Cattivi pensieri

 

Joad lo guardò con occhi socchiusi, poi si mise a ridere. “Ah! Siete il predicatore, il predicatore. Ne parlavo giusto con un amico, di predicatore, nemmeno un’ora fa.”
“Ero un predicatore,” corresse l’altro, con voce seria. “Ero il reverendo Jim Casy, il Roveto Ardente, che glorificava il nome di Gesù. E il mio fonte battesimale era sempre così pieno di spiriti contriti, che la metà di loro vi si sarebbero lasciati annegare pur di salvarsi l’anima. Ma adesso non più,” sospirò, “adesso sono Jim Casy e basta. Ho perso la vocazione. Non ho che un sacco di idee peccaminose in testa. Però sembran giuste, a modo loro.”

[John Steinbeck- Furore]

Andare in America

Quattro del mattino.

Coltiviamo sogni di sterminio e auguri di tumori nell’abitacolo rassicurante di una Punto grigia come molte altre. Io sono seduta a gambe incrociate e ti parlo dei libri che rompono le amicizie e della canzone che mi ha fatto piangere. A Piacenza comincia a piovere come in quella canzone che ci piace tanto.

Tu mi chiedi come sto.
Nonostante i bicchieri rotti contro il televisore, i viaggi in America che non servono a nulla, il non poter dire basta me ne vado e il rubare libri in Mondadori per riprendersi il futuro a rate.

Che non so cosa potevamo aspettarci dall’amore se la verginità ce la siamo strappata via a quattordici anni in un cesso pubblico, o contro i graffiti degli amori finiti in un sottopassaggio vicino alla stazione, sempre in piedi ad appenderci ai capelli e alle schiene delle maglie come in una questione di sopravvivenza, con il cuore aperto ma una mano sempre pronta a rivestirci. Come adesso in Mondadori, davanti all’ingresso con Proust sotto alla giacca e pronti a scappare. A correre forte. Veloce. Fino a non sentirsi più, ad avere l’idea di star andando davvero troppo veloce, perchè tutto quel correre possa non servire a nulla.

Di quando mi hai detto che ho un bisogno di attenzione e d’amore troppo se mi vuoi bene piangi per essere corrisposto.
E io ti ho detto che chi balla mulinando le braccia cerca spazio anche quando è con gli altri.

Che dobbiamo fare qualcosa. Come leggere Proust o tornare a casa.
Andare a Parigi a ritrovare la poesia dimenticata in quel sottopassaggio o in Russia a ricordarci dei nonni che ci dicevano come a ottant’anni bisognerebbe avere la dignità di partire e andare a morire via di casa come gli elefanti o i grandi scrittori.

Che dovremmo andare in America come i giovani degli anni Venti che si riempivano le tasche di sassi e andavano al Tanaro.  Quando al posto della pagina dei matrimoni c’era quella degli accertati suicidi perchè tutti lasciavano scritto me ne vado in America.
A New York.
Oltre oceano.
Il più lontano possibile da tutti voi e dalle vostre  sagre di merda.

Mi chiedi come sto mentre l’auto supera i centocinquanta all’ora e c’è traffico di macchine targate Cuneo, Biella, Genova, Prato. Che se ci fermassimo all’autogrill troveremmo tanti altri noi stessi con gli occhi rossi e i vestiti sporchi di qualche estate e migliaio di chilometri fa. Intenti a contare sul tavolo le monete reduci della serata o a guardare l’autostrada senza sapere che cosa dirsi nè se restare o andare via.

In mezzo agli opuscoli per le opinioni con su scritto smisurata preghiera o a fuoco la lega o averne voglia è l’unica soluzione o benzina ce n’è ancora e certe notti la macchina è fredda e dove ci porta nessuno lo sa.

Di quando io ti ho scritto ci vediamo quando torno o che solo Dio sa cosa faremo, e che se Dio non esiste bho poi ci penseremo.