Il cervello in una ragazza

-Gloria è straordinaria… non ha un filo di cervello.
Anthony rise in uno sbuffo monosillabico.
-Vuoi dire con questo che non si comporta come un personaggio letterario?
-No, non questo.
-Dick, sai benissimo che cos’è per te il cervello in una ragazza. Signorine serie che si siedono con te in un angolo a parlare seriamente della vita. Quelle che a sedici anni discutevano con aria grave se baciarsi fosse o non fosse lecito, e se fosse immorale che le matricole bevessero birra.

Dick si voltò verso di lui con tutto il viso stranamente crollato. La sua domanda fu quasi un’invocazione.
-Che cos’avete tu e Maury? A volte parlate come se fossi un inferiore.

[Fancis Scott Fitzgerald – Belli e Dannati]

Rileggendo Marx si pensa a…

Quando era un pomeriggio di luglio ed eravamo chini in quattro su una vasca da bagno a vomitare la noia che si era impastata col fondo di quel vino andato a male.

Tu mi hai detto: -Sarebbe una scena da film splatter.

E subito l’altro ha mollato la mia fronte e ti ha dato uno schiaffo in testa.

I film americani sono da fascisti.

Come la Coca-cola.
La Nike.
I concerti nei palazzetti.
I cocktails.
I letti a castello.
L’azzurro.
Le felpe col cappuccio.

Chissà se in Russia hanno qualcosa di simile ai film splatter, ho pensato, mentre tu non riuscivi a sincronizzare il ritmo dei singhiozzi con quello dei conati.

Memorie di una ragazza perbene

A ogni ragazza sarà capitato di sentirsi dire che una cosa “non si fa” oppure che “non sta bene” oppure ancora che “non si deve”. L’avrà detto papà, o più probabilmente la mamma, una maestra alle elementari, la nonna no perchè le nonne sono anticonformiste: fosse per loro dovreste smontare baracca e burattini e imbarcarvi con una rock band a fare il giro del mondo in furgone Wolksvagen fumando hashish, alcuni compagni di università, un collega sul lavoro.

A ogni ragazza però di solito capita anche una professoressa di italiano, in genere ex sessantottina e con l’aria severa di una cariatide, tradita però dal lampo fugace negli occhi di chi quand’era giovane ne ha viste tante e fatte altrettante, che un giorno guarda la più carina della classe intenta come sempre a disegnare cuoricini sulla Smemo invece che seguire la lezione su Tacito, prende il gesso e scrive alla lavagna la seguente frase:

SIMONE DE BEAUVOIR – MEMORIE DI UNA RAGAZZA PERBENE

Non aggiunge niente. Non dice niente.
La prof lancia un’occhiata alle ragazze presenti in aula, poi si risiede e riprende a spiegare Tacito.

Nella mia classe questo successe in quarta superiore. Quando eravamo tutti troppo presi a fare test sui cartelli stradali, conteggi su come la nostra media sarebbe cambiata facendo quel progetto sulla vendemmia nei campi, ipotesi su quanti dei nostri amici non sarebbero stati più nostri amici se fossimo andati via alla fine della scuola.

Quando si poteva andare a Torino, a Padova, o a Bologna. Che a Torino ci andava chi aveva il ragazzo e a Padova ci andava chi voleva scappare, dal ragazzo. Che andare ad Alessandria era fuori discussione.
Che Bologna è bella, ma vuoi mettere Milano?
Ma Milano non mi piace. C’è lo smog e il traffico e costa tutto tanto ed eccetera, eccetera, eccetera.
E poi a Milano la gente fa schifo.

Come se ad Asti si morisse dal ridere.

Nessuno di noi, specialmente nessuna di noi ragazze, quell’anno degnò di attenzione la povera Simone. Persino il titolo era respingente. Io che leggevo e avevo diciotto anni ne avevo piene le scatole delle ragazze perbene e delle loro feste dei diciott’anni. Erano più eccitanti i tradimenti di Anna Karenina e Heathcliff che urlava nella notte tormentato dal fantasma della sua Catherine.

Gli anni sono passati. Si è scelto di provare ad andare lontano. Si è capito che era quello che ci voleva. Come pronosticato tanti amici sono scomparsi e alcuni altri sono rimasti. Si è imparato a dormire per terra. E a nascondersi il giorno in cui il prete viene a benedire.

E’ arrivata la manifestazione dell’otto marzo. Un giorno in cui stavo andando a fare Shiatsu e invece sono andata in mezzo a qualcosa a cui non avevo pensato di partecipare. In mezzo a cartelli:
“Non siamo oggetti.”
“Mia figlia non l’avrai.”
“Dignità alle donne.”

e dove di nuovo, dopo cinque anni, ho riprovato quella sensazione.

Mi sono sentita fuori posto.

Ho visto un cartello: “Noi non siamo Maria Maddalena”.

Che un mio amico mi disse poi scimmiottava una canzone da discoteca degli anni Novanta. Non la Bibbia.
E ho pensato che a me Maria Maddalena piaceva. Molto più della Madonna, se dovevo dirla tutta.

E mi è tornata in mente la professoressa di italiano. Che era severa e dava cinque a chi scriveva un albero mettendo l’apostrofo ma che amava Cassandra dell’Iliade, e Clorinda di Tasso, e le piaceva la pazzia di Orlando che sradicava gli alberi a mani nude. E non era fissata coi Promessi sposi. E’ normale che Lucia adesso non vi piaccia.

Ho pensato che quel “ragazza perbene” doveva nascondere qualcosa. Così sono andata in libreria e sono uscita con quel bel libro bianco dell’Einaudi.

L’ho distrutto. Letteralmente. Ci ho dormito, mangiato, bevuto e starnutito sopra. Sì è fatto Milano-Venezia-Milano-Roma-Reggio Emilia-Asti in borsa. L’ho sottolineato, lasciato due giorni in un prato, ci ho fatto le orecchie. Tutte quelle cose che fanno rabbrividire i radical chic. Una pagina l’ho strappata per metterla nel portafogli. Sono sempre stata per i rapporti distruttivi, specialmente con i libri.

Diario di una ragazza perbene è un’autobiografia sull’autrice, importante letterata, scrittrice e compagna di una vita di Jean Paul Sartre, ma è molto di più di una cronaca.
E’ uno di quei pochi libri che fa pensare “cavolo, sembra l’abbia scritto io”.
Che parla della società del dopo guerra, dove le ragazze perbene non lavorano ma vengono mantenute. Dove fare l’insegnante vuol dire non avere un vero lavoro. Dove se sei intelligente da piccola fai ridere gli adulti. Da adulta fai aggrottare le sopracciglia a tuo padre. Dove “Simone preferirebbe farsi vedere tutta nuda piuttosto che dire quello che ha nella testa” non è un complimento.

E dove ci sono riflessioni di fulminante lucidità.

“Credeva in Dio, ma trovava fanfaroni e snob quelli che pretendevano di amarlo: -Come si può amare qualcuno che non si conosce?”

Mi piaceva molto la battuta di Lagneau: -Non ho altro sostegno che la mia assoluta disperazione.”

Dove si vede il senso di inadeguatezza:

“Un anno nel bel mezzo delle vacanze la sua ironia mi fece soffrire mille morti. Ero stata con la famiglia ad ammirare le cascate di Gimmel; al loro pittoresco riconosciuto reagii con un entusiasmo di dovere. Beninteso, poichè le mie lettere riguardavano la mia vita pubblica, in essa tacevo le gioie solitarie che mi dava la campagna; in compenso mi misi a descrivere a Zazà questa gita collettiva, le sue bellezze, i miei rapimenti.
La piattezza del mio stile sottolineava lamentevolmente l’insincerità delle emozioni. Zazà, nella sua risposta, insinuò maliziosamente  che le avevo mandato per sbaglio un compito delle vacanze. Ne piansi. Sentivo ch’ella mi rimproverava qualcosa di più grave che non la goffa pomposità delle mie frasi: mi portavo dappertutto i miei cenci di brava scolara.”

nei confronti di chi vive la vita “di pancia”. Straziandosi, eccitandosi. Divorando tutto a grandi morsi, confidando di capire la natura del cibo dal sapore sulla lingua.

E’ uno scritto che parla di liberazione proprio perchè non parla di urla ma di pensieri. Parla della libertà come di una lunga ricerca. Del provare ad andare a bere tutte le sere. Del provare a non uscire mai. Dell’amore platonico e poi del libertinismo.
Di un lungo insieme di tentoni, sbagli, correzioni e cambi di rotta.

Parla al cuore perchè dice quello che ormai non è più di moda dire.

Che è giusto sentirsi fuori posto. Non aver voglia di urlare se tutti urlano, o alzare la mano se tutti stanno zitti. Che se senti di non essere abbastanza forse è vero, che non sei abbastanza. Ma partendo da lì puoi lavorarci.

Che non è vero che siamo tutti uguali. Nemmeno a scuola correvamo tutti lo stesso numero di giri. E che tutti abbiamo qualcuno che non ci parla. Un amico che se ne va e un nemico che rimane. Un sacco di seghe mentali, il più delle volte su cose che non dipendono da noi. Che abbiamo fatto un sacco di stronzate solo per far arrabbiare nostro padre. Abbiamo avuto cadute di conformismo. Il desiderio di essere uguali. Picchi di tracotanza. Abbiamo trattato male persone che non se lo meritavano solo perchè volevamo esplodere un colpo di pistola addosso a qualcuno, ma al vero qualcuno non avevamo il coraggio di farlo. Ci siamo sentiti fieri di essere diversi, ma cercavamo qualcuno che fosse come noi per elogiare la nostre diversità. E poi anche quello era conformismo, e ci siamo di nuovo sentiti stupidi. Inadeguati.
Un lungo percorso di tentativi.

Memorie di una ragazza perbene è un romanzo che fa riflettere perchè non è l’autobiografia di Donald Trump. Non vi spiega come conquistare il cielo in sette giorni. Anzi, finisce con una ragazza che dice che in tutte le famiglie c’è qualcuno da buttar via.

Non vi promette che nel posto in cui arriverete si riderà di più che in quello da cui siete partiti.

Ma che almeno partendo  potrete decidere di non ridere per i motivi che vorrete voi.

Titolo: Memorie di una ragazza perbene
Autore: Simone de Beauvoir
Editore: Einaudi
Pagine: 377
Prezzo: 12 Euro