Bisogna insegnare alla bambina a pensare sempre

La casa dei miei nonni è immersa nella nebbia di questo pomeriggio di fine gennaio. Mi infilo il piumino, scendo dalla macchina, la chiudo e infilo le chiavi in tasca.
Attraverso lo spiazzo di ghiaia accanto alla casa e scavalco il muretto di cemento che divide la strada dal cortile. Salgo i cinque scalini che conducono alla porta. La trovo chiusa. Busso, nessuno risponde.
Scendo le scale di cemento che portano al garage e come immaginavo trovo mia nonna nella legnaia.
-E il nonno?
Mia nonna scrolla le spalle e scuote la testa con quel gesto che le ho visto fare da tanti anni.
-E’ uscito a piedi.
Il che significa vallo a cercare nelle vigne, di sicuro non è lontano.
Risalgo le scale aiutandola a portare la legna e quando arrivo in cima mi accorgo che nella casa di fronte hanno iniziato i lavori di ristrutturazione. I muri sono stati rivestiti, le finestre cambiate. Fisso i telai.

-Perché non hanno le persiane?
Mia nonna scrolla le spalle in un altro dei suoi gesti tipici.
-Gente di città.
Con quel tono che può capire solo chi è nato e cresciuto in campagna e crede che i cittadini vengano in campagna più o meno con lo stesso spirito con cui vanno allo zoo. Per dare un’occhiata agli animali del posto, pensare a come sarebbe bello poter cambiare vita e poi tornare come nulla fosse a mangiare sushi e bere cocktails.

Mia nonna prende la legna e rientra in casa. Rimango ancora qualche secondo immobile a fissare la casa. Ho passato la mia infanzia giocando con i gatti selvatici in quel cortile. Il proprietario era un uomo che passava tutto il giorno su una sedia sul ciglio della strada a chiacchierare con gli altri anziani. Mangiava sempre pane e salame e ogni tanto me ne dava un po’. Ogni tanto mi dava anche un po’ di vino.
-Ma non dirlo ai tuoi.
Anche se poi ho scoperto che i miei nonni sapevano ed erano d’accordo, anche sul vino.

Quando ero bambina trascorrevo i mesi estivi con lui e gli altri anziani ad ascoltare le loro discussioni.
-Comunque noi si lavora sempre.
-Certo, le campagne mica aspettano.
-Vero, le campagne mica aspettavo.
Stando con loro mi sembrava sempre di essere in mezzo a qualcosa che non potevo capire e che per questo mi affascinava. Se diventando vecchi si riusciva a parlare di così tante cose chissà come doveva essere bello diventare grande. Quante cose si potevano fare. Quanti posti si potevano vedere.
Quante cose e quante persone. Tutte insieme.

Erano belli quei pomeriggi. Così caldi e interminabili.

Adesso mi fa impressione vedere il cancello automatico di ferro battuto con la scritta “attenti al cane”.

Mi chiedo che fine abbiano fatto i gatti selvatici e le bottiglie di vino. La pompa con cui mi bagnavo i capelli e i vasi con dentro lo zucchero per catturare i calabroni. La mia infanzia. Quello che pensavo avrei fatto.

Mi incammino lungo la strada verso la vigna. Mi sembra all’improvviso come se fino a quel momento non avessi notato il cambiamento. Come se fosse tutto sparito e non me ne fossi accorta. Non a Natale, non i mesi prima, solo in questo gennaio 2012. Con il cancello automatico e il cartello: “Attenti al cane.”

Mi viene in mente non so perché il fratello di mia nonna, che tornò a piedi dalla Polonia ed era così magro che mia nonna non lo riconobbe. Il suo metro e novantacinque e i suoi occhi obliqui. Quelle mani enormi, dentro il cui palmo stava tutta la mia faccia di bambina. Il suo non parlare e disprezzare  le chiacchiere.

Il modo in cui gli camminavo dietro attraverso i campi in quel pomeriggio d’agosto.

-Oggi mi aiuti a cogliere le patate.

Le patate che si colgono con una zappa corta, che va fatta penetrare piano nel terreno per estrarre le patate senza romperle. Chinati a trenta centimetri da terra, ad agosto.

Ho un ricordo nitido di quel pomeriggio. Avevo otto anni e mentre ascoltavo gli altri anziani il fratello di mia nonna era arrivato e mi aveva portata via. Nessuno aveva detto niente. A lui nessuno diceva mai niente.

Solo anni dopo ho capito di cosa parlava mia nonna quando diceva “la Polonia”. Gli oppositori politici. I cattivi umori dei mesi freddi. L’odio. Il lavoro. I suoi diari con cura ossessiva.

Bisogna insegnare alla bambina a pensare sempre. A non essere mai d’accordo coi più.

Che come dice il libro di Gianni Riotta che sto leggendo in questo momento:

“Vuoi sapere cos’è la guerra? Camminare nel deserto africano fra i morti, cataste di morti. E a un tratto, tra quelle piramidi di cadaveri, nel vento che fa volere la sabbia rossa, riconosci il volto del tuo migliore amico, il tuo carissimo fratello, con cui hai diviso sogni, libri, speranze. Questa è la guerra, non le cretinate che vi fanno vedere al cine.”

Quella guerra che in realtà non si racconta. Si vede.
Trasuda dalla pelle di chi c’è stato. Ne regola i gesti. Ne scandisce le giornate.

Camminando in mezzo alle vigne coperte di nebbia mi sono chiesta quanto quelle giornate abbiano influenzato quello che ho fatto negli anni successivi.

Quanto del fratello di mio nonna sia rimasto.

Ho pensato al sole di quella giornata di agosto. A quando sentivo la schiena così dolorante da credere che non sarei più riuscita a rimanere dritta. Al fratello di mia nonna che si è alzato e ha riso:
-L’ho sempre detto io. Spezza più schiene la mancanza d’abitudine che la fatica.

E alle patate che ancora adesso mia nonna coltiva. All’Internazionale. A quanto ha scritto.

A quando avevo quattro anni e se i miei nonni non vedevano lui mi issava sulle spalle e mi portava nei campi cantando:

La stagione dell’amore
Viene e va
I desideri non invecchiano
Quasi mai con l’età

E io stavo a sentire quella voce bassa nel silenzio della campagna e mi sentivo forte. Invincibile.
Alta come la parte superiore di un gigante, mentre cantavo insieme a lui che i desideri non invecchiano quasi mai, con l’età.

Non mi capita spesso di parlare di questi argomenti, forse perché ho paura di lanciarmi nella retorica del “i ragazzini di adesso non avranno più certi esempi, non sapranno cos’è l’Olocausto, non sanno neanche Levi è morto”, o forse perché ho paura di non riuscire a spiegare, a dire cosa è stato per me quel pomeriggio a raccogliere le patate o il sentir cantare un uomo che era raro persino sentir parlare.

Al vuoto che percepivo quando stavo con lui. Quella sensazione che avrei dovuto fare qualcosa, qualunque cosa, perchè quei momenti in cui cantava non fossero solo degli attimi di cui dopo sembrava addirittura vergognarsi.

Dire che avrei voluto essere abbastanza capace di pensare sempre da farlo stare tranquillo. Da non temere più.

In realtà però l’unica cosa che posso dirvi è che domani è il giorno della memoria. Che se avete dei nonni dovete farvi raccontare di quando erano giovani e che spezza più schiene la mancanza d’abitudine che la fatica.

Che i desideri non invecchiano quasi mai con l’età.

E che il libro di Gianni Riotta si chiama Le cose che ho imparato e merita molto di più di questo post.

E volevo dirvi che mio nonno quando finalmente ci siamo incontrati in mezzo a una vigna piena di fango e nebbia ha guardato la valle e ha detto:

-Andare a camminare fa bene perché la vita è una lotta. Bisogna sempre tenersi in esercizio.

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21 commenti
  1. STUPENDO. Avevo bisogno di leggere qualcosa del genere in questo momento, per cui, grazie.

  2. Sara ha detto:

    Sono davvero commossa… Splendido nei contenuti e nello stile.

  3. Sara ha detto:

    Ho amato ogni istante di questa intensa narrazione. Grazie.

  4. Giovanni ha detto:

    Complimenti! Davvero una lettura piacevole e commovente…

  5. pamela ha detto:

    avere dei nonni che ti crescono e ti raccontano cos’è stata la loro vita è un patrimonio e non parlo di soldi o terre ma di storia,amore e vita vissuta.grazie anch’io sono molto legata a loro è i miei bisnonni mi raccontavano della guerra e di quello che è stato e mi piaceva ascoltarli.grazie

  6. Stefania ha detto:

    Grazie per aver condiviso con noi i tuoi pensieri, i tuoi ricordi. La tua Memoria.
    Grazie.

  7. Anonimo ha detto:

    Grazie.

  8. masticone ha detto:

    chapeau

  9. Ho pensato anch’io a queste cose oggi… a mio nonno in particolare e ne ho fatto un post.
    Grazie anche a te per la Memoria, che non deve passare

  10. Vquattrista ha detto:

    Pessimo testo, pieno zeppo di luoghi comuni.
    Melassa da lacrima facile.

  11. Concetta Pollice ha detto:

    saremo sempre meno a ricordare, se non educhiamo le giovani generazioni al pensiero autonomo.

  12. Anonimo ha detto:

    grazie

  13. fogliautunnale ha detto:

    Bellissimo post.

  14. Alessandro ha detto:

    Mi hai trasmesso qualcosa di caldo attraverso il freddo monitor del mio pc!
    [Pedala pedala finchè la schiena si spezza! La vita e la bici hanno lo stesso principio, devi continuare a muoverti per stare in equilibrio (J-AX)]

  15. piccoleparole ha detto:

    chapeau!
    Meraviglioso!!!

  16. Carmen ha detto:

    bellissimo post in questo giorno così speciale!!

  17. 1 ha detto:

    -1′

  18. Anonimo ha detto:

    veramente complimenti! bellissimo post!

  19. course677divert ha detto:

    Reblogged this on Fabio Argiolas.

  20. Post meraviglioso…bisogna prendere esempio di quanto suddetto!

  21. Harielle ha detto:

    La memoria della storia è anche quella tramandata a voce e nelle narrazioni, e passa attraverso il rispetto e non la negazione delle esperienze del passato. Ancora mi ricordo i racconti di mio padre sulla guerra, e li ho trasmessi a mia figlia, anche se lui non c’è più, come segno di una continuità della saggezza nel tempo.
    Un saluto, a presto!

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