Andare in America

Quattro del mattino.

Coltiviamo sogni di sterminio e auguri di tumori nell’abitacolo rassicurante di una Punto grigia come molte altre. Io sono seduta a gambe incrociate e ti parlo dei libri che rompono le amicizie e della canzone che mi ha fatto piangere. A Piacenza comincia a piovere come in quella canzone che ci piace tanto.

Tu mi chiedi come sto.
Nonostante i bicchieri rotti contro il televisore, i viaggi in America che non servono a nulla, il non poter dire basta me ne vado e il rubare libri in Mondadori per riprendersi il futuro a rate.

Che non so cosa potevamo aspettarci dall’amore se la verginità ce la siamo strappata via a quattordici anni in un cesso pubblico, o contro i graffiti degli amori finiti in un sottopassaggio vicino alla stazione, sempre in piedi ad appenderci ai capelli e alle schiene delle maglie come in una questione di sopravvivenza, con il cuore aperto ma una mano sempre pronta a rivestirci. Come adesso in Mondadori, davanti all’ingresso con Proust sotto alla giacca e pronti a scappare. A correre forte. Veloce. Fino a non sentirsi più, ad avere l’idea di star andando davvero troppo veloce, perchè tutto quel correre possa non servire a nulla.

Di quando mi hai detto che ho un bisogno di attenzione e d’amore troppo se mi vuoi bene piangi per essere corrisposto.
E io ti ho detto che chi balla mulinando le braccia cerca spazio anche quando è con gli altri.

Che dobbiamo fare qualcosa. Come leggere Proust o tornare a casa.
Andare a Parigi a ritrovare la poesia dimenticata in quel sottopassaggio o in Russia a ricordarci dei nonni che ci dicevano come a ottant’anni bisognerebbe avere la dignità di partire e andare a morire via di casa come gli elefanti o i grandi scrittori.

Che dovremmo andare in America come i giovani degli anni Venti che si riempivano le tasche di sassi e andavano al Tanaro.  Quando al posto della pagina dei matrimoni c’era quella degli accertati suicidi perchè tutti lasciavano scritto me ne vado in America.
A New York.
Oltre oceano.
Il più lontano possibile da tutti voi e dalle vostre  sagre di merda.

Mi chiedi come sto mentre l’auto supera i centocinquanta all’ora e c’è traffico di macchine targate Cuneo, Biella, Genova, Prato. Che se ci fermassimo all’autogrill troveremmo tanti altri noi stessi con gli occhi rossi e i vestiti sporchi di qualche estate e migliaio di chilometri fa. Intenti a contare sul tavolo le monete reduci della serata o a guardare l’autostrada senza sapere che cosa dirsi nè se restare o andare via.

In mezzo agli opuscoli per le opinioni con su scritto smisurata preghiera o a fuoco la lega o averne voglia è l’unica soluzione o benzina ce n’è ancora e certe notti la macchina è fredda e dove ci porta nessuno lo sa.

Di quando io ti ho scritto ci vediamo quando torno o che solo Dio sa cosa faremo, e che se Dio non esiste bho poi ci penseremo.

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2 Comments

  1. Alcuni mesi hai scritto:
    “Si può sapere perchè non la smetti di rubare?”
    “Sento che il mondo mi deve qualcosa, ecco tutto.”
    [Jack Kerouac]

    Mi pare di capire che hai rinunciato a rubare e hai deciso di comprare. Peccato

  2. credo di amare ogni tua parola di ogni tuo post!
    ho iniziato a leggerti dall’articolo sulla bocconi che mi ha toccato profondamente, nonostante frequenti il poliMi. poi ho dato un’occhiata al blog e ho visto che il cd delle luci della centrale elettrica sarà in allegato a XL, orgasmo! xD ..grazie per la notizia!! 🙂
    poi mi sono persa a leggere i successi post, meravigliosi! continuerò ad intrufolarmi da te, se non ti dispiace!

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