Lei stessa / con la sua aria trasognata / era il sublime mescolato al disastro

9788817072380

AUTORE: Donna Tartt
TITOLO: Il cardellino
EDITORE: Rizzoli
PAGINE: 891
PREZZO: 20 Euro.

Riduttivamente si potrebbe dire che il Cardellino narra la versione contemporanea di Oliver Twist di Dickens, l’orfano più famoso della letteratura inglese e mondiale. Si potrebbe dire che Donna Tartt ha voluto dare vita a un classico i cui protagonisti ascoltano l’Ipod e vanno ad Amsterdam e a Londra come molti di noi. Si potrebbero dire molte cose sugli infiniti riferimenti letterari (Kerouac, Salinger, Nabokov) contenuti nel Cardellino.

In realtà, le parole che meglio descrivono questo libro le ha espresse anni fa lo scrittore David Foster Wallace, quando gli è stato chiesto cosa si provava a vivere negli Stati Uniti.

Ha qualcosa di particolarmente triste, qualcosa che non ha molto a che fare con le circostanze materiali, l’economia, o le cose di cui parlano i telegiornali. È più una tristezza viscerale. La vedo in me e nei miei amici, in tanti modi diversi. Si manifesta come una sorta di smarrimento.”

Il Cardellino è un libro sullo smarrimento.

Il protagonista, Theo Decker, è un ragazzino di tredici anni che viene coinvolto in un attentato mentre si trova in un museo di New York con la madre. La madre muore, lui ne esce misteriosamente illeso. Scampato all’attentato, Theo comincia una lunga peregrinazione che lo porterà a visitare lentamente tutti gli Stati Uniti: inizialmente vivendo a Park Avenue, ospitato dalla famiglia di un compagno di classe, poi finendo a Las Vegas, ospite del padre e della di lui fidanzata, poi ancora tornando a  New York, nel Village, ospite di un antiquario che si sta prendendo cura di una ragazzina anche lei scappata all’attentato che ha colpito Theo: Pippa.

All’inizio delle oltre 800 di questo romanzo, vediamo Theo Decker bambino, innamorato di una madre che più che un’educata signora di Park Avenue è un’avventata ragazza di campagna in fuga, romantica e imprevedibile.

“- La prima volta che sono venuta qui ho pensato che questo quartiere fosse un miscuglio di Edith Warthon, Franny e Zooey e Colazione da Tiffany.
– Colazione da Tiffany è ambientato nel West Side.
– Già, ma io ero troppo ignorante per saperlo. Comunque di sicuro era molto diverso dal Lower East, con i barboni che accendevano falò nei bidoni della spazzatura. Qui i fine settimana erano magici… andavo per musei … bighellonavo da sola per Central Park …
– Bighellonavi? – Mia madre usava spesso parole che alle mie orecchie suonavano antiquate e quella parola, bighellonare, mi fece pensare non so perché ai suoi trascorsi da cavallerizza. La immaginai che trotterellava per la città curiosa come una giovane puledra.
– Be’ sì, scorrazzavo, gironzolando senza meta come piace fare a me. Avevo pochi soldi, le calze bucate e mi nutrivo esclusivamente di fiocchi d’avena. Che tu ci creda o no, certi weekend venivo fin quassù a piedi.

Con lei Theo perde la parte più importante di sé: il mondo infantile in cui essere diversi è affascinante e poetico. Per nulla sconveniente.

“- Pura meraviglia, un autentico splendore – dichiarava, ripensando a quel periodo: ore e ore trascorse sepolta tra i libri, a guardare e riguardare le stesse vecchie diapositive (Manet, Vuillard) finché la vista non le si annebbiava.
– Può essere assurdo – diceva – ma sarei perfettamente felice di passare il resto della mia vita a guardare sempre la stessa mezza dozzina di quadri. Non mi viene in mente un modo migliore per perdere la ragione.”

Dell’attentato in cui Theo perde la madre non si sa nulla. La motivazione non è importante, non lo sono le modalità. L’attentato in realtà è solo un escamotage per introdurre quello che sarà il tema centrale della narrazione delle pagine successive: cosa succede quando ci si sente smarriti? Quando ci portiamo dentro il peso di un segreto, di un desiderio, di un’ombra? Qualcosa che ci fa vivere sempre con la sensazione di essere sfasati rispetto a quello che ci succede, non in sintonia, incapaci di avere una vita “normale” come quelli che ci circondano?

Theo si sente perduto quando a Las Vegas condivide le giornate con lo scalmanato compagno di scuola Boris, un ragazzo ucraino “pallido e magro, non molto pulito, con i capelli neri che gli cadevano sugli occhi e l’aspetto malsano di uno che vive per strada.” Il suo migliore amico di sempre: caotico, sfrontato, eccessivo, unico.

– É la tua ragazza? – disse Boris, mordendo una mela mentre leggeva alle mie spalle. 

- Levati di torno. 

– Cosa le è successo? – disse, poi, visto che non rispondevo – L’hai picchiata?

– Cosa? – dissi, senza prestargli attenzione. 

– La sua testa. É per questo che le chiedi scusa? L’hai picchiata o cose del genere?

– Sì, come no – sbuffai. Ma poi, notando la sua espressione seria e concentrata, capii che non stava affatto scherzando. 
- Credi che io sia il tipo che picchia le ragazze? – domandai.

 Scrollò le spalle. – Magari se lo meritava. 

– In America non picchiamo le donne. 

Aggrottò le sopracciglia e sputò un seme di mela. – No. Hai ragione. Gli Americani preferiscono perseguitare paesi più piccoli che la pensano in modo diverso da loro.

Theo si aggrappa a Boris e con lui assume le prime droghe, trascorre i primi pomeriggi a ubriacarsi in camera da letto, parlano di musica, di fughe, di darsi al crimine. Con Boris diventa adolescente, e trova un palliativo nelle migliaia di km che separano Las Vegas – dove vive – da New York e la morte di sua madre.

Tutto questo però dura poco. Perché le droghe non sono sufficienti a impedire a Theo di sognare le mattine passate al museo o in giro per gallerie con la madre, a far sì che lui smetta di porsi domande sul proprio futuro. A farlo vivere con Boris, diventando come Boris, dimentico del tempo e della società.

“Alla fine, Boris emise un ultimo sospiro fumoso e rotolò fino al portacenere traboccante accanto al letto per spegnere il mozzicone. – Buonanotte – bisbigliò.
Si addormentò quasi subito – lo intuii dal respiro – mentre io restai sveglio a lungo, la gola secca, stordito e nauseato dalla sigaretta. Com’ero finito in questa nuova, strana vita, in cui nottetempo gli ubriachi mi urlavano contro, avevo sempre i vestiti sporchi e nessuno mi amava?”

Tornato a New York e diventato adulto, però, Theo non riesce neanche ad adattarsi a una nuova vita fatta di avvenimenti comuni, regolare. La vita che avrebbe dovuto vivere se quell’esplosione non fosse mai avvenuta e fosse cresciuto a Park Avenue insieme agli altri ragazzini.

” – Ma già, Theo, giusto, tu non giochi a golf, non scii, non vai in barca, vero?
– Mi spiace, temo di no. – I meccanismi del gruppo erano tali (battute incomprensibili e confusione, tutt’intorno al video delle vacanze sull’Iphone) che era difficile immaginare uno di loro al cinema da solo o a mangiare in un bar. A volte, quell’affidabile cameratismo tra uomini mi dava l’impressione di essere a un colloquio di lavoro. Per non parlare di tutte quelle donne incinte.
– Oh, Theo! Ma non è adorabile? – Con Kitsey che inaspettatamente mi rifilava il neonato di qualche amico, mentre io, terrorizzato, mi tiravo indietro come se fosse un fiammifero acceso.”

Il cardellino è un romanzo sullo smarrimento. Su quella che David Foster Wallace definiva “l’ansia di avere di fronte a sé un numero illimitato di possibilità“.
Come il giovane Richard protagonista di Dio di illusioni – figlio di un benzinaio approdato in un borghese college del New England -, anche Theo vive rinchiuso nella distanza che separa i suoi pensieri da quello che fanno e pensano le persone intorno a lui.

Theo è il ragazzo cresciuto a New York che non riesce ad adeguarsi alla vita randagia e senza punti di riferimento di Boris, ma anche l’uomo che quando si fidanza con la bellissima Kitsey finisce con il correre in cucina a bere un bicchiere di vodka ogni volta che sente parlare di figli, ferie e passeggini.

La diversità di Theo è rappresentata dal quadro Il cardellino del pittore Carel Fabritius, che Theo ruba dal museo poco dopo l’attentato e che torna a tormentarlo a cadenza ciclica per tutto il libro. Il cardellino è l’ossessione per la solitudine, per l’analisi compulsiva delle proprie emozioni. Un’ossessione che Theo riesce a condividere, seppur parzialmente, soltanto con Pippa, una ragazza che quel giorno si trovava nel museo come lui e che è costretta a camminare zoppa a causa delle lesioni riportate nell’attentato.

Pippa, la ragazza che compare nel romanzo stesa in un letto circondata da ciondoli, rosari e palloncini argentati. La ragazzina che come prima cosa chiede a Theo: “che musica ascolti?” e poi gli dice “hai proprio la faccia di uno che ascolta Beethoven“.

Pippa, che riesce a far provare a Theo un amore inspiegabile, involontario, compulsivo,  perché lei stessa è incomprensibile, trasognata, allo stesso tempo vicina e inafferrabile.

“I suoi conturbanti occhi marrone dorato vagavano per la stanza. – Ti annoi? Vuoi che ti porti delle matite colorate?
– Matite colorate? – feci, costernato. – Perché?
– Uh, per disegnarci?
– Be’, ecco…
– Lascia perdere – fece lei, – bastava che dicessi di no.
 E sparì, con Popchik che la seguiva trotterellando, lasciandosi dietro un odore di chewing gum alla cannella mentre io affondavo la faccia nel cuscino, annientato dalla mia stessa idiozia.”

Con lei Teo passa lunghi pomeriggi, chiuso in un appartamento del West Village di New York, ad ascoltare canzoni e parlare di libri come quando a sedici anni tutto il mondo sembra potersi sprigionare in una stanza.

“- Perché mi guardi così?
– Così come? – dissi, allarmato.
– Così. – Non sapevo interpretare lo sguardo strabuzzato che mi fece. Uno che stava soffocando? Un mongoloide? Un pesce?
– Non ti arrabbiare. É che sei sempre serio. É solo che … – Guardò di nuovo l’Ipod e poi scoppiò a ridere un’altra volta. – Oh. – disse – Sostakovic. Roba forte.
Quanto ricordava? mi domandavo, in fiamme per l’umiliazione ma incapace di staccare gli occhi da lei. Non era una cosa carina da chiedere, ma volevo saperlo. Anche lei aveva gli incubi? Il panico? Paura delle persone?”

Pippa è la ragazza che a un certo punto decide di andare a Londra a frequentare l’università. Un po’ per ricominciare, un po’ per cominciare.
Theo si sente abbandonato, lui e il suo quadro, soli in una città ostile dove tutti sembrano star realizzando le proprie ambizioni tranne lui.

“M’irritava soffrire in quel modo. Starmene lì, col cuore in frantumi (per mia sfortuna, era proprio questa la prima espressione che mi veniva in mente) era stupido, sdolcinato, spregevole da debole, sob sob, lei è a Londra, sta con un altro, va’ a comprare del vino e scopati Carole Lombard, lasciala perdere. Ma il pensiero di lei mi affliggeva al punto che non riuscivo a dimenticarla più di quanto non avrei potuto dimenticare un mal di denti.  Era una cosa involontaria, inevitabile, compulsiva. Per anni era stata la prima cosa a cui pensavo appena sveglio, l’ultima quando andavo a dormire, e durante il giorno ci pensavo di continuo, in modo intrusivo, ossessivo e doloroso: che ore sono a Londra? Facevo sempre addizioni e sottrazioni, calcolando il fuso orario, controllavo le previsioni del tempo di Londra sul cellulare, non riuscivo a farne a meno, 11 gradi, le 22:12, lievi precipitazioni, in piedi all’angolo tra Greenwich e la Settima Avenue, di fronte all’ospedale ormai dismesso di St. Vincent, diretto Downtown per incontrare il mio spacciatore, e Pippa, invece, dov’era? Sul sedile posteriore di un taxi, fuori a cena, a bere con gente che non conoscevo, a dormire con gente che non avevo mai visto? Avevo una voglia matta di chiederle qualche foto del suo appartamento, per aggiungere preziosi dettagli alle mie fantasie, ma me ne vergognavo troppo. Con una fitta al cuore pensavo alle sue lenzuola, a come dovevano essere, le immaginavo di un colore scuro da dormitorio, stropicciate, sporche, l’oscuro nido di uno studente, la sua guancia lentigginosa e pallida su una federa marrone o viola, la pioggia inglese che picchiettava contro la finestra. Le sue foto, che tappezzavano il corridoio fuori dalla mia stanza – tante diverse di Pippa, ad ogni età -, erano un tormento quotidiano, sempre inatteso, sempre nuovo; anche se cercavo di evitare che i miei occhi vi si posassero, finivo sempre per cedere e la trovavo lì, a ridere della battuta di un altro o a sorridere a qualcuno che non ero io, un dolore mai sopito, un colpo dritto al cuore.”    

Theo non riesce ad accettare la lontananza, perché l’allontanamento di Pippa lo riporta alla violenza con cui è stato strappato alla magia del mondo che era stato creato per lui dalla madre.

Pippa rappresenta per Theo la musica classica, i ciondoli appesi in camera, le ciocche di capelli e le magliette chiare lasciate sul letto. Rappresenta la trasformazione del ricordo dell’attentato da ostacolo sociale in elemento di unione. Qualunque cosa che avvicini Pippa al mondo esterno lo irrita perché la banalizza, banalizza il loro comune segreto, banalizza la stessa sofferenza di Theo.

“Non c’erano speranze. Semplicemente, mai e poi mai a Mr. Biblioteca Musicale sarebbe potuto importare di lei anche solo la metà di quanto importava a me. Eravamo fatti l’uno per l’altra, fra noi c’era una sintonia da sogno, una magia indiscutibile. Il pensiero di lei inondava di luce ogni angolo della mia mente e versava luce in solai prodigiosi di cui avevo ignorato persino l’esistenza, vedute mozzafiato che si aprivano solo ed esclusivamente in relazione a lei. Ascoltavo in loop il suo compositore preferito Arvo Part, per sentirla più vicina, e bastava che lei nominasse un romanzo letto da poco perché io me lo procurassi, bramoso di entrare nei suoi pensieri come per telepatia. […] A volte, a letto – smarrito nelle mie struggenti fantasticherie, oppiacee ed erotiche – mi intrattenevo in lunghe conversazioni sincere con lei: siamo inseparabili, immaginavo che ci dicessimo (in tono sdolcinato), tenendo una mano sulla guancia dell’altro, non ci lasceremo mai. […]
 Tutto inutile. Peggio che inutile, umiliante. Quando veniva a trovarmi lasciavo sempre socchiusa la porta della mia stanza, un invito neppure troppo velato. Persino l’adorabile strascicare dei suoi passi (come la Sirenetta, troppo fragile per camminare sulla terra) mi faceva impazzire. Lei era il filo dorato che intesseva ogni cosa, una lente che ingigantiva la bellezza a tal punto che il mondo appariva trasfigurato attraverso di lei, e solo lei. Avevo provato a baciarla due volte: la prima, ubriaco, in un taxi; la seconda in aeroporto, disperato al pensiero che non l’avrei vista per mesi o, forse, anni. – Scusami – le avevo detto, un po’ troppo tardi.
- Non preoccuparti.
 – No, davvero, io… 
- Ascolta… – Un dolce sorriso sfocato. -Non c’è problema, ma tra poco devo imbarcarmi. – (Non era vero.) – Stammi bene, okay?
Stammi bene. Cosa diavolo ci trovava in quell’Everett? L’unica cosa che riuscivo a pensare era quanto dovesse trovarmi noioso, se preferiva a me un budino insapore come quel tipo.”

Come se Everett, mister Biblioteca Musicale, fosse lì a ricordare a Don Chisciotte-Theo, che la guerra che lui sta credendo di combattere contro il mondo si sta in realtà svolgendo solo contro dei banali mulini a vento, e che per di più Pippa non è e non sarà mai sua.

La bellezza di un romanzo come il Cardellino è che solo inizialmente parla di un bambino che rimane coinvolto in un attentato. In realtà parla di un ragazzo che cerca disperatamente un compromesso tra il fare qualcosa di buono ed essere felice, tra il parlare con sé stesso e il non abbandonarsi alla disperazione. É un romanzo sulla costante ricerca dell’equilibrio tra noi come individui e il mondo in cui viviamo. Tra quello che ci succede e il nostro modo di affrontarlo. Tra la bellezza del disordine in un appartamento di Las Vegas e la musica classica ascoltata nella penombra di un pomeriggio autunnale del Village.

Il cardellino è un romanzo che non parla di un ragazzo orfano nell’America del 2000, ma di un ragazzo che ha un passato e deve imparare a conviverci, possibilmente convivendoci bene.

É un romanzo denso, carico di bellezza, di cui è impossibile riassumere la trama, le sfaccettature, il significato.

Un romanzo sulla solitudine e sul mistero, sull’amicizia e sull’amore.

Sul fatto, soprattutto, che conservare i propri segreti è importante. E certe volte è necessario. Che la vita è breve e il destino è crudele. Sul fatto che l’equilibrio molto spesso non è possibile, ma è tra i vuoti e i pieni che nascono l’amore, l’arte e il sublime. Che non possiamo scegliere le persone che siamo, ma possiamo imparare a riconoscere il nostro simile e ad amare chi è diverso. Che dobbiamo difendere il nostro Cardellino dagli attentati, dalla rovina e dalla dimenticanza.

Che non è possibile scegliere le cose che ci capitano, ma molto spesso quello che ci capita non è che le prime 50 pagine del libro.

Tutto quello che viene dopo è la vera storia.

 

 

 

 

 

Attimi che bruciano a lungo / come fiammiferi

 

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Autore: JOHN WILLIAMS
Titolo: STONER
Editore: FAZI EDITORE
Pagine: 332
Prezzo: 17,50 Euro

 

 

 

 

 

“Master alzò un uovo sodo dal buffet come se fosse una sfera di cristallo e disse: -Signori, avete mai riflettuto sulla vera natura dell’università? Mr Stoner? Mr Finch? […]
-E tu Finch? Cosa ne pensi?- Alzò una mano. -Ora dirai che non ci hai riflettuto. […] Ma vi sbagliate entrambi. L’università è un ospizio, o come le chiamano adesso? Una casa di riposo, per vecchi e malati, per gli infelici, o gli inetti di ogni genere. Guardate noi tre. Siamo noi l’università. Un estraneo non se ne renderebbe conto, ma noi sappiamo bene cosa abbiamo in comune. Lo sappiamo benissimo.
Finch non smetteva di ridere: -E cosa abbiamo in comune, Dave?
-Cominciamo da te, Finch. Con tutto il rispetto, direi che di noi tre sei il più incompetente. Come sai tu stesso, non sei una cima, anche se questo c’entra solo in parte.
-Eccoci qua-disse Finch, sempre ridendo.
-Ma sei abbastanza intelligente, solo abbastanza, per capire che fine faresti nel mondo reale. Sei votato al fallimento, e lo sai. Anche se sai comportarti da figlio di puttana, non sei abbastanza spietato da esserlo fino in fondo. Non sei certo l’uomo più onesto che abbia mai conosciuto, ma non sei neanche un campione di disonestà. Da un lato sei capace di lavorare, ma sei anche sufficientemente pigro per lavorare meno di quello che il mondo si aspetterebbe da te. E non sei fortunato, no davvero. Non emani alcuna aura, hai sempre l’espressione un po’ spaesata. Nel mondo esterno saresti sempre sul punto di farcela, per poi finire vittima dei tuoi fallimenti. Quindi sei un predestinato, un eletto: la provvidenza, la cui ironia mi ha sempre divertito, ti ha strappato alle grinfie del mondo e ti ha piazzato qui, al sicuro tra i tuoi fratelli.
Poi, sorridendo con aria malevola, si rivolse a Stoner:
-Non credere di scappare, amico mio. Ora tocca a te. Chi sei tu, veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio? Oh, no. Anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. Sei abbastanza intelligente, di certo più del nostro comune amico. Ma in te c’è il segno dell’antica malattia. Tu credi che ci sia qualcosa, qui, che va trovato. Anche tu sei un votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti per terra a chiederti cos’è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Non riusciresti ad affrontarlo, a combatterlo, perché sei troppo forte e troppo debole assieme. E non hai un posto dove andare.
-E tu, allora?-, chiese Finch. -Che ci dici di te?
-Oh-, disse Masters, poggiando la schiena alla sedia, -io sono come voi. Anzi, peggio. Sono troppo intelligente per il mondo, e me ne andrei anche in giro a dirlo. E’ una malattia incurabile, la mia. Per questo devo essere rinchiuso qui, dove posso comportarmi in modo irresponsabile senza alcun pericolo, senza far del male a nessuno-. Poi si avvicinò di nuovo al tavolo, sorridendo agli altri. -La verità, signori, la verità è che siamo tutti dei miserabili buffoni. E siamo al freddo.”

William Stoner è figlio di una  famiglia di contadini e nel corso di questo romanzo riesce a diventare professore in un università americana. In più, diventa professore pur essendo un uomo mite, riflessivo, per nulla piegato ai giochi di potere propri di ogni luogo in cui qualcuno decide del successo di qualcun altro. 

Già solo questa nota biografica ha fatto sì che in questi mesi siti e inserti culturali abbiano parlato di William Stoner come dell’ultimo degli eroi regalatici dalla letteratura americana (ultimo per noi, il romanzo è stato pubblicato negli anni ’50, ma è stato tradotto in Italia solo nel 2012). Un incorruttibile. Un uomo morale. Un “puro”, come direbbero alcuni.

Bene. La prima cosa che devo dirvi è che Stoner non è un eroe. Al contrario, Williams all’interno di questo romanzo ci restituisce nella cornice di uno stile tanto bello da far male la vita di un uomo involontariamente debole, passivo, completamente privo dell’ardore cavalleresco di un Don Chisciotte. La sua figura è tutta racchiusa nelle parole di Masters che ho citato poco qui sopra. 

Stoner è un uomo buono, che si sente buono e crede di non nuocere a nessuno, ma non è un eroe perché a causa della sua mancanza di coraggio finisce con l’ottenere lo stesso risultato di un uomo malvagio: ferisce le persone che lo amano. Rimane solo. Non riesce a salvare la persona che più ama e più meritava una dimostrazione del suo amore.

il romanzo di John Williams parla di come dietro un grande insegnante possa vivere un uomo di deboli ideali. Di come i sentimenti valgano qualcosa se dimostrati al momento giusto. Parla dell’importanza di operare delle scelte. Di compiere un gesto di rottura in quelle poche volte in cui la vita ce lo chiede.

In questo senso, anche lo stile “dolce” non deve ingannare, perché è lo stile dolce con cui quando sbagliamo ci raccontiamo di averlo fatto in buona fede e che in fondo è stato meglio così.

Stoner è un grande romanzo e andrebbe letto da tutti indiscriminatamente. In alcuni tratti farà un po’ male, ma come fanno male i libri che parlano dei nostri difetti e ci mostrano la via per essere persone e amici/parenti/amanti migliori.

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Autore: ELIAS CANETTI
Titolo: LA TORTURA DELLE MOSCHE
Editore: Adelphi
Pagine: 174
Prezzo: Lire 20.000

 

 

 

 

La lettura si riproduce in me attraverso la lettura, non ubbidisco mai a sollecitazioni esterne, o solo a distanza di molto tempo. Quello che leggo voglio che sia una mia scoperta. Chi mi consiglia un libro me lo strappa di mano, chi me lo esalta me lo gusta per anni. Mi affido soltanto ai grandi spiriti che venero profondamente. Essi possono consigliarmi tutto. Per destare la mia curiosità è sufficiente che menzionino un particolare di un libro. Per contro, ciò che nominano gli altri con le loro frivole bocche è come investito di una maledizione. Così mi è stato difficile venire a conoscenza dei grandi libri, giacché le opere davvero eccellenti sono entrate a far parte del patrimonio di tutti.”

Questa citazione spiega molto bene i sentimenti contrastanti che ho provato all’idea di parlare su questo blog di Elias Canetti e della Tortura delle mosche. Sono decisamente possessiva verso i libri che nessuno recensisce e che io invece amo e venero e rileggo di continuo. Tuttavia, mi sono detta, il senso di avere un blog è quello di non essere possessivi e quindi ecco qui il mio libro preferito di quest’anno.

Per riassumere: Elias Canetti è stato il primo studioso ad affrontare il tema della massa all’interno della società moderna. Il suo saggio Massa e potere ha creato accesi dibattiti nelle università e le teorie in esso contenute sono state tanto usate quanto abusate da parte di giornalisti, sociologi e scrittori.

Molti di voi probabilmente non avranno mai sentito nominare né Massa e potere né Canetti, ma sua è la teoria secondo cui le persone fanno massa perché spaventate dal contatto con l’estraneo, l’idea per cui nulla spaventa l’uomo più di quello che non conosce e non può controllare. L’assunzione per cui la massa è omogenea e facilmente controllabile perché unisce le persone non in base alle passioni, che sono diverse da uomo a uomo, ma in base alle paure, che sono poche e comuni anche a uomini diversi tra loro.

La Tortura delle mosche è una raccolta di aforismi tratti dalle decine di taccuini che Canetti ha riempito nel corso della sua lunga vita e contiene frasi che spaziano dalle considerazioni sociologiche agli scorci di diario, agli abbozzi di descrizioni, alla poesia.

Al suo interno ci sono osservazioni:

“Di tutti gli ostacoli nessuno è più allettante di una corrente.”

L’analisi del comportamento di un uomo tormentato:

Non a star solo devo imparare, perché questo non mi riesce difficile, anzi mi piace, ma a star zitto quando sono in mezzo agli altri. Quel mio modo improvviso di erompere con discorsi rapidi e veementi è indegno e suscita sgomento. Quasi non importa a chi sono diretti, se gli altri mi capiscono o meno; le parole in quanto tali, le parole che io stesso pronuncio hanno su di me un effetto atroce e devastante. Sono troppo forti, devo mitigarle mettendole per iscritto. Ciò che dico è talmente violento che chiunque mi ascolti si sente costretto a svicolare, non foss’altro per tutelarsi da me. Ma io non posso svicolare, non posso eludere le mie parole, di queste sono in balìa; le sento, le assimilo, le comprendo appieno, e a causa di esse entro in agitazione come un mare in tempesta.

Ma anche piccoli dipinti pregnanti come le notti stellate di Van Gogh:

Vorrebbe degli attimi che bruciano a lungo, come un fiammifero.”

Immagini oniriche come il passaggio del tempo surrealista:

“Di fronte alla notizia dei rondoni che durante la notte e alle grandi altezze volano dormendo, mi ha commosso il pensiero che sogno e volo ancora coincidono.”

Espressioni di rammarico verso paesi che sembrano non avere la forza di inseguire quelle sofferenze che sono proprie di chi vive e si consuma con le proprie passioni:

“Un paese nel quale si respira soltanto per nostalgia.”

Gli aforismi di Canetti sono al tempo stesso critica, esortazione e monito. Dentro vi si trovano la forza, il tormento e la dolcezza di un uomo che ha attraversato il secolo breve chiedendosi perché l’uomo senta il bisogno di “non essere solo”. Un uomo che forse non è mai riuscito a farsi una ragione della risposta ai suoi stessi dubbi e per questo l’ha scritto in decine di taccuini.

“Vorrebbe strapparsi il cuore dal futuro.”

In ogni caso, è un libro di quelli che si riempiono di orecchie e scritte e punti esclamativi e che si regalano e si consigliano e si dimenticano nella speranza che qualcuno li trovi e li legga.

Uno di quei libri con cui essere possessivi è proprio un grande peccato, e del quale quindi ho deciso di parlarvi.

Susan Cain - Quiet

 

 

 

Autore: SUSAN CAIN
Titolo: QUIET – IL POTERE DEGLI INTROVERSI
Editore: Bompiani
Pagine: 358
Prezzo: 17,00 Euro

 

 

 

“La personalità plasma anche il nostro stile di socialità. Gli estroversi sono coloro che danno brio a una festa e ridono generosamente alle barzellette raccontate dal padrone di casa. Tendono a essere risoluti e dominanti, hanno sempre bisogno di compagnia. Gli estroversi pensano ad alta voce e di fronte agli altri, preferiscono parlare anziché ascoltare, solo di rado rimangono senza parole. ogni tanto scappa loro di bocca qualcosa che avrebbero preferito non dire. Temono molto di più la solitudine dei conflitti. Gli introversi, al contrario, possono anche possedere solide competenze sociali (le cd. social skills) e godersi un party o una riunione di lavoro, ma dopo un po’ desiderano soltanto starsene a casa in ciabatte. Preferiscono dedicare le proprie energie sociali agli amici, ai colleghi, ai familiari più stretti. Ascoltano più di quanto parlano e molto spesso danno l’impressione di esprimersi meglio in forma scritta che orale. Tendono a rifuggire i conflitti. Molti detestano chiacchierare del più e del meno, preferendo dedicarsi a discussioni intime e profonde.”

Prima di diventare famosa con il saggio Il potere degli introversi, Susan Cain lavorava come avvocato per un grande studio d’affari. Se cercate dei video di presentazione di questo libro vedrete una donna dall’aria dolce e poco aggressiva, una ragazza che nel libro si autodefinisce “una persona pacata e sognatrice.”

Il tema centrale di Quiet è, per ammissione della stessa autrice, un interrogativo che l’ha sempre tormentata: è possibile avere successo pur essendo una persona introversa? Più precisamente: è possibile far valere all’interno di un posto di lavoro le proprie caratteristiche di persona introversa come caratteristiche vincenti? Oppure per arrivare in posizioni apicali è necessario dissimularle, sforzarsi di essere più sociali, più estroversi, più protagonisti?

A primo impatto questi interrogativi appaiono banali e scontati nella risposta (certo che conta essere carismatici, se sei intelligente ma nessuno lo sa a cosa serve?). Tuttavia, le domande di Susan Cain tormentano la maggior parte degli introversi fin dai tempi della scuola e delle feste di compleanno all’età di sei anni.

Facendo qualche esempio: un bambino introverso difficilmente sarà cresciuto senza qualcuno che lo tormentava perché “facesse amicizia” e “socializzasse con gli altri bimbi”. Un adolescente introverso molte volte si sarà sentito porre dai genitori la domanda: “Ma non hai voglia di uscire?” oppure li avrà sentiti parlare tra loro preoccupati del fatto che il figlio “sta sempre in casa”.

Io stessa ricordo che quando arrivai all’università mi sentii dire da una ragazza più grande: “Non si viene alla Bocconi per studiare, si viene alla Bocconi per costruirsi un network. Se durante l’università conosci gente, uscirai che avrai già un lavoro.”
Cosa probabilmente vera, ma che a me creava l’angosciante dubbio: e io, allora?

Cosa succede a quelli che vanno a scuola perché amano studiare? A quelli che, come me, quando si tratta di “essere spigliati” sono una via di mezzo tra il rincoglionito, l’impacciato e la persona che se la tira? Devono rassegnarsi all’ultima fila e vedersi passare davanti la persona estroversa?
Possibile che l’introverso sia come l’albero che cade nella foresta deserta e non fa rumore?

Ecco, capirete che questi non sono interrogativi di poco. Al di là del fattore personale, anche perché sono alla base di tutta una serie di fenomeni fioriti negli ultimi venti-trent’anni: i corsi per imparare a parlare in pubblico, i manuali di auto aiuto, il lavoro multi-tasking, i work teams, gli uffici open space, gli incontri con i tutor didattici per imparare come presentarsi ad un colloquio.

Tutti fenomeni improntati sullo stesso assunto: insieme è bello, soli è male.

Il libro di Susan Cain si inserisce in questo panorama con un approccio semplice ma al tempo stesso rivoluzionario: spiegare come e perché una persona introversa può riuscire a raggiungere una posizione apicale senza necessariamente fingersi estroversa. Quiet muove dalla base comune dei manuali di auto aiuto (mostrare che l’introversione è una caratteristica, non un difetto da correggere) per poi prendere il largo e arrivare negli studi legali delle grandi metropoli, nei consigli di amministrazione delle multinazionali, nelle poltrone del Congresso, a Wall Street e mostrare come spesso, nonostante questi soggetti siano poco conosciuti al grande pubblico, in ogni grande azienda ci siano uno o più “grandi capi” schivi, riservati e persino impacciati quando si trovano in contesti che non conoscono. Persone che non vanno alle cene aziendali, non portano i figli allo sci club, magari collezionano francobolli, o vanno a fare camminate in montagna invece di frequentare locali e ristoranti in voga.

Quiet è un saggio innovativo perché unisce una forma scorrevole e leggera a una tesi esaustiva e ben articolata. Mostra attraverso molti esempi come non necessariamente in un posto di lavoro l’estroversione sia vincente rispetto alla riservatezza. In aggiunta a ciò, sfata il mito per cui esistano luoghi di lavoro (per primo l’ambito legale, campo di provenienza dell’autrice) poco adatti alle persone non aggressive. Mostra, e secondo me questo ne è il pregio principale, come solo la convinzione di non essere “adatti” o “all’altezza” ci faccia apparire davvero non adatti e non alla altezza di un ambiente a cui vogliamo avvicinarci.

Per la prima volta mette scritto nero su bianco che essere introversi ed essere ambiziosi non sono caratteristiche incompatibili né tantomeno difficili da coniugare. Cosa che, considerato che secondo le stime le persone introverse sono un terzo delle persone totali (ognuno di voi ne conoscerà sicuramente diversi), costituisce sicuramente un cambio di prospettiva utile ed educativo nello studiare come avvicinarsi o muoversi nel mondo del lavoro.

9788860442420

 

 

Autori: EDOARDO ALBINATI E FILIPPO TIMI
Titolo: TUTTALPIU’ MUOIO
Editore: Fandango Tascabili
Pagine: 603
Prezzo: 10 Euro

 

 

 

“Mancano poche decine di metri a casa. 
Debbo attraversare i binari del tram, ma calcolo male lo spazio tra due ringhiere e riesco a passarci con la ruota della bici, ma non con le gambe.
Batto una ginocchiata contro la ringhiera, mi ribalto e cado in mezzo ai binari del tram.
Non so se qualcuno mi ha visto perché era tardissimo e sembrava che le luci del quartiere Flaminio fossero tutte spente. 
Ma mi sono rialzato bestemmiando, ho sollevato per aria la bicicletta e l’ho scaraventata via.
La mia bella bicicletta.
Tutto dolorante, sono andato a dormire e la mattina dopo la bici non c’era più.”

Filippo Timi è uno degli attori più particolari che il cinema italiano ci ha regalato negli ultimi cinque o sei anni. È stato il protagonista di Come Dio Comanda di Salvatores, Mussolini in Vincere di Bellocchio, più una serie di produzioni meno conosciute come Ruggine, La doppia ora e Quando la notte e molte interviste televisive in programmi come Le invasioni barbariche, Very Victoria etc.

Lo scetticismo di quando in libreria ci si trova di fronte l’opera di un personaggio famoso è difficile da superare, ma di Timi ricordavo il periodo in cui sui giornali si parlava di lui prima come scrittore, e solo dopo come attore. Quindi un giorno ho comprato questo libro e ne sono rimasta fulminata già dalle prime pagine.

La trama percorre il filone del romanzo autobiografico. Il protagonista è Filo, un ragazzo nato e cresciuto a Perugia che si trasferisce a Roma nel tentativo di diventare attore.

Potrebbe essere il solito polpettone pseudo kafkiano intriso di critica sociale da due soldi e invece è un romanzo forte, vivo, torrenziale nella narrazione.

Una sera, parlando su una scalinata con accanto una bottiglia di vino, un mio amico ha descritto questo libro dicendo:

“È come uno di quei momenti in cui sei a una festa tutto preso a far finta di divertirti e senza farci caso ti ritrovi a guardare la pista come se fossi un osservatore esterno. All’improvviso tutti ti sembrano unti e sudaticci e intenti a strusciarsi su tipe unte e sudaticce con il trucco sbavato come delle puttane da quattro soldi. E più li guardi e più ti sembrano patetici. E allora tu ti riempi di vergogna al pensiero di chissà quanta gente vedendoti insieme a loro avrà pensato la stessa cosa di te. E quindi non te ne accorgi neanche, ma ti sei fottuto la serata. Il sogno è finito. Game over.”

Ecco, tuttalpiù muoio è come guardare da fuori una festa di gente unta e sudata.

Attraverso le gambe di Filo ti sembra di correre dentro un incubo lungo decine di vie dei navigli:

“Quando mi è tornato in mente tutto questo?
E perché?
Dev’essere perché sono ubriaco, e bestemmio, e sono appena scappato da un bar di froci che facevano finta di non esserlo.”

Attraverso i suoi occhi puoi vedere le imposte chiuse del monolocale che ti sta facendo impazzire con l’anidride carbonica dei tuoi stessi respiri:

“L’altra soluzione, per modo di dire, sarebbe quella di tornare a Perugina.
Tornare a casa dai genitori.
Certo aiuterebbe dal punto di vista del cibo.
E a Perugina, almeno, non sarebbe costretto a star chiuso in casa come a Roma, senza mettere fuori il naso perché non ha nemmeno i soldi per un supplì.
Non riesco a farmi venire sonno e dormire solo per cercare di non pensare e di non vivere e di non uscire.
Tutto sembra offendermi solo perché sono povero.”

Attraverso le sue braccia ti sembra di sollevare per aria quella dannata bicicletta e andartene bestemmiando con il ginocchio che pulsa lungo i binari del tram.

Tuttalpiù muoio è la storia di uno che va in una grande città e crede di trovare l’America e invece trova tombini puzzolenti, gente sudata, pochi soldi e vagonate di bestemmie e insoddisfazioni.

In Tuttalpiù muoio non ci sono salvezze o redenzioni o finali che diano un senso alle pagine prima e all’esistenza in generale. Non c’è l’amore che salva il mondo né il successo e neanche un qualcosa che giustifichi le sofferenze.

C’è la potenza dell’essersene andati ed essersi fatti la propria vita. Ma come nel riprendere la giacca e avviarsi soli verso casa dopo una festa, c’è anche quella sensazione di solitudine che ha il rumore delle chiavi che girano nella serratura e la consistenza del riscaldamento che ha scaldato troppo in nostra assenza.

È un romanzo che ha la trama fitta di un disegno complesso. Un grande romanzo perché ha la forza della vita e del suo rumore e del suo silenzio. Ha la forza di ognuno di noi, ma anche di tutto quello che c’è e che non c’è intorno a noi.

Un romanzo che andrebbe letto da tutti quelli che hanno la sensazione di essere vivi e continuamente in cerca di qualcosa. E che ogni tanto si chiedono se alla fine il loro cercare non sia anche un poco inutile.

Un libro che andrebbe letto per continuare a sbattere le ginocchia contro le ringhiere, a guardare da fuori le feste che finiscono, e restare chiusi in casa a commiserarsi invece di fare la scelta più logica e tornare a Perugina dai genitori.

 “Cosa dicono di me?
Cosa mi dicono?
Sei ubriaco, lascia perdere, non lo ascoltate, adesso vi tira fuori la sua solita storiella che oramai conosciamo tutti  e non fa più ridere nessuno, ma lui se non vomita davanti a tutti sta male.
Allora, lo sappiamo che balbetti, che non ci vedi e che sei stato stuprato, ho dimenticato qualcosa?
Ah sì, certo, che tu racconti questo a tutti perché non riesci più ad amare nessuno, e non ce la fai a collegare il cuore alla vita.
Che palle! Cambia personaggio!

Tu credi davvero che il parlare sia oltraggioso?
O che urlare lo sia?
O che il silenzio?

Anch’io, checché se ne dica, come mio padre prima di andare a letto, metto il portafogli sopra il tavolo della cucina, anch’io, alla fin fine, sono un uomo.”

“La polizia ha deciso di attaccare la scuola!”

Tanto ciò è vero che nessuno degli imputati ha mai posto in dubbio che l’esito dell’operazione era stato l’indiscriminato e gratuito pestaggio di pressoché tutti gli occupanti del plesso scolastico, preceduta dall’altrettanto gratuita aggressione portata dagli operatori della polizia nei confronti di cinque inermi persone che si trovavano al di fuori della scuola.

[…]

Le parti hanno concordemente riferito che tutti gli operatori di polizia, appena entrati nell’edificio, si sono scagliati sui presenti, sia che dormissero, sia che stessero immobili con le mani alzate, colpendo tutti con i manganelli (i cd. tonfa) e con calci e pugni, sordi alle invocazioni di “non violenza” provenienti dalle vittime, alcune con i documenti in mano, pure insultate al grido di: “Bastardi!”

Allora è del tutto condivisibile il giudizio espresso dalla corte Genovese di condotta cinica e sadica da parte degli operatori di polizia […] tanto che, perfino alcuni privati cittadini, che stavano effettuando delle riprese video dell’arrivo della polizia in via Cesare Battisti, avevano significativamente commentato ad alta voce: “La Polizia ha deciso di attaccare la scuola!”

[….]

Ed allora, del tutto logicamente i giudici territoriali hanno interpretato il già per sè eloquente “Basta! Basta!” intimato da Fournier ai suoi uomini non appena avvedutosi del corpo esamine Melanie Jonasch, come sintomatico del superamento di ogni limite  e come ordine di interrompere una condotta fino a quel momento accettata o comunque preventivata, solo l’eccesso della violenza avendo costretto Fournier , per paura di ulteriori e più gravi conseguenze, a far allontanare i propri uomini, consentendo così che le violenze avessero contestualmente termine, violenza la cui entità era risultata ripugnante allo stesso comandante del reparto che, non appena ritornato nel cortile della scuola, aveva espresso al Canterini la volontà di “non lavorare più con questi macellai qui”.

[Corte di Cassazione Penale – V SEZIONE – Sentenza 38085/2012]

Non lo senti anche tu l’orrore, Thomas? (visitando Tondelli)

Scendo dalla macchina davanti al cimitero di Canolo chiedendomi per quale motivo ci sia un’insegna di vini davanti all’ingresso di un cimitero. Prima di trovarlo ho vagato mezz’ora attraverso le campagne. Niente campo nel cellulare. Niente mappa. Niente cartelli.

Il giorno dopo ferragosto, mezzogiorno, letteralmente neanche un cane nel raggio di dieci chilometri.

Prendo lo zaino dal sedile posteriore e mi avvio verso l’ingresso. La costruzione di cemento color giallo sabbia si staglia al centro di un campo di girasoli come un enorme fungo industriale. Il cancello di ferro battuto a prima vista sembra chiuso. Controllo gli orari e l’ora sul cellulare. Chiusura: ore 15. Ora: 13:23. Spingo il cancello una prima volta ma non si apre. Riprovo facendo leva con il corpo contro il metallo e questa volta un po’ cede. Mi infilo nella fessura ed entro. Tutto attorno a me l’unico rumore è lo stridulo e assordante frinire delle cicale nei campi.

Il cimitero che sto visitando è quello di una frazione di Correggio, in provincia di Reggio Emilia. La tomba che sto cercando è quella di Pier Vittorio Tondelli, scrittore che negli anni ’80 divenne un cult grazie ai racconti di Altri libertini e che diversi anni dopo pubblicò uno dei miei libri preferiti di sempre: Camere separate.

Tondelli, uno degli scrittori più talentuosi e insieme più dimenticati degli ultimi cinquant’anni.

Un punto di riferimento per molti artisti tutt’ora viventi.
Un sopravvalutato, per la critica, accusato di esagerare in maniera farsesca i disagi di una gioventù di provincia che a ben vedere negli anni ’80 non aveva nulla di cui lamentarsi.
Un oscurato per il grande pubblico, etichettato dal sostrato cattolico che era impresso in ogni adolescente come un frocio. Che aveva quindi solo lettori froci. Un frocio che scriveva per i froci.
Uno qualunque delle migliaia e migliaia uomini e donne morti di AIDS allo scadere degli anni ’80.

Pier Vittorio Tondelli è morto di AIDS all’età di 36 anni, nel 1991. Tenne nascosta la malattia fino all’ultimo e all’epoca se ne parlò il meno possibile. Forse per riserbo, forse per imbarazzo. Forse alcuni con la sua morte ebbero conferma di una mediocrità artistica che gli imputavano da sempre. Morire di AIDS a inizi anni ’90, una morte banale.

Il cimitero di Canolo è una piccola costruzione a forma di croce con due pareti di cappelle e molte altre coperte di loculi. Non ci sono custodi né visitatori, così comincio a perlustrare le pareti facendo attenzione a non dimenticare neanche un loculo al mio passaggio.

Mi scorrono davanti immagini di uomini anziani, caduti partigiani, giovani donne morte di parto, qualche bambino, ragazzi partiti per la guerra e non più tornati. Conto tredici famiglie e decine di matrimoni con centinaia di figli. Quindici persone dal cognome Tondelli, ma nessuna dal nome Pier Vittorio.

Compio un secondo giro ma anche questa volta non trovo la tomba che sto cercando. Alla fine mi fermo davanti alla parete di fondo e fisso i loculi costernata. Ho la maglietta appiccicata alla schiena sotto lo zaino e il sudore che cola lungo le tempie. Nelle orecchie un fischio diventato insopportabile. Cerco di pensare a quale luogo possa essermi sfuggito. Ma faccio farica a pensare e non riesco a muovermi o a prendere una decisione.

Alle mie spalle sento avvicinarsi dei passi. Mi volto verso destra e scorgo un signore intento a raccogliere dei fiori secchi da un loculo e poi buttarli nel cestino. Indossa una canotta blu sopra un paio di jeans tagliati e delle scarpe che riconosco come scarponcini da carpentiere. Quando solleva lo sguardo e si accorge che lo sto fissando per un attimo si guarda intorno.

Ho paura che stia per chiedermi che cosa ci faccio in quel cimitero. Che mi dica di non disturbare i defunti. Di fargli un favore e andare a seccare qualcun altro.

C’è sempre qualcosa di sbagliato nel visitare un cimitero alla ricerca di una tomba. Qualcosa che rende la tua visita vagamente volgare, egoista, superficiale. Ci sono gli sguardi dei parenti degli altri defunti, una custode che ti guarda da sotto gli occhiali, uno sbuffo quando estrai la macchina fotografica.

Al cimitero degli Allori di Firenze mi ero ripromessa di non fare fotografie alla tomba di Oriana Fallaci. Arrivata lì ho contemplato la lapide e diligentemente me ne sono andata. Quando sono tornata alla macchina però all’improvviso mi sono voltata e sono risalita lungo l’altura. Ho estratto la macchina fotografica dallo zaino e ho scattato una, due, tre foto. Accettando l’idea che se Oriana fosse stata con me in quel momento mi avrebbe strappato la Canon dalle mani e me l’avrebbe rotta in testa urlando: -Cretina!

Non si può essere perfetti. Specialmente quando le giustificazioni che ci diamo derivano dal grado di conoscenza che abbiamo delle nostre lacune.

Il fatto è che io ho il terrore di dimenticare. E la consapevolezza di tendere a dimenticare. E la consapevolezza che tutti intorno a me tendono a dimenticare.

So che a 26 anni farò fatica a ricordare un pomeriggio di agosto con lo zaino incollato alla schiena e un fischio assordante nelle orecchie. Il rumore delle cicale nella campagna attorno. E che tutti hanno vissuto questi pomeriggio, solo che c’è chi ha trovato il modo di non dimenticarli e chi no.

Che l’essenza del “poi con l’età passa” sta tutta in questo fatto: che a un certo punto dei pomeriggi di agosto ci si dimentica. Li si vede come guizzi dell’età.

Mentre il signore si volta verso l’ingresso mi aspetto da parte sua un rimprovero oppure un’occhiata di riprovazione. Torna a guardarmi e rimane in silenzio come indeciso su cosa fare. Poi, inaspettatamente, solleva un braccio verso destra e dice:

-Lo trovi là. Quarto loculo nell’angolo.

Con aria grave.
Un’aria grave che però non è per me ma un po’ per tutti. Per quelli che non sono lì e per quelli che non verranno mai. Il dispiacere che probabilmente provo io quando un qualcuno mi dice:
–No, io Tondelli non l’ho mai letto. A scuola da me se lo leggevi passavi per frocio.

Il dispiacere del dover accettare che qualcuno possa scegliere di perdersi qualcosa. Di non leggere Camere separate, di non viaggiare, di non fermarsi e soffrire. Di non crescere.

Camere separate è uno di quei libri che dovrebbe far parte dell’educazione sentimentale di ogni ventenne che vuole arrivare a comprendersi meglio.

Camere separate è solo all’apparenza la storia di un trentenne, Leo, costretto ad affrontare la morte del ragazzo che ama, Thomas, per una non menzionata ma letale malattia. In realtà è un romanzo sull’abbandono e la perdita denso, istruttivo, prodigioso nella prosa e nei contenuti,

Leo è l’alter ego di Pier Vittorio Tondelli, un giovane ma non molto affermato scrittore, ma è anche la sensazione che ci pervade ogni volta che una storia finisce. È il fascio di emozioni che ci travolge nel momento in cui realizziamo di aver perso qualcuno.

Leo è la costernazione

Gli dicono più volte che ci sono tanti inglesi che cercano casa; farfugliano che deve avere pazienza gettandogli sul tavolo la sua scheda di richiesta. Lui subisce in silenzio. Sorride educatamente, dice qualche battuta che nessuno afferra. Immagina che gli altri pensino di lui che è un pazzo, o quantomeno un tipo strano. L’unica cosa che potrebbe dire, per giustificare il proprio comportamento è: -Thomas sta morendo, capite?
Ma non lo fa. Abbassa la testa e in silenzio si allontana.

L’incapacità di ascoltare i consigli

-Lui non era l’uomo giusto per te. E ti stai dannando proprio su questo errore.
Leo ha la voce leggermente incrinata: -Quale errore?
Rodolfo si lascia cadere sulla poltrona. Emette un lungo sospiro. -Che lui è morto Leo. E tu no. Per questo lui non era il ragazzo giusto per te.

La speranza di poter trovare pace altrove

Dopo circa un mese di piccoli spostamenti ora sta finalmente lasciando il continente e con esso il corpo martoriato di Thomas. Si lascia alle spalle la guerra, i cadaveri, il dolore, i campi di sterminio, le città distrutte e rase al suolo. L’Inghilterra gli appare come un paese separato e distante in cui non conosce nessuno e nessuno lo conosce, in cui può stare solo senza soffrire di solitudine, in cui può camminare, sedere al pub, bere, scrivere senza che nessuno lo guardi o lo disturbi. Dietro si lascia un continente in via di distruzione. Thomas che era la sua storia; il suo paese e la sua storia. Gli scenari di guerra.

Leo è al tempo stesso solo e l’altra parte di una storia d’amore che inizia come tutte le storie d’amore con la convinzione di aver trovato qualcuno con cui combattere. Qualcuno con cui valga la pena affrontare tutto.

-Abbiamo bisogno di tempo. Di mettere tempo fra noi. Di vivere insieme, di viaggiare insieme, perché il nostro pensiero riconosca istintivamente l’altro; e lo riconosca come una presenza automatica di consuetudine e affetto. Abbiamo bisogno di molto tempo per accettare la brutalità del fatto di non essere più soli.

Leo e Thomas però sono innamorati ma anche giovani e avidi di tutto. Vogliono essere liberi ma anche stare insieme. Credono di potersi rendere felici, ma la loro vicinanza a un certo punto li stranisce, si allontanano, si maltrattano, si rifiutano.

Leo e Thomas vogliono lottare ma sanno anche di non poterlo fare insieme.

Erano solamente due ragazzi che correvano incontro all’annientamento con una determinazione che non ammetteva ostacoli. Erano due bellezze che godevano nell’essere offese e violentate poiché entrambi ritenevano che il mondo non li meritasse e che nessuno potesse essere in grado di capire la loro qualità. Erano in guerra contro i valori della società e contro la normalità. Erano ribelli e si sentivano diversi. La loro relazione era precisamente una guerra separata.

Hanno un nemico che alla fine degli anni ’80 divenne evidente come i cimiteri costellati di migliaia di lapidi di ragazzi giovani, belli e sorridenti nei loro migliori completi da impiegato. Ragazzi che non avevano saputo vincere. O forse non ci avevano nemmeno mai provato.

Un giorno, in treno, in uno scompartimento affollato Leo gli aveva detto malinconico: -Io ho sempre voluto tutto Thomas. E mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa.

Leo si è sempre dovuto accontentare di qualcosa.
Ha dovuto accettate che “certi giorni ci chiediamo è tutto qui / e la risposta è sempre sì”.

Come Pier Vittorio Tonelli, che ora mi guarda da quella foto in cui indossa una polo nera e un paio di jeans che lo fanno sembrare un qualunque impiegato di un qualunque ufficio pubblico e ha le braccia conserte. La scritta “scrittore” parzialmente coperta da un piccolo mazzo di rose rosse e bianche.

La foto di uno dei migliaia di ragazzi morti di AIDS negli anni ’90.

Senza una lapide, senza un biglietto, senza qualcosa su cui poter scrivere “grazie per le parole”. Come se in fondo lui facesse bene a provare disagio nel parlare della sua professione.

Per questo lui si è sempre vergognato ed è sempre arrossito quando, nelle situazioni più svariate, su un treno, o a un party, o davanti all’ufficiale d’anagrafe qualcuno gli si è avvicinato chiedendo che mestiere facesse, di che si occupasse. Si è vergognato perché ha immediatamente capito che se avesse detto “io scrivo” lo avrebbero guardato come un pazzo o, nella migliore delle ipotesi, come un morto di fame. E la sua diversità, la sua distanza dagli altri, gli sarebbe apparsa ancora più incolmabile. E allora ha sempre tergiversato, si è inventato professioni rispettabili e socialmente accettate, mai quella di uno scrittore, di un perditempo, di una persona inutile. Una volta si è trovato immerso nell’ufficialità di un pranzo con qualche aristocratico, borghesi, soprattutto industriali finanzieri, banchieri. E Leo doveva essere il festeggiato. E nonostante tutti lo salutassero, lui era consapevole che nello stringergli la mano gli guardavano la cravatta e soprattutto pensavano quanto potesse rendergli una professione stravagante come quella. E lui capiva che il fatto di non avere centinaia di operai alle proprie dipendenze, di non avere tenute o case, di non esercitare alcun tipo di potere su nessuno, lo rendeva un oggetto assolutamente fatuo. Un fastidio.

Perché Pier Vittorio Tondelli è stato uno scrittore ma è stato anche un uomo che ha saputo mettere in letteratura un disagio che molti uomini provano e quasi nessuno riesce a spiegare. Un disagio che si subisce, si accetta, e a un certo punto ci addomestica.

Tondelli è stato lo scrittore che ha fatto pensare a Luciano Ligabue “bhe, ma allora è possibile scrivere qualcosa anche da un posto come questo!”. È il P.V. a cui insieme ad Andrea Pazienza è dedicato Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. È lo scrittore più citato nelle canzoni de Le luci della centrale elettrica, secondo solo forse a De André.

Tondelli è uno scrittore che i ventenni dovrebbero frequentare e frequentare molto. Leggerlo, citarlo, sottolinearlo, capirlo. Anche andare a trovarlo e fare contento quel signore che probabilmente leggeva il suo coetaneo di nascosto e che ora è un po’ fiero di indicare a qualche giovane il quarto loculo nell’angolo destro.

Lo stesso signore che quando sono uscita, davanti all’ingresso, mi ha rivolto un cenno di saluto intrattenendo due anziane incuriosite dalla mia auto per darmi tempo di salutare Pier Vittorio con calma.

Questa volta senza amarezza.
Con una specie di malinconia per il tempo che passa e le cose che si dimenticano. Ma la consapevolezza che finchè ci saranno ragazzi che si chiederanno

-Non lo senti anche tu l’orrore, Thomas?

ci sarà sempre qualcuno intento a cercare un loculo, o leggere Camere Separate,o viaggiare in macchina senza meta, sotto il sole rovente di un mezzogiorno di fine estate.

TITOLO: Camere separate
AUTORE: Pier Vittorio Tondelli
EDITORE: Bompiani
PAGINE: 216
PREZZO: 9 euro

Qualche pazzia del genere

La Damigella mi rivolse nuovamente la parola: -Senta,-mi disse, con quel falso tono di voce con cui un maestro elementare si rivolgerebbe ad un bambino che non solo è ritardato mentalmente ma che ha pure il naso che gli gocciola.  – Non so fino a che punto lei conosca l’umanità. Ma quale individuo sano di mente, la sera prima delle nozze va dalla fidanzata e non la lascia andare a letto per spiattellare che è troppo felice per sposarsi? Poi, quando la fidanzata gli spiega , quasi fosse un bambino, che tutto è stato combinato e predisposto con mesi di anticipo e che suo padre si è sobbarcato delle spese e delle seccature incredibili per organizzare questo matrimonio, poi, dopo che ha finito di spiegargli tutto questo, lui risponde di essere terribilmente spiacente, ma non potrà sposarsi finchè non si sentirà meno felice o qualche follia del genere! Usi il cervello, se non le spiace. Le pare che quello sia un individuo normale? Le pare che sia sano di mente?

[J.D. Salinger]