Donne e libri

Date dei libri ai giornalisti di Libero,

così smetteranno di fare figli.

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Maria Antonietta

La prima volta che l’ho ascoltata non mi piaceva.

Ora la ascolto di continuo. Brava, brava, brava. Ha suonato a Milano la scorsa settimana. Peccato essermela persa.
Comunque il 6 gennaio esce per Pippola Music il suo nuovo disco. Speriamo che sia bello come questa canzone.

QUANTO ERI BELLO – MARIA ANTONIETTA

Quanto stavo bene
quando ascoltavamo WILCO
in autostrada
per casa mia
ed io ripenso
ai giorni del liceo
quando studiavo Kant
a quanto mi sentivo sola
a quanto lo sono ancora
ma quanto eri bello?

Io volevo solo
portarti a letto
ma quanto eri bello?
Io volevo solo
portarti a letto

In fondo noi due
non ci conosciamo
allora perchè mai
ti ho pensato tutto quanto
da sola qui a Milano
che nevicava forte
su Porta Ticinese
Avrei voluto solo dirti
che la sola cosa al mondo
che volevo
era essere felice
ad ogni costo (x3)

Bevo il Martini con l’aspirina
abbracciata a un uomo
che non assomiglia a te
quello che dice
quello che pensa
quando mi tocca
quando mi tocca
non è te

ma quanto era bello?
Io volevo solo
portarlo a letto

La sola cosa al mondo
che volevo
era essere felice ad ogni costo

Classe politica anni ’80

Sono le tre di notte di domenica mattina e cammino lungo corso Italia con la sensazione di star pensando qualcosa di importante. Sono stati giorni rivelatori e concitati. Gli occhi bruciano fin nelle cornee e avrei davvero bisogno di dormire, ma so bene che arrivata a casa difficilmente ci riuscirò.

Accanto a me Claudio snocciola proposte come l’Iva chilometrica, Iva 0% su frutta, verdura e pane, detrazione fino a una soglia di consumo medio di carne, pesce, uova e pasta. Niente bibite nelle scuole e un biennio comune a tutti i licei. Abolizioni delle sedi staccate tranne legge e medicina. Forte italiano, latino, matematica e inglese in ogni scuola. Borse di studio per ragazzi rom che frequentato superiori e università. Riduzione dell’Irpef a chi accudisce i figli dei vicini e sovratassazione di beni di lusso e divertimenti non culturali. Abolizione totale dei fondi alle scuole private. Test d’ingresso in ogni facoltà e gradatoria nazionale sulla base di carriera scolastica e prova di logica, italiano e inglese. Acquisizione della cittadinanza dopo 3 anni di lavoro in Italia se si conosce la lingua.

-Saremmo proprio un buon governo.
Claudio ride e la sua voce si perde nell’aria.
-La classe politica degli anni ’80.
-Già. Ma con le spalle quadre vere.

Un ragazzo mi ha scritto in un’ e-mail:
“Secondo me potrebbe interessarti uno scritto Elias Canetti che si intitola a Massa e Potere” e per un attimo infilo la mano in borsa e ne accarezzo la copertina ruvida color giallo ocra.

“Ognuno di noi dentro di sè ha un piccolo traditore, che vuole mangiare, dormire, amare e starsene tranquillo.”

e

“Case e oggetti sono ciò che la massa distrugge più volentieri. Certamente il rumore della distruzione, il frangersi del vasellame, il fracasso dei vetri sono i forti suoni di vita di una nuova creatura, le grida di un neonato. Tutti si uniscono nel grido, e il fracasso è l’applauso delle cose.”

Passiamo accanto a un gruppo di ragazzi che vomitano fuori da una discoteca e saliamo i sei piani di scale che portano al mio appartamento analizzando i diversi punti dei nostri discorsi.
-Ci facciamo un tè?
Tiro fuori il letto a cassettone mentre Claudio armeggia in cucina e sento sbattere pentole e coperchi.
-Secondo me comunque tutto dovrebbe partire da una nuova valutazione del ruolo dell’individuo.
Il secondo letto ha le doghe sfondate e un materasso Ikea ridotto a meno di cinque dita. Sistemo sotto le doghe il manuale di amministrativo, poi quello di civile, il dizionario di inglese che mi è costato più del concerto dei Foo Fighters e due volumi de La ricerca del tempo perduto.
-Da una base di individualismo etico?-dice Claudio, che avendo studiato scienze politiche concettualizza quello che dico.
Torno in cucina.
-Una specie.
Stiamo in silenzio diversi minuti. Claudio versa il tè dalla pentola dai manici bruciati e non ne rovescia nemmeno una goccia. Lasciamo in infusione quattro bustine invece di due.
Fuori dalla portafinestra si vedono balconi coperti di piante e qualche finestra illuminata con schermi televisi e lampade da lettura che fanno compagnia a persone più o meno sole o più o meno insonni.
Nel palazzo di fronte un ragazzo si sbottona la camicia e se la sfila lasciandola sul divano. Lo vedo spesso durante la settimana e qualche giorno fa ha litigato con una ragazza. Lo osservo mentre compone un numero e porta all’orecchio il cellulare, poi di colpo spegne la chiamata e rimane alcuni istanti a fissare lo schermo.

Mi sento testimone di un momento di solitudine. Quello che non dici ai tuoi amici lo può vedere un qualunque estraneo.

Mi chiedo se e quante volte lui abbia visto in casa mia. Magari quella notte che io e S. ci siamo addormentati sul tavolo perchè stavamo parlando di una cosa troppo importante  e non c’era nessuno a dirci di smetterla. O quando eravamo in otto coricati come tessere di un Tetris, o ancora quando mi sono messa a guardare di sotto e ho pensato che la scena di una ragazza in piedi sul cornicione sarebbe stata struggente se messa in un romanzo.

Dentro il cellulare ho una fotografia di una farfalla che ho visto sulla scala antincendio delle aule studio. Era grande e rossa nell’aria gelida di fine novembre. Bellissima. Ho mandato la foto ad alcune persone con la scritta “il mondo ci invia dei segnali e noi dobbiamo coglierli.”

Vorrei prendere il mio cellulare, selezionare l’immagine e fare invia. Poi aspettare una frazione di secondo e vedere quel telefono illuminarsi e il ragazzo ricomparire.

Vedergli scappare un sorriso di un attimo. Perchè è peccato mettersi a letto tristi o arrabbiati. Piccoli gesti di umana cortesia. Buon vicinato e individualismo etico.

Come quella canzone di Guccini che dice:
Lasciatemelo dire
ma il rivoluzionario quando è vero
è mosso da un grande sentimento d’amore.

Imparerei solo l’inglese / perché era la lingua di Lennon

Mia madre mi telefona alle sette e mezza di sera mentre sono nell’ingresso e mi sto sfilando le scarpe con un’ espressione da morta vivente in faccia.
-Hai letto su internet?
-No, che cosa?
-Giovedì vengono gli indignados davanti alla Bocconi, tu hai lezione quel giorno?

Mi blocco.
Gli indignados?
Mentre sciolgo i bottoni del cappotto e mi sfilo la sciarpa per un attimo non capisco.
-Alla Bocconi?
-Sì, alla Bocconi!
E che ci vengono a fare alla Bocconi?
Mi guardo attorno nell’appartamento vuoto e mi chiedo come sia possibile che nessuno me ne abbia parlato a lezione.
-Mamma, ora sono appena arrivata. Ti richiamo.
Spengo la telefonata e infilo il cellulare nella borsa, mi tolgo il cappotto lasciandolo malamente sul mobiletto dei detersivi e vado in camera  senza sistemare le scarpe.

Accendo il computer. In pochi minuti ho accesso a tutte le informazioni presenti nel cyberspazio

“Né con Monti, né con Tremonti. Gli indignados assaltano la Bocconi.”
In segno di protesta contro la scelta del Presidente della Repubblica di affidare il governo tecnico al Presidente dell’Università Bocconi, un gruppo di ragazzi ha deciso di portare la protesta fino alle porte dell’università di Via Sarfatti.

Rimango alcuni minuti immobile davanti allo schermo, la testa che cerca di carburare.

Gli indignados.
Davanti alla Bocconi.

L’agenda mi dice che giovedì ho lezione dalle 8:45 alle 16 e l’incontro per un lavoro di gruppo di diritto amministrativo alle 16. Venerdì mattina a mezzogiorno abbiamo la consegna e siamo molto indietro. Sono appena stata in università dalle 8:45 alle 18:45. Dopo cena devo mettermi a correggere i documenti del lavoro di gruppo.
Senza un reale motivo mi guardo i calzini. Sono tre giorni che entro ed esco di casa senza alzare un soprammobile. Sotto la pianta del piede si è depositato un sottile strato grigio di polvere.

Sono stanca, infreddolita, demoralizzata. Mi sento presa in giro da questa tifoseria da stadio passata per impegno politico.

Sulla scrivania ho un calendario con segnati i giorni degli esami e una ciotola arancione piena di biglietti del treno obliterati. Un poster del film V per vendetta appeso alla parete. Il volume di A Mosca, a Mosca! di Serena Vitale aperto a faccia in giù sul pavimento accanto al letto.

“Avevo conosciuto Ksenija all’Emmegheù, nel seminterrato del Corpo Centrale, in un deposito di vecchi mobili dove alcuni studenti organizzavano corsi amatoriali di lingue straniere. […]
Chi entrava per primo staccava dalla parete il manifesto-reliquia incollato su un rettangolo di legno: -Chiacchierare durante l’orario di lavoro è uno spreco. Quando lavori cuciti la lingua- e lo girava lasciando comparire un’altra scritta (a mano, col pennarello):
Imparerei l’inglese soltanto
perchè è la lingua di Lennon
libero adattamento da Majakovskij: imparerai il russo soltanto/perchè era la lingua di Lenin.”

Non sono figlia di un avvocato. Neanche di laureati. Ho frequentato scuole statali. Quando ero piccola la mia famiglia non viaggiava all’estero. Andavamo ad Albisola dalle suore, tutte le estati. Non ho una borsa firmata. Non l’ho mai avuta, e non l’ho mai desiderata. I miei genitori erano scettici quando ho detto di voler fare il liceo. A diciotto anni andavo a scuola in macchina, ma con due sacchi di cemento nel bagagliaio perchè la macchina non aveva il sedile posteriore e perdeva aderenza in curva. Prima volevo fare l’ingegnere, poi la professoressa di matematica, la giornalista, la libraia, il magistrato.

Sono sempre andata bene a scuola. La seconda della classe. Non la prima, neanche alle elementari. Anche allora mi distraevo coi romanzi.

Mi chiedo cosa stiano facendo ora i ragazzi che giovedì parteciperanno alla manifestazione. Magari qualcuno di loro sta leggendo, qualcuno è fuori con gli amici. Qualcuno è in università.
Qualcuno magari è fermo in camera e sta fissando la parete, con l’impressione di star combattendo una guerra personale di cui non frega niente a nessuno, come me.

Penso a mio padre. Al giorno in cui arrivò l’e-mail che diceva: “Le comunichiamo che Lei ha superato la selezione per iscriversi all’anno accademico 2007/2008” e lui mi fece sedere al tavolo in cucina e mi disse:

“Tu lo sai che se decidi di iscriverti a questa università per cinque anni non esisterà altro?”

Prima ci sarà lo studio. Poi gli amici. I fidanzati. I libri. Le vacanze. I sogni. Le cose che ti piace fare. Qualunque cosa. Ci si laurea in corso e con la media alta. Per prendere 90 alla Bocconi tanto vale che vai ad Alessandria.
Tu lo sai, vero, che cosa stai facendo?

E penso ai miei compagni di classe, che solo in minima parte sono figli di avvocati. Anzi, la maggior parte di loro è in Bocconi proprio perché non è figlio di avvocati.
C’è di vuole entrare all’antimafia, chi desidera vedere il mondo. Chi sarà il primo laureato in famiglia. E chi è il fratello meno sgamato del primogenito che ha fatto finanza.
Chi in questi anni ha perso il padre. Chi si è sposata e chi ha abortito.
Chi cerca l’amore guardandosi attorno in biblioteca. Chi quasi non ci spera più e si consola con un trenta e lode.
Chi ritarda la laurea per paura del mondo. Chi già da qualche mese è mezzo dentro e mezzo fuori da tutto quanto.
Chi tira di coca e chi mangia biologico. Chi dà da mangiare ai gatti in cortile e chi crede che i mozziconi non creino inquinamento se li getti dal cornicione.
Chi è dalla prima superiore che ha deciso che sarà notaio. Chi invece al quinto anno non sa nemmeno cosa farà per Capodanno.

Insomma,ventenni. Affaccendati. Dispersivi. Ambiziosi. Assonnati. Istintivi. Impegnati. Indipendenti.
Col cuore a pezzi. O innamorati. Pacificati. O bellicosi.
Pieni di paure che hanno il nome di stage gratuito e il contenuto di 56000 euro di tasse per la laurea.
Pieni di ideali. Giusti o sbagliati, di vegetarianesimo o ritorno alla monarchia costituzionale. Prepotenti ed egocentrici.

Che scoppiano a ridere all’improvviso per essersi guardati un attimo di troppo in mezzo al silenzio di una lezione.
E’ la forza propulsiva del sapere di star facendo qualcosa di pesante ma giusto. Del dire che ogni università dovrebbe essere come la nostra. Cattiva ma fortificante come una maestra severa delle elementari. Un’università che non ti vuole bene e non deve volertene. Che ti fa piangere, e sentire solo, ma anche felice come dopo una lunga giornata di lavoro.
Che ti fa smettere di pensare a “se sono meglio di” o “peggio di”. Che nella sua spinta competitiva ti fa comprendere che alla fine l’importante è esserci al massimo, con forza. Che ti dà il diritto di non aspettare raccomandazioni. O l’amico politico di tuo cugino. O l’avvocato che ti prende in studio se ti fai scopare una volta a settimana.

La Bocconi non è il paradiso nè l’inferno, ma è uno dei pochi luoghi in Italia che riesce a dare ai giovani l’orgoglio di un’identità.

E per questo vorrei che ora, mentre sto fissando il muro e un po’ comincio a sentirmi meglio, tutti potessero avere nella mente la stessa immagine che ho avuto io.

Mio padre davanti alla tv con il sorriso in faccia, che indica Monti sullo schermo e dice:

“Alla fine è come un cerchio che si chiude. Dopo tanti anni, tanti soldi e tanti mal di pancia, l’unico investimento giusto è stato anche il più importante: spendere i  soldi per farti studiare in una grande università.”