Classe politica anni ’80

Sono le tre di notte di domenica mattina e cammino lungo corso Italia con la sensazione di star pensando qualcosa di importante. Sono stati giorni rivelatori e concitati. Gli occhi bruciano fin nelle cornee e avrei davvero bisogno di dormire, ma so bene che arrivata a casa difficilmente ci riuscirò.

Accanto a me Claudio snocciola proposte come l’Iva chilometrica, Iva 0% su frutta, verdura e pane, detrazione fino a una soglia di consumo medio di carne, pesce, uova e pasta. Niente bibite nelle scuole e un biennio comune a tutti i licei. Abolizioni delle sedi staccate tranne legge e medicina. Forte italiano, latino, matematica e inglese in ogni scuola. Borse di studio per ragazzi rom che frequentato superiori e università. Riduzione dell’Irpef a chi accudisce i figli dei vicini e sovratassazione di beni di lusso e divertimenti non culturali. Abolizione totale dei fondi alle scuole private. Test d’ingresso in ogni facoltà e gradatoria nazionale sulla base di carriera scolastica e prova di logica, italiano e inglese. Acquisizione della cittadinanza dopo 3 anni di lavoro in Italia se si conosce la lingua.

-Saremmo proprio un buon governo.
Claudio ride e la sua voce si perde nell’aria.
-La classe politica degli anni ’80.
-Già. Ma con le spalle quadre vere.

Un ragazzo mi ha scritto in un’ e-mail:
“Secondo me potrebbe interessarti uno scritto Elias Canetti che si intitola a Massa e Potere” e per un attimo infilo la mano in borsa e ne accarezzo la copertina ruvida color giallo ocra.

“Ognuno di noi dentro di sè ha un piccolo traditore, che vuole mangiare, dormire, amare e starsene tranquillo.”

e

“Case e oggetti sono ciò che la massa distrugge più volentieri. Certamente il rumore della distruzione, il frangersi del vasellame, il fracasso dei vetri sono i forti suoni di vita di una nuova creatura, le grida di un neonato. Tutti si uniscono nel grido, e il fracasso è l’applauso delle cose.”

Passiamo accanto a un gruppo di ragazzi che vomitano fuori da una discoteca e saliamo i sei piani di scale che portano al mio appartamento analizzando i diversi punti dei nostri discorsi.
-Ci facciamo un tè?
Tiro fuori il letto a cassettone mentre Claudio armeggia in cucina e sento sbattere pentole e coperchi.
-Secondo me comunque tutto dovrebbe partire da una nuova valutazione del ruolo dell’individuo.
Il secondo letto ha le doghe sfondate e un materasso Ikea ridotto a meno di cinque dita. Sistemo sotto le doghe il manuale di amministrativo, poi quello di civile, il dizionario di inglese che mi è costato più del concerto dei Foo Fighters e due volumi de La ricerca del tempo perduto.
-Da una base di individualismo etico?-dice Claudio, che avendo studiato scienze politiche concettualizza quello che dico.
Torno in cucina.
-Una specie.
Stiamo in silenzio diversi minuti. Claudio versa il tè dalla pentola dai manici bruciati e non ne rovescia nemmeno una goccia. Lasciamo in infusione quattro bustine invece di due.
Fuori dalla portafinestra si vedono balconi coperti di piante e qualche finestra illuminata con schermi televisi e lampade da lettura che fanno compagnia a persone più o meno sole o più o meno insonni.
Nel palazzo di fronte un ragazzo si sbottona la camicia e se la sfila lasciandola sul divano. Lo vedo spesso durante la settimana e qualche giorno fa ha litigato con una ragazza. Lo osservo mentre compone un numero e porta all’orecchio il cellulare, poi di colpo spegne la chiamata e rimane alcuni istanti a fissare lo schermo.

Mi sento testimone di un momento di solitudine. Quello che non dici ai tuoi amici lo può vedere un qualunque estraneo.

Mi chiedo se e quante volte lui abbia visto in casa mia. Magari quella notte che io e S. ci siamo addormentati sul tavolo perchè stavamo parlando di una cosa troppo importante  e non c’era nessuno a dirci di smetterla. O quando eravamo in otto coricati come tessere di un Tetris, o ancora quando mi sono messa a guardare di sotto e ho pensato che la scena di una ragazza in piedi sul cornicione sarebbe stata struggente se messa in un romanzo.

Dentro il cellulare ho una fotografia di una farfalla che ho visto sulla scala antincendio delle aule studio. Era grande e rossa nell’aria gelida di fine novembre. Bellissima. Ho mandato la foto ad alcune persone con la scritta “il mondo ci invia dei segnali e noi dobbiamo coglierli.”

Vorrei prendere il mio cellulare, selezionare l’immagine e fare invia. Poi aspettare una frazione di secondo e vedere quel telefono illuminarsi e il ragazzo ricomparire.

Vedergli scappare un sorriso di un attimo. Perchè è peccato mettersi a letto tristi o arrabbiati. Piccoli gesti di umana cortesia. Buon vicinato e individualismo etico.

Come quella canzone di Guccini che dice:
Lasciatemelo dire
ma il rivoluzionario quando è vero
è mosso da un grande sentimento d’amore.

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4 Comments

  1. Quanti spunti…… La solitudine metropolitana….l’impegno di ognuno di noi per fare qualcosa di meglio….la frustrazione di certe notizie….tangenti…ancora”..corruzione…scene viste che continuano a toglierci il futuro perché il lavoro c’e solo per i figlio dei i politici e dei truffatori…..speranze di qualche cambiamento. Chissà….

  2. che schifo quello che esce dalle intercettazioni su finmeccanica bisogna pensionare questa classe politica corrotta e fare spazio con una boccata di aria fresca e poi volevano proibire le intercettazioni………..ci credo con lo schifo che fanno mai uno che gli pigli vergogna servono delle leggi severisssime sulla corruzzione in galera senza patteggiamento e condizionale

  3. Secondo me il test di ingresso ad ogni facoltà è un errore,almeno nelle università statali. Al fine di non infrangere il famigerato art. 34 della nostra cara, seppur ormai vecchia, Carta Costituzionale, a mio avviso la selezione all’interno degli atenei statali dovrebbe essere “naturale”. Provando a dare una letta ai test d’ingresso delle varie facoltà, ci si rende subito conto che la cultura generale prevale su qualsiasi altra materia attinente o no al corso di studi scelto. Il punto non è riformulare adeguatamente le prove,in quanto questo sarebbe necessario in una società in cui i giovani studenti abbiano una certa formazione alla spalle. Un test basato sulla matematica ,sulla logica, sull’inglese…niente di più giusto. Purtroppo, dobbiamo fare i conti con la realtà, quanti studenti italiani riuscirebbero a superare un test del genere? Pochi, molto pochi. E la colpa non è loro, non è nostra. Il problema sta a monte, sta nelle non-basi ricevute,il problema è il sistema scolastico, che andrebbe rivisto e rivoluzionato radicalmente, a quel punto potremmo parlare di certi test d’ingresso. Tornando,dunque alla nostra situazione, tornando all’ignoranza in cui versa il nostro Paese, una selezione naturale, rigida, ma naturale, credo che sia l’unica strada percorribile. Facile, volendo fare un esempio: la facoltà di medicina prevede il sostenimento di sette esami l’anno. A nessuno dovrebbe essere negato il diritto allo studio, chiunque potrebbe iscriversi, ma a una condizione…Su sette esami ne vanno sostenuti almeno cinque, in caso contrario il percorso non potrà proseguire,lo studente non potrà più riscriversi. Fuori dai giochi. In questo modo nessuno potrà più parlare di “negazione del diritto allo studio”.
    Ma anche questa soluzione, ahimè, presenta dei problemi ,problemi strutturali soprattutto.

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