
C’è speranza.
C’è speranza davvero.

Poi però quell’immagine sbiadisce. Rimane il ricordo di quanto ero vergognosamente felice quella notte tornando a casa attraverso la pianura, ma si aggiunge un retrogusto amaro.

Che tutto questo l’abbiamo vissuto in pochi.
Mi rimane la frustrazione del dover riconoscere che Castaldo ha ragione. Non esiste più una musica che può catalizzare la vita delle persone, perché non esiste più una persona da catalizzare. Oggi la realtà è troppo frammentata per poter pensare a un movimento che rappresenti tutti. Che rappresenti i pensieri di chi ha sempre potuto scegliere cosa ascoltare. Senza le radio, senza la tv, senza i critici, senza le classifiche.

Però credo anche che ciò sia un bene. E credo che i messaggi del rock’n’roll non scalino più le classifiche semplicemente perché non è del rock’n’roll e della protesta che noi nati negli anni ’80 abbiamo bisogno.

La protesta è un vecchio mito inneggiato da direttori dalla mentalità sorpassata che non capiscono nemmeno che quello che vogliamo non è protestare ma essere liberi.
Che non vogliamo i vostri slogan, ma una versione 2.0 del diritto ad essere lasciati in pace.
Che non abbiamo bisogno della rabbia, ma di un moto propulsivo verso un bene che sia altro rispetto a noi.
Che non abbiamo bisogno dell’informazione, ma di qualcosa che riesca a renderci vergognosamente felici.
Che ci dia la forza di migliorarci ogni giorni.
Che ci faccia ancora avere dei sogni enormi, spropositati, e la presunzione di poterli realizzare.
Qualcosa che ci faccia sentire potenti.

Che non abbiamo bisogno dei vostri slogan e delle leggende del rock che ci rappresentino.
Perché noi è tutta la vita che ci rappresentiamo da soli senza il vostro aiuto.

Che quello di cui abbiamo bisogno sono semplicemente due cose antiche.
La bellezza.
E la poesia.

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8 Comments

  1. Vasco Brondi è un ragazzo lagnoso, terribilmente lagnoso, io non lo sopporto e credo che non rappresenti il rock nè il pop nè niente, solo le sue scarpe, le sue scarpe da indie del cazzo. Ma ancora più importante, è la sua musica a rappresentare solo le sue scarpe e tutti i giovani lagnosi e lamentosi e con la bocca di parole difficili di cui non conosco il significato. Mi sono rotta il cazzo di pensare che l’Italia per così dire musicalmente acculturata venga rappresentata da un simile lagnoso con la chitarra storta. Non l’ho detto bene? Lo ripeto: lagnoso.

  2. Sono Ernesto Assante, collega e soprattutto fraterno amico di Gino, al quale tra un minuto o due girerò il link di questo pezzo, che ho appena finito di leggere e che trovo bello e interessante. hai ragione su molte cose, ma mi farebbe piacere tu leggessi anche questo http://assante.blogautore.repubblica.it/2012/01/morto/, tanto per tenere vivo il dibattito.
    E poi mi va di dire due cose. la prima è che ero convinto che il rock fosse morto nel 1982 o 1983, quando la new wave e l’elettronica l’avevano seppellito in Inghilterra e ne ho scritto tante volte. poi è arrivato il grunge e ho cambiato idea. Poi verso la fine degli anni Novanta ho pensato fosse morto di nuovo, e da allora non mi sembra sia risorto. E non parlo del rock come genere, ma come “modo di fare le cose”. Perchè di bei dischi di rock ne sono sempre usciti. ma il rock non è un genere, è uno straordinario miscuglio tra la musica che viene suonata da band e artisti e il pubblico che l’ascolta. E’ questa sintonia magica, incredibile, che rende possibile eventi come quello che tu racconti. Ma accade a pochi, perchè tra i giovani nessuno sogna più con la musica. Con la musica in generale, non con il rock.
    Comunque grazie per quello che hai scritto

    ernesto

  3. Beh sì, in realtà ti avevo già letto, prima che me lo segnalasse Ernesto e avevo apprezzato molto la delicatezza riflessiva e le immagini che hai evocato. In realtà checché ne pensino i molti che in questi giorni mi hanno quasi linciato (ma fa parte del gioco per carità e va benissimo) e benché sia molto più vecchio di te provo sensazioni molto simili. Il mio è solo dispiacere, e rammarico, per la poesia e la bellezza che non ci sono, e anche io le poche volte che le vedo nelle cose nuove (di vecchie ne abbiamo fin troppe) mi emoziono e mi commuovo. Ma un articolo è sempre un articolo, e lascia il tempo che trova. Se ti interessa, sull’argomento ci ho scritto un libro tre anni fa (Il buio il fuoco e il desiderio…) e mi riferivo proprio alla caduta della bellezza nel mondo musicale e non solo (con le dovute eccezioni è ovvio). Un saluto
    Gino Castaldo

  4. Difficile cominciare, difficile finire. Posso dire che personalmente non condivido i pareri dei giornalisti che in virtù della loro spada uccidono quando e come vogliono, a volte arrogandosi il diritto di discernere ciò che è bene da ciò che non lo è. Generalizzare in questi termini partendo dall’assunto che non esistano pezzi del calibro di We shall overcome (e dunque nemmeno un’egida sotto la quale riconoscersi politicamente e culturalmente) mi sembra fuori luogo, nonché, come fai notare tu stessa, acronico. Sì, acronico, nel senso proprio di “fuori dal tempo”, per non dire fuori luogo. Così come non è corretto congedare la minoranza degli estimatori di generi tutt’altro che pop-olari (non è casuale), perché non è etico, perché ognuno ha il diritto di esistere. Non credo siano i Grammy o altri riconoscimenti a sancire gli orientamenti musicali di oggi, né tantomeno credo che si possa dire con tagliente certezza che sia davvero finita solo perché non si sente il sound delle piazze di tanti anni fa.
    Manco a farlo apposta oggi ho spiegato il Simposio a una ragazza del liceo per un’interrogazione di filosofia, e si parlava esattamente di Eros come di una spinta propulsiva che spinge l’uomo a cercare qualcosa che non ha.
    In fin dei conti penso che la protesta degli Indignados, come di chiunque altro voglia scuotersi dal torpore, calchi esattamente le stesse orme, lo stesso desiderio di qualcosa che non c’è, e non importa che sia a ritmo di We shall overcome o di Dio è morto, conta che i sentimenti, la voglia di cambiare, la bellezza di un’anima che si spoglia dei feticci propinati giorno dopo giorno guidino i passi di oggi e di domani. Forse è retorica fuori moda, ma mi commuovo quando un ragazzo di terza superiore mi dice di aver partecipato a un corteo organizzato dal suo liceo perché vuole un futuro migliore. Anche senza colonna sonora.

    Nicoletta

  5. innanzitutto grazie a voi per i commenti,
    mentre leggevo l’articolo anche io ho avuto l’impressione di un argomento che non si prestava ad essere trattato in maniera approfondita in poche righe come consente la pubblicazione su internet o su un giornale.
    Riguardo agli appunti sul passato io non posso parlare con cognizione di causa. Sono nata nell’88 e anche la fase Nirvana l’ho vissuta più come una moda da ragazze adolescenti dovuta alla figura di Kurt Cobain che non al loro talento musicale.
    Però sono anche convinta che l'”‘indifferenza” dei giovani di oggi alla musica non sia molto diversa da quella di dieci o più anni fa. Molto probabilmente anche allora c’era chi doveva pensare a “mantenersi vivo” e reputava di “non avere tempo” per la musica, come c’era chi della musica semplicemente “se ne fregava”. Credo solo che con l’avvento di internet questa indifferenza sia venuta a galla, unita al fatto che coloro che si interessano alla musica ora sono frammentati in decine di generi diversi, per cui danno l’idea di essere di meno di quanti in realtà non siano.

    Per il resto io non credo che il bisogno di poesia possa essere condizionato dai tempi. Credo che le persone rimangano sempre le stesse nonostante le esperienze storiche che le hanno precedute. Un ragazzo della mia età si approccia alla musica come può e come vuole secondo le proprie inclinazioni. Poi la musica come i libri costituisce una spirale crescente nel tempo. Man mano che si comincia a vedere come cambia il modo di affrontare la vita leggendo certi libri o ascoltando certa musica e più si ha voglia di averne di più e più se ne consuma e più se ne conosce.

    Riguardo alle proteste poi io le comprendo ma non le condivido, perché credo che la protesta fine a sé stessa non abbia alcun valore in un paese già costruito sulla democrazia. La rabbia ha uno scopo quando viene incanalata verso la costruzione di qualcosa di nuovo. Il disastro del Sessantotto e la conseguente sconfitta dell’Italia degli ultimi quarant’anni dà una buona dimostrazione del motivo per cui sono diffidente.
    Non credo e non ho mai creduto nel potere delle masse, ma credo e ho sempre creduto nei talenti e nell’impegno dei singoli.
    Come diceva Giorgio Gaber “la libertà è partecipazione, ma non nel senso partitico del termine. La libertà è partecipazione nella misura in cui ognuno si sforza di essere sempre partecipe della propria vita”:

    PS: vado subito a leggere la discussione sull’altro blog

    Chiara

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