Bisogna insegnare alla bambina a pensare sempre

La casa dei miei nonni è immersa nella nebbia di questo pomeriggio di fine gennaio. Mi infilo il piumino, scendo dalla macchina, la chiudo e infilo le chiavi in tasca.
Attraverso lo spiazzo di ghiaia accanto alla casa e scavalco il muretto di cemento che divide la strada dal cortile. Salgo i cinque scalini che conducono alla porta. La trovo chiusa. Busso, nessuno risponde.
Scendo le scale di cemento che portano al garage e come immaginavo trovo mia nonna nella legnaia.
-E il nonno?
Mia nonna scrolla le spalle e scuote la testa con quel gesto che le ho visto fare da tanti anni.
-E’ uscito a piedi.
Il che significa vallo a cercare nelle vigne, di sicuro non è lontano.
Risalgo le scale aiutandola a portare la legna e quando arrivo in cima mi accorgo che nella casa di fronte hanno iniziato i lavori di ristrutturazione. I muri sono stati rivestiti, le finestre cambiate. Fisso i telai.

-Perché non hanno le persiane?
Mia nonna scrolla le spalle in un altro dei suoi gesti tipici.
-Gente di città.
Con quel tono che può capire solo chi è nato e cresciuto in campagna e crede che i cittadini vengano in campagna più o meno con lo stesso spirito con cui vanno allo zoo. Per dare un’occhiata agli animali del posto, pensare a come sarebbe bello poter cambiare vita e poi tornare come nulla fosse a mangiare sushi e bere cocktails.

Mia nonna prende la legna e rientra in casa. Rimango ancora qualche secondo immobile a fissare la casa. Ho passato la mia infanzia giocando con i gatti selvatici in quel cortile. Il proprietario era un uomo che passava tutto il giorno su una sedia sul ciglio della strada a chiacchierare con gli altri anziani. Mangiava sempre pane e salame e ogni tanto me ne dava un po’. Ogni tanto mi dava anche un po’ di vino.
-Ma non dirlo ai tuoi.
Anche se poi ho scoperto che i miei nonni sapevano ed erano d’accordo, anche sul vino.

Quando ero bambina trascorrevo i mesi estivi con lui e gli altri anziani ad ascoltare le loro discussioni.
-Comunque noi si lavora sempre.
-Certo, le campagne mica aspettano.
-Vero, le campagne mica aspettavo.
Stando con loro mi sembrava sempre di essere in mezzo a qualcosa che non potevo capire e che per questo mi affascinava. Se diventando vecchi si riusciva a parlare di così tante cose chissà come doveva essere bello diventare grande. Quante cose si potevano fare. Quanti posti si potevano vedere.
Quante cose e quante persone. Tutte insieme.

Erano belli quei pomeriggi. Così caldi e interminabili.

Adesso mi fa impressione vedere il cancello automatico di ferro battuto con la scritta “attenti al cane”.

Mi chiedo che fine abbiano fatto i gatti selvatici e le bottiglie di vino. La pompa con cui mi bagnavo i capelli e i vasi con dentro lo zucchero per catturare i calabroni. La mia infanzia. Quello che pensavo avrei fatto.

Mi incammino lungo la strada verso la vigna. Mi sembra all’improvviso come se fino a quel momento non avessi notato il cambiamento. Come se fosse tutto sparito e non me ne fossi accorta. Non a Natale, non i mesi prima, solo in questo gennaio 2012. Con il cancello automatico e il cartello: “Attenti al cane.”

Mi viene in mente non so perché il fratello di mia nonna, che tornò a piedi dalla Polonia ed era così magro che mia nonna non lo riconobbe. Il suo metro e novantacinque e i suoi occhi obliqui. Quelle mani enormi, dentro il cui palmo stava tutta la mia faccia di bambina. Il suo non parlare e disprezzare  le chiacchiere.

Il modo in cui gli camminavo dietro attraverso i campi in quel pomeriggio d’agosto.

-Oggi mi aiuti a cogliere le patate.

Le patate che si colgono con una zappa corta, che va fatta penetrare piano nel terreno per estrarre le patate senza romperle. Chinati a trenta centimetri da terra, ad agosto.

Ho un ricordo nitido di quel pomeriggio. Avevo otto anni e mentre ascoltavo gli altri anziani il fratello di mia nonna era arrivato e mi aveva portata via. Nessuno aveva detto niente. A lui nessuno diceva mai niente.

Solo anni dopo ho capito di cosa parlava mia nonna quando diceva “la Polonia”. Gli oppositori politici. I cattivi umori dei mesi freddi. L’odio. Il lavoro. I suoi diari con cura ossessiva.

Bisogna insegnare alla bambina a pensare sempre. A non essere mai d’accordo coi più.

Che come dice il libro di Gianni Riotta che sto leggendo in questo momento:

“Vuoi sapere cos’è la guerra? Camminare nel deserto africano fra i morti, cataste di morti. E a un tratto, tra quelle piramidi di cadaveri, nel vento che fa volere la sabbia rossa, riconosci il volto del tuo migliore amico, il tuo carissimo fratello, con cui hai diviso sogni, libri, speranze. Questa è la guerra, non le cretinate che vi fanno vedere al cine.”

Quella guerra che in realtà non si racconta. Si vede.
Trasuda dalla pelle di chi c’è stato. Ne regola i gesti. Ne scandisce le giornate.

Camminando in mezzo alle vigne coperte di nebbia mi sono chiesta quanto quelle giornate abbiano influenzato quello che ho fatto negli anni successivi.

Quanto del fratello di mio nonna sia rimasto.

Ho pensato al sole di quella giornata di agosto. A quando sentivo la schiena così dolorante da credere che non sarei più riuscita a rimanere dritta. Al fratello di mia nonna che si è alzato e ha riso:
-L’ho sempre detto io. Spezza più schiene la mancanza d’abitudine che la fatica.

E alle patate che ancora adesso mia nonna coltiva. All’Internazionale. A quanto ha scritto.

A quando avevo quattro anni e se i miei nonni non vedevano lui mi issava sulle spalle e mi portava nei campi cantando:

La stagione dell’amore
Viene e va
I desideri non invecchiano
Quasi mai con l’età

E io stavo a sentire quella voce bassa nel silenzio della campagna e mi sentivo forte. Invincibile.
Alta come la parte superiore di un gigante, mentre cantavo insieme a lui che i desideri non invecchiano quasi mai, con l’età.

Non mi capita spesso di parlare di questi argomenti, forse perché ho paura di lanciarmi nella retorica del “i ragazzini di adesso non avranno più certi esempi, non sapranno cos’è l’Olocausto, non sanno neanche Levi è morto”, o forse perché ho paura di non riuscire a spiegare, a dire cosa è stato per me quel pomeriggio a raccogliere le patate o il sentir cantare un uomo che era raro persino sentir parlare.

Al vuoto che percepivo quando stavo con lui. Quella sensazione che avrei dovuto fare qualcosa, qualunque cosa, perchè quei momenti in cui cantava non fossero solo degli attimi di cui dopo sembrava addirittura vergognarsi.

Dire che avrei voluto essere abbastanza capace di pensare sempre da farlo stare tranquillo. Da non temere più.

In realtà però l’unica cosa che posso dirvi è che domani è il giorno della memoria. Che se avete dei nonni dovete farvi raccontare di quando erano giovani e che spezza più schiene la mancanza d’abitudine che la fatica.

Che i desideri non invecchiano quasi mai con l’età.

E che il libro di Gianni Riotta si chiama Le cose che ho imparato e merita molto di più di questo post.

E volevo dirvi che mio nonno quando finalmente ci siamo incontrati in mezzo a una vigna piena di fango e nebbia ha guardato la valle e ha detto:

-Andare a camminare fa bene perché la vita è una lotta. Bisogna sempre tenersi in esercizio.

La sua anima accesa / mandava luce di lampadina

Vedo segnalato ovunque questo articolo di Gino Castaldo.

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/01/06/news/silenzio_rock-27658928/



Su Twitter e Facebook le reazioni sono violente: tutte cazzate, sacrosanta verità, se questo è il giornalismo allora siamo a posto, finalmente qualcuno lo dice etc etc.

Faccio subito una premessa al post: non voglio commentare nel merito la veridicità di questo articolo, non ho né l’esperienza né la cultura musicale per farlo. I miei gusti musicali sono molto limitati, mi rendo conto che non è un vanto però sono sicura che anche se non lo dicessi ve ne accorgereste.

A pelle le considerazioni di Castaldo mi hanno urtata.
Ho finito di leggere l’articolo e istintivamente ho pensato:  “Ma come? Quest’anno ai concerti de Le luci della centrale elettrica era sempre tutto pieno”  oppure “al concerto dei Ministri all’Alcatraz c’era tanta gente quanto a un concerto di un cantante da classifica”.
Era molto tempo che non vedevo i concerti così gremiti, cosa vuol dire che il rock è morto?

Della serie:
IO quest’anno ai concerti ho visto sempre un sacco di gente. Quindi TU, esimio giornalista, parli e scrivi di cose che non conosci.
Amen.

Poi però passavano i secondi,
avevo in mente una risposta molto sarcastica ma continuavo a stare ferma davanti alla tastiera,

passavano i secondi
fuori c’era un sole che sembrava l’estate indiana più lunga di sempre
passavano i secondi

non mi sono neanche accorta mentre, con un gesto automatico, ho aggiornato la Bacheca di Facebook sulla finestra accanto a quella dell’articolo.

Ho letto un paio di commenti e solo allora, all’improvviso, mi è sorto un dubbio.
Ho portato la bacheca indietro di uno, due, tre mesi.
Ed ecco l’evidenza.

L’ ultimo link su Le luci della centrale elettrica che ho condiviso (un monologo che su Youtube porta il titolo “ci cadevano in testa le stelle inchiodate male” e che secondo me è di una bellezza e di una sensibilità rara) ha avuto appena 3 “mi piace”.

I Ministri con Alexander Platz: 5
Il Teatro degli Orrori con Direzioni diverse: 2

Guccini con Eskimo: 22
Una vittoria impietosa e schiacciante.

Mi sono messa a cercare su Twitter gli argomenti relativi alla musica e dopo un po’ ho dovuto ammetterlo.

Quelli che ascoltano Le luci della centrale elettrica sono una minoranza. Quelli che ascoltano i Ministri sono una minoranza. E quelli che ascoltano Le luci della centrale elettrica sono addirittura una minoranza tra quelli che ascoltano Guccini, de Andrè o De Gregori.

Però quello che non mi fa cedere all’immagine della gioventù tutto divertimento descritta da Castaldo è un ricordo di quest’estate.

Ho nella testa l’immagine di un concerto, di preciso quello de Le luci della centrale elettrica, il 3 settembre 2011 al Teatro Nuovo di Verona. Sul palco accanto a Vasco si susseguono Rachele Bastreghi, Giorgio Canali, Davide Toffolo, Manuel Agnelli. Le note del violino di Rodrigo d’Erasmo che fanno da sottofondo a uno spettacolo che sta avendo del magico in quella sera ancora calda di settembre.
Seduti sulle gradinate ci siamo noi, tutti educati e silenziosi nella compostezza dei nostri posti assegnati. Nessuno che parla o canta le canzoni a voce alta.

Poi, a un certo punto, parte Per combattere l’acne.

La notte atomica che ci ha
rimboccato le palpebre

È l’ultima canzone. La gente, con un gesto di reazione che però anche i teatri accettano, si alza in piedi. Lentamente, prima solo i ventenni,  poi i ragazzini, infine tutti. Regola vuole che da quel momento si canti e lo spettacolo finisca, invece mi guardo attorno e incrocio lo sguardo dei ragazzi seduti avanti a me.

Ci sono attimi di indecisione. Poco per volta ci si guarda attorno. Tutti con tutti, estranei con estranei. Si cerca un permesso. Il ragazzo davanti a me guarda il palco poi riguarda me.

Poi, all’improvviso, una ragazza esce dal proprio posto e corre verso il palco.

Ed è come l’inizio di un temporale. Da dietro le mie spalle vedo passare un ragazzo e una ragazza. Poi i ragazzi avanti a me. Poi un gruppo di sei adolescenti. E poco per volta tutti, scomposti,  con borse e zaini e vestiti leggeri e sandali cileni e anfibi e macchine fotografiche. Tutti abbandonano i propri posti, liberi.

Sotto quel palco quella sera si è verificato uno spettacolo unico. Nessun cellulare a riprendere la scena. Nessun iphone e nessuna reflex digitale.

E attorno a me ragazzini che piangevano
ventenni che piangevano
trentenni che a stento trattenevano le lacrime

Tutti a urlare quel bisogno inespresso mi dare un senso a questi anni bui. A mostrare la necessità di qualcosa che ci faccia sentire come “più di noi stessi”. Ad urlare di un bisogno di poesia. Di un disperato, profondo, radicale bisogno di poesia.

Faremo dei rave sull’Enterprise
farò rifare l’asfalto
per quando tornerai

Un bisogno che è rimasto attonito, incapace di fare altro se non ringraziare, quando Vasco Brondi ha terminato Per combattere l’acne, è rimasto immobile alcuni secondi, poi ha cominciato a suonare delle note all’inizio sconosciute. Poi ha intonato dei versi e quei versi erano:

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia d’orzata
dove galleggia Milano

Non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina.

Non riuscivo a crederci. Non riuscivamo a crederci. Mi guardavo attorno e vedevo ragazzi di venticinque anni incapaci di credere che in quel momento stessero suonando le note di quella canzone.
La domenica delle salme.
La domenica delle salme di Fabrizio De Andrè che è quella canzone che tutti noi abbiamo il rimpianto di non aver visto durante un concerto. Che ci ha fatto pensare “essere nati solo dieci anni prima, solo dieci anni prima”.

Perché tutti noi sappiamo che se fossimo stati lì avremmo pianto, e avremmo pianto forte. Avremmo reso omaggio in grande stile alla poesia di

A tarda sera io
e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile

un cannone nel cortile.

Quella sera sono uscita dal Teatro invasa da una strana e incontenibile euforia.

-C’è speranza- mi dicevo.
C’è speranza, cazzo.
C’è speranza.
C’è speranza davvero.

Poi però quell’immagine sbiadisce. Rimane il ricordo di quanto ero vergognosamente felice quella notte tornando a casa attraverso la pianura, ma si aggiunge un retrogusto amaro.

Che tutto questo l’abbiamo vissuto in pochi.
Mi rimane la frustrazione del dover riconoscere che Castaldo ha ragione. Non esiste più una musica che può catalizzare la vita delle persone, perché non esiste più una persona da catalizzare. Oggi la realtà è troppo frammentata per poter pensare a un movimento che rappresenti tutti. Che rappresenti i pensieri di chi ha sempre potuto scegliere cosa ascoltare. Senza le radio, senza la tv, senza i critici, senza le classifiche.

Però credo anche che ciò sia un bene. E credo che i messaggi del rock’n’roll non scalino più le classifiche semplicemente perché non è del rock’n’roll e della protesta che noi nati negli anni ’80 abbiamo bisogno.

La protesta è un vecchio mito inneggiato da direttori dalla mentalità sorpassata che non capiscono nemmeno che quello che vogliamo non è protestare ma essere liberi.
Che non vogliamo i vostri slogan, ma una versione 2.0 del diritto ad essere lasciati in pace.
Che non abbiamo bisogno della rabbia, ma di un moto propulsivo verso un bene che sia altro rispetto a noi.
Che non abbiamo bisogno dell’informazione, ma di qualcosa che riesca a renderci vergognosamente felici.
Che ci dia la forza di migliorarci ogni giorni.
Che ci faccia ancora avere dei sogni enormi, spropositati, e la presunzione di poterli realizzare.
Qualcosa che ci faccia sentire potenti.

Che non abbiamo bisogno dei vostri slogan e delle leggende del rock che ci rappresentino.
Perché noi è tutta la vita che ci rappresentiamo da soli senza il vostro aiuto.

Che quello di cui abbiamo bisogno sono semplicemente due cose antiche.
La bellezza.
E la poesia.

Come, tuo figlio è bravo come me e nessuno lo sa?

Proviamo a contestualizzare.

Dove mi trovo adesso? Nella mia camera, seduta alla scrivania. La stanza è spartana.  Al centro il letto,  sulla destra l’armadio e la porta, davanti al letto la libreria e la scrivania, sulla sinistra la finestra. L’essenzialità degli arredi è intenzionale,  quando l’abbiamo riarredata volevo che la libreria e la scrivania fossero il più grandi possibile. La scrivania infatti è lunga tre metri e profonda uno. La libreria ha sedici vani rettangolari aperti e quattro chiusi. Contiene più o meno mille e cinquecento libri, quattrocento cd e tutti i miei manuali di diritto.

In questo momento ho indosso una felpa e ho le mani fredde. Fuori piove e nella stanza ci sono 17,6 gradi. Lo so perché scendendo al piano di sotto a prendere il tè ho controllato il termostato. Fa freddo, ma un freddo non spiacevole.

Sono seduta al centro della scrivania. A destra una pila di libri che sto leggendo o studiando e a sinistra la tazza di tè. Davanti a me un pannello di sughero su cui sono appuntate fotografie, un calendario dell’anno scorso con sopra una foto di De Andrè strappata da un servizio di Rolling Stone, un articolo del giornale di Asti in cui il giornalista scrisse per errore Non voglio che Chiara invece di Non voglio che Clara, biglietti di concerti, la lettera che qualcuno mi lesse come augurio di compleanno quando ero in America e una serie di post-it con stralci di canzoni. Due di questi riportano le frasi de “La canzone del padre” di De Andrè:

E ora Berto figlio della lavandaia
compagno di scuola preferisce imparare
a contare sulle antenne dei grilli
non usa mai bolle di sapone per giocare

Seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici
avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi
si fermò un attimo per suggerire a Dio
di continuare a farsi i fatti suoi

E scappò via con la paura di arrugginire
il giornale di ieri lo dà morto arrugginito
i becchini ne raccolgono spesso
tra la gente che si lascia piovere addosso

Alla mia sinistra, incastrato nell’angolo del muro, lo stereo dentro cui suona il cd I mistici dell’Occidente dei Baustelle. Canzone: Groupies. Katia tu ed io/ per sconfiggere Dio/ per tagliare i temporali a metà.

Tutta  questa premessa per dirvi che a Natale ho ricevuto due copie di questo libro

da due persone completamente diverse tra loro (mia madre e il mio migliore amico) che però hanno detto entrambe la stessa frase:

-Sono sicura/o che ti piacerà.

Ora, mia madre ha Controcultura in macchina, ha registrato tutte le puntate di In Italia e tutte le volte che vede Fabri Fibra su una rivista non fa che ripetere: “Questo ragazzo è davvero intelligente.”
Il mio migliore amico invece ascoltava i Baustelle quando io non andavo più in là di Barbie Girl degli Aqua e prima di conoscermi disprezzava il rap. Disprezzava. Mi correggo, disprezzare non è il termine esatto, diciamo che non lo considerava.

Mia madre e il mio migliore amico però sono entrambi due criticoni.
-Nel mondo di oggi se non guidi in autostrada sei una ragazza che non vale niente.
Detto da mia madre. Classe ’61
-Un uomo che ti ama ti sposa. Se dice di non volersi sposare, sei l’alternativa più socialmente accettabile a sua madre. E comunque alla fine sposerà un’altra.
Detto dal mio migliore amico. Classe ’82

Con loro riesco a fare lunghe conversazioni e a sviscerare ogni argomento che mi passa per la testa. Mi aiutano a pensare, a leggere, a scrivere.  Probabilmente mi capiscono più di quanto io capisca me stessa. E regalandomi questo libro non si sono sbagliati.

Questa non è una vera e propria recensione. Uso il libro di Fibra come spunto per dire alcune cose. Se volete una risposta veloce: sì, dovete comprarlo, soprattutto se non vi piace Fabri Fibra. Non vi convincerete del suo talento musicale,  ma potrete trovarci dentro delle informazioni che raramente cantanti e addetti ai lavori rendono noti al grande pubblico.

Se volete però un mio parere lo dico subito: sì, dovreste comprarlo. E il dovreste diventa DOVETE  se avete un qualche tipo di velleità artistica (scrivere, suonare, cantare, fotografare, disegnare, qualunque cosa) o se fate parte di quella categoria che De Andrè descrivebbe con i versi li troverai là col tempo che fa / estate e inverno / a stratracannare  a stramaledir / le donne il tempo ed il governo, chiamasi vittime del sistema.

Dovete leggere Dietrologia perché è uno dei pochi libri in cui qualcuno si arroga il diritto di dire:

Che siamo un paese dove il successo non viene perdonato a nessuno. Che il talento in Italia non piace. Men che meno quello che non fa finta di non essere tale. Ma fin qui nulla di nuovo. Siamo riusciti a dare del venduto anche a Saviano.

Che abbiamo un sistema asfittico e gerontocratico. Ma che siamo anche quelli  che: “sono andato all’estero, poi sono tornato perché mi mancavano gli spaghetti.”

Che siamo  quelli che si aspettano ancora che ”i vecchi facciano spazio ai giovani”, mentre i rumeni il loro spazio se lo sono preso. Provate a chiedere a un rumeno se andrebbe a lavorare gratis.

Che siamo razzisti. Che i nostri speaker radiofonici dicono “Ma voi vi fidate ad andare a farvi tagliare i capelli dai cinesi?” e gli ascoltatori la prendono per ironia.

Che secondo le ragazze straniere gli uomini italiani sono poco affascinanti, mammoni, senza talento e veloci a letto. Ma per fortuna le donne italiane sono razziste e vanno solo con gli italiani.

Che metà degli italiani vuole fare lo scrittore e l’altra metà il musicista. E quasi nessuno ha né il talento né la cultura per farlo.

Su questo punto:

” Molti ragazzi mi danno le chiavette USB con dentro canzoni che non si reggono in piedi. I ragazzi non capiscono come funziona; se tu fossi bravo non saresti del tutto sconosciuto.

Non datemi i vostri cd sperando in un colpo di fortuna. I colpi di fortuna nella musica non esistono. Esistono le occasioni e le persone che le sanno cogliere. Tutto il resto è aria fritta. Spesso sono le stesse mamme a venire da me dicendomi: -Mio figlio è molto bravo, per favore ascolta le sue canzoni, è bravo come te, dagli una mano.

Come, suo figlio è bravo come me e nessuno lo sa?”

Ecco. Il punto di Dietrologia su cui mi voglio soffermare è questo. Il motivo per cui tutti quelli a cui piace suonare, cantare, scrivere etc  dovrebbero leggerlo.

In Italia una persona su tre ha scritto un romanzo e uno su due ha suonato in una band musicale. Al tempo stesso solo un italiano su dieci legge più di cinque libri all’anno, uno su cinquanta ne legge più di venti  e uno su centocinquanta ne legge più cinquanta. Solo un italiano su cento acquista più di cinque cd all’anno.

Provate a pensare: quante persone conoscete che dicono di scrivere o comporre musica?
E quante persone conoscete che hanno la cultura per poterlo fare?
Rispondo io: un centinaio per la prima categoria, forse un paio per la seconda.

E io studio in una facoltà “classica” e non ho amici particolarmente velleitari.

Ma da cosa dipende la discrasia fra quanti leggono e quanti scrivono?
Probabilmente dal fatto che “farsi una cultura” è una cosa che richiede tempo, soldi, energie. Richiede uno sforzo di anni senza che a questo corrisponda necessariamente un guadagno monetario. Potremmo dire che è antieconomico, per i sostenitori della cultura pratica.

Faccio un esempio concreto per farvi capire quello che intendo.

Io leggo in media un centinaio di libri all’anno. Considero dei buoni lettori le persone che ne leggono tra i venti e i cinquanta, dei grandi lettori quelli che ne leggono più di me. Andare oltre i cento volumi per me è molto difficile, così ho deciso di migliorare pian piano passando da cento libri semplici (thriller, best sellers etc) a una buona composizione di libri semplici e libri classici. Ad esempio nel 2011 sono fiera di aver letto un sessanta per cento di narrativa semplica e un quaranta per cento di libri classici.

Leggere cento libri all’anno è difficile. Può sembrare una cifra abbordabile, ma provate a pensarlo in chiave pratica. Cento libri all’anno vogliono dire un libro ogni tre giorni. Inserite questo numero in un contesto in cui vivo da sola, frequento l’università e studio più o meno dieci ore al giorno, faccio sport tutti i giorni, ogni tanto esco la sera e il weekend ho anche voglia di riposarmi e vi verrà spontanea la domanda:

“Ma come fai?”

La risposta è banale: non è che uno fa, è che quando hai una passione ti viene automatico trovare il tempo per coltivarla. Non hai bisogno di non lavorare o non studiare. Cominci automaticamente a razionare il tempo e le energie in modo da coltivare la tua passione sacrificando il meno possibile gli altri comparti della tua vita.

Ti abitui a leggere nelle pause tra le lezioni, in piedi alla fermata del tram, durante i pasti, prima di dormire. Sul treno, in coda in macchina, mentre aspetti qualcuno a un appuntamento. Al freddo, al caldo, invece di andare al cinema se il film non ti entusiasmava o durante le lezioni se il professore non sa spiegare.

Insomma, sviluppi tutta una serie di abitudini e stratagemmi pur di seguire la tua passione.

La tua passione, appunto.

Tutti hanno una passione? No
Quasi tutti hanno degli hobbies. Solo alcuni hanno una passione.

Avere una passione significa poterla mettere in pratica?
A livello generale, sì. Se mi state chiedendo se essere lettori significa diventare prima o poi scrittori no, per quello ci vuole talento. Molto talento.

In generale vige l’equazione che scrissi nel mio diario quando avevo quindici anni e avevo tentato per prima volta (con scarsi risultati) di scrivere un romanzo.

Prima di diventare scrittore bisogna saper scrivere

Prima di saper scrivere bisogna scrivere

Prima di scrivere bisogna leggere

Prima di scrivere bisogna studiare la letteratura

Prima di scrivere bisogna capire la letteratura

Idem per la musica.

“Bisogna studiare Baudelaire” come direbbe Francesco Bianconi, “starsene a casa e studiare i dischi” come dice Fabri Fibra, “rileggere Calvino, rileggere sempre, attentamente Calvino” come direbbe mio nonno Giovanni, muratore classe ’30.

Perché non è vero che “il bello di scrivere è che sei tu davanti al computer”. Il brutto di scrivere è che sei tu, il tuo computer e tutti i fantasmi degli autori dei libri che hai letto.

Call me Ismael. Tutte le famiglie felici sono felici in egual misura, ogni famiglia infelice è infelice a modo proprio. L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo. Se capite cosa intendo.

Studiare la letteratura e la musica sono condizioni necessarie per poter scrivere o comporre canzoni. Condizioni necessarie ma non sufficienti e non ci sono eccezioni alla regola.

Poi potete crogiolarvi nell’idea che Vasco Brondi scriva testi senza senso, che Vip in trip si riduca al perepequaquaquaquaperepe e che chiunque di noi potrebbe scrivere i romanzi di Fabio Volo. Che gli italiani siano ignoranti e il vostro talento sia solo da scoprire. Che bisogna scrivere per piacere a sè stessi.

Potete continuare a citare lo scarso successo di Bukowski e Van Gogh, senza rendervi conto che voi non siete né Bukowski né Van Gogh

Oppure potete comprare questo libro, smettere gli occhiali dell’antifan di Fabri Fibra e riflettere sulle considerazioni che troverete in queste pagine.

Ricordando sempre che il caso nella musica non esiste, e neanche nella letteratura.